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Coronavirus, per due volte negativo all’antigenico viene trovato positivo con un molecolare: ma per il contact tracing sarebbe stato libero di uscire di casa

Il caso di una coppia risultata positiva solo dopo essersi rivolta a due laboratori privati: “A lasciarci esterrefatti sono le risposte che ci sono state date dalla Centrale Covid e la disinformazione su procedure e ordinanze da applicare. Poi ci domandiamo perché i casi stanno aumentando”

Di Tiziano Grottolo - 11 marzo 2021 - 20:07

TRENTO. Ormai è passato più di un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, era il 27 gennaio 2020 quando in Trentino venne istituita una task force ad hoc, eppure le persone che risultano positive continuano a segnalare diversi problemi relativi al tracciamento.

 

Lo scorso 9 febbraio – racconta una donna residente a Trento – io e il mio compagno siamo stati informati da alcuni conoscenti, incontrati un paio di giorni prima, della loro positività. L’11 febbraio siamo stati contattati dalla Centrale Covid per la quarantena e il tampone ma siccome avevamo già avuto i primi sintomi avevamo già preso appuntamento per un test”. Il 12 febbraio i due conviventi vanno a fare i tampone, lei tramite laboratorio privato risulta positiva all’antigenico, lui negativo con test effettuato allo spazio di Trento sud dell’Apss. Per la coppia inizia la trafila della quarantena. “Al mio ragazzo – sostiene la giovane non fanno rifare un tampone nonostante abbia i sintomi”.

 

Se quanto ricostruito dalla donna è corretto ci sarebbe un’incongruenza nelle procedure richieste da Roma perché con una circolare dell’8 gennaio, firmata da Giovanni Rezza direttore generale della Prevenzione al Ministero della Salute, si specifica che “il test antigenico rapido va eseguito il più presto possibile e in ogni caso entro cinque giorni dall’insorgenza dei sintomi. In caso di eventuale risultato negativo il test deve essere ripetuto con metodica Rt-Pcr (molecolare ndr) o con un secondo test antigenico rapido a distanza di 2-4 giorni”. A quanto sembrerebbe però questo controllo non è avvenuto, anche se il giovane è comunque rimasto in isolamento.

 

“Al decimo giorno dal tampone positivo, quindi il 22 febbraio, sono andata a fare il tampone molecolare, il giorno dopo sono risultata negativa, quindi per me è scattato il fine isolamento, prima ancora di vedere il risultato sul mio ragazzo convivente”. L’ordinanza emanata da Fugatti del 24 novembre però recita: “Allo stato delle attuali evidenze scientifiche i casi di positivi sintomatici o asintomatici guariti, al momento del loro reinserimento in società o nel mondo del lavoro non possono essere considerati soggetti immuni. Pertanto, in caso di nuovo contatto stretto con soggetto positivo, verranno nuovamente processati dopo valutazione sanitaria (sintomatico e precedente infezione datata da tempo) da parte del Dipartimento di Prevenzione (centrale Covid)”.

 

Il mio ragazzo, trattato come convivente di positivo, il 24 febbraio è andato fare il tampone rapido sempre a Trento sud tramite Apss ed è risultato negativo quindi, eravamo entrambi fuori dalla quarantena”. Stando così le cose verrebbe da dire che tutto si è risolto per il meglio, le cose però non stanno esattamente così. La donna è rientrata al lavoro il 25 febbraio perché, per sua scelta, aveva comunque deciso di attendere l’esito del test sul proprio compagno. Il compagno però, su insistenza del datore di lavoro, è andato a fare un tampone molecolare. Test che viene effettuato il 25 febbraio tramite un laboratorio privato, un giorno più tardi arriva l’esito: è positivo. Per il giovane scattano di nuovo le procedure di quarantena. A scanso di equivoci è utile ricordare che i molecolari hanno una sensibilità maggiore rispetto agli antigenici per questo vengono effettuati anche su asintomatici o paucisintomatici. Pertanto se è vero che che un positivo può sfuggire all’antigenico non vale il contrario: chi risulta positivo al test rapido è da considerarsi tale, i casi di falsi positivi sono rarissimi e il più delle volte ascrivibili alla contaminazione dei tamponi dovuta a un errore umano.

 

“A quel punto il problema si era trasferito su di me – spiega la ragazza – perché non sapevo come comportarmi. Un paio di giorni più tardi sono riuscita a mettermi in contatto con il numero verde e dopo avergli spiegato tutta la vicenda mi è stato risposto che, avendo finito la quarantena, anche se le forze dell’ordine dovessero fermarmi non sarebbe successo niente perché essendomi negativizzata sarei stata libera di uscire di casa”. Il problema è che la stessa ordinanza della Pat di novembre sottolinea che nessuno può essere considerato immune, inoltre c’è sicuramente stato un contatto stretto con un positivo attraverso il proprio partner motivo per cui si renderebbe necessaria una nuova valutazione sanitaria.

 

“Così ho deciso di contattare il mio medico di base che mi ha consigliato di rimanere in isolamento. L’1 marzo sono riuscita a rimettermi in contatto con la Centrale Covid ma di fatto nessuno ha saputo darmi delle risposte chiare, al contrario mi è stato ribattuto che per 90 giorni da quando ci si negativizza si viene considerati immuni e quindi si può uscire di casa, ma nessuno si è preso la responsabilità di firmarmi una dichiarazione”. Forse siamo di fronte a un caso limite ma non è la prima volta che si riscontrano problemi in questo tipo di procedure. “Fortunatamente il mio medico ha avuto l’intelligenza di tenermi a casa in malattia finché il mio ragazzo non si è negativizzato, dopodiché mi ha rimandato a fare una tampone che è risultato negativo. A lasciarci esterrefatti – commenta la donna – sono le risposte che ci sono state date e la disinformazione su procedure e ordinanze da applicare. Poi ci domandiamo perché i casi stanno aumentando”.

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