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“Abbiamo aspettato e procrastinato, così l’Italia è stata travolta dal Covid”, dal piano pandemico vecchio alle scarse misure ecco perché la pandemia è dilagata nel Paese

L’ex generale, Pier Paolo Lunelli, e l’ex coordinatore della risposta Covid dell’Oms, Francesco Zambon, spiegano perché l’Italia non ha saputo gestire la pandemia e ora lo Stato è citato in giudizio dai parenti delle vittime del Sars-Cov-2. L’avvocata Consuelo Locati: “La Regione Lombardia non è stata in grado di contenere il virus e lo ha esportato non solo in Italia ma presumibilmente in tutta Europa”

Di Tiziano Grottolo - 02 dicembre 2021 - 20:20

TRENTO. “È una questione molto complessa che propone notevoli problemi giuridici anche innovativi”, così il docente dell’Università di Trento, Umberto Izzo, presenta l’incontro dal titolo “La responsabilità civile di Stato e regioni per inattuazione dell’obbligo di essere pronti a contrastare una minaccia pandemica”. Un evento che si inserisce in un ciclo di seminari organizzati nell’ambito del corso di diritto civile della facoltà di giurisprudenza.

 

Attenzione, il tema è attualissimo è tutt’altro che banale. Nel dicembre 2020 infatti, è stato depositato al tribunale civile di Roma un atto di citazione che chiama in causa lo Stato e la Regione Lombardia da un lato per non aver aggiornato il piano pandemico (che risaliva al 2006) dall’altro perché quel piano, benché datato, sarebbe rimasto solo sulla carta senza che fossero prese le necessarie misure impedire al Sars-Cov-2 di dilagare in Italia. A chiedere giustizia, difese dall’avvocata del foro di Bergamo Consuelo Locati, le famiglie delle vittime, prevalentemente lombarde ma con richieste di risarcimento che arrivano da tutta Italia, compreso il Trentino.

 

Ma quand’è che scatta un piano pandemico, o perlomeno quando dovrebbe farlo? A rispondere ci pensa l’ex generale Pier Paolo Lunelli che durante la sua carriera ha maturato una grande esperienza nell’allestimento dei piani pandemici: “Per la pandemia di Sars-Cov-2 corrisponde al 5 gennaio 2020, cioè quando l’Oms informa tutti i Paesi che esiste una malattia a eziologia sconosciuta che non risponde alle cure e che in quel momento era localizzata in Cina”. E lo Stato italiano cosa ha fatto a quel punto? “Praticamente niente, abbiamo aspettato e procrastinato”.

 

Le mancanze sono state numerose. Basti pensare che uno studio della Fondazione Bruno Kessler e dell’Università Bocconi evidenzia come in Lombardia ci fossero stati almeno 500 casi prima del cosiddetto paziente 1 di Codogno. Inoltre, già il 24 gennaio 2020 era stato pubblicato uno studio cinese che anticipava buona parte delle informazioni riguardanti il nuovo coronavirus che però venne ignorato. “Non so dire perché il mondo scientifico occidentale non abbia preso sul serio il lavoro pubblicato sul Lancet – raccontava a Il Dolomiti Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano – c’era un mese di tempo in cui si sarebbe potuto fare tantissimo, siamo tutti colpevoli di questo”.

 

Avevamo un piano pandemico molto vecchio, che risaliva addirittura al 2006”, conferma Francesco Zambon, ex coordinatore della risposta Covid per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità fino alle sue dimissioni nel marzo 2021. Dimissioni che sono arrivate dopo che la stessa organizzazione per la quale lavorava aveva di fatto censurato il rapporto pubblicato da Zambon che metteva in luce le mancanze da parte del Governo italiano nella gestione della prima ondata.

 

“Il rapporto è stato ritirato su pressioni politiche perché metteva in cattiva luce l’Italia, questo però mette in evidenza un grosso problema dell’Oms che non è indipendente”. Zambon chiama in causa anche l’ex direttore dell’ufficio di Prevenzione del Ministero della Salute Ranieri Guerra, lo stesso ministro Roberto Speranza e pure Silvio Brusaferro presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. “Tutti hanno avuto un ruolo nel far sì che questo rapporto dell’Oms sparisse, perché andava contro la narrativa proposta che vedeva l’Italia come un modello anche se in realtà non lo era affatto”. Come ricorda l’ex generale nel rapporto poi ritirato dall’Oms si affermava che la risposta italiana alla prima ondata era stata stata “improvvisata caotica e creativa”.

 

Ma quindi, tornando al piano pandemico perché nonostante fosse così datato nessuno si era premurato di aggiornato? “Per sciatteria – replica con fermezza l’avvocata Locati – da questa noncuranza però sono derivate migliaia di morti, attorno alle 35mila nella sola prima fase pandemica”. Come rileva il professor Izzo, nella prima fase pandemica, il numero delle morti italiane era estremamente più alto rispetto a molti altri Paesi. In quel periodo mancavano sia i dispositivi di protezione individuale che i tamponi: risultati furono disastrosi. “All’ospedale di Alzano Lombardo – prosegue Locati – i medici hanno dovuto rompere le colonnine antincendio per reperire delle mascherine”.

 

È anche alla luce di queste situazioni che ora centinaia di famiglie pretendono giustizia e chiamano in causa le istituzioni. Si parla di una cifra che si aggira attorno ai 120milioni di euro. “La responsabilità di tutelare i cittadini è delle istituzioni – conclude Locati – è questo che viene messo nell’atto di citazione. È stata la Regione Lombardia che non è stata in grado di contenere il virus e lo ha esportato non solo in Italia ma presumibilmente in tutta Europa”.

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