“Femminicidi? Non servono nuove leggi, ma una seria valutazione del rischio. Dopo i casi a Rovereto abbiamo chiesto dati su denunce e archiviazioni, ma non sono arrivati”
L'avvocata Biaggioni, vice-presidente di “D.i.R.e – Donne in rete contro la violenza” a il Dolomiti: “La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato 4 volte l'Italia nel corso del 2022, in 3 casi è stata segnalata la mancata valutazione del rischio in casi di violenza di genere. Allo stesso tempo però è stato riconosciuto il buono stato del nostro apparato normativo: in altre parole, è come se avessimo a disposizione dei macchinari all'avanguardia per curare una malattia, ciò che manca però è la diagnosi”

TRENTO. Caso dopo caso. Parlando di femminicidi, purtroppo, sembra che ogni dramma sia il preludio del successivo. E così, rimanendo nel solo Triveneto, alla tragedia di Giulia Cecchettin è seguita in poche settimane quella di Vanessa Ballan, colpita il 19 dicembre scorso da 7 coltellate all'ingresso di casa sua, a Riese Pio X. Accusato del crimine il 41enne Bujar Fandaj, già denunciato in passato dalla vittima (Qui e Qui Articolo). Una denuncia, quella di Ballan, che rappresenta un gesto di coraggio al quale sono purtroppo portate molte donne ma che, in definitiva, non ha impedito il dramma (sulla questione era intervenuto negli scorsi giorni anche il procuratore di Treviso, Marco Martani, dichiarando come “forse l'urgenza del caso” fosse stata “sottovalutata”). Eppure, dopo il caso di Giulia Cecchettin la risposta a livello sociale (pensiamo alle manifestazioni alle quali hanno partecipato migliaia di persone in moltissime città d'Italia) non era mancata, così come non era mancata una (prima) risposta politica con l'introduzione del cosiddetto Codice rosso rafforzato (il primo arresto in flagranza di reato differita, una novità introdotta proprio nel dispositivo approvato nelle scorse settimane, è avvenuto negli ultimi giorni a Breno, a due passi dal Trentino).
La considerazione da fare è quindi duplice: da una parte vediamo un aumento delle risorse destinate alla lotta alla violenza di genere e l'introduzione di nuovi strumenti legislativi messi in campo dalle autorità, dall'altra osserviamo però che l'entità del fenomeno stesso nel nostro Paese rimane sostanzialmente stabile (se guardiamo, per esempio, agli omicidi di soli uomini i dati sono in discesa invece da circa vent'anni). Dove sta il cortocircuito? Il Dolomiti lo ha chiesto all'avvocata Elena Biaggioni, vice-presidente di “D.i.Re – Donne in rete contro la violenza” (la rete nazionale antiviolenza che riunisce 84 organizzazioni sul territorio italiano, gestendo oltre 100 Centri antiviolenza e più di 60 Case rifugio e ascoltando ogni anno circa 21mila donne), che ha parlato anche della situazione su questo fronte in Trentino dove, dopo i due femminicidi avvenuti quest'estate a Rovereto, un gruppo di associazioni (Coordinamento donne, Alfid e Atas) aveva richiesto in una lettera aperta una serie di dati sul fenomeno (dalle denunce al numero di misure cautelari fino alle richieste d'archiviazione) senza però ottenere, ad oggi, una risposta. Ma procediamo con ordine.
Avvocata, di fronte ai drammatici numeri del fenomeno a livello nazionale, qual è la priorità oggi a livello legislativo-giudiziario? Servono nuove norme?
Il tema principale è quello relativo alla valutazione del rischio. In molti casi in Italia tanto le forze dell'ordine quanto la magistratura devono lavorare sulle capacità degli operatori di riconoscere le situazioni di violenza. Se guardiamo al recente caso di Vanessa Ballan gli indicatori per esempio erano moltissimi. Pensate che l'Italia è stata condannata quattro volte nel 2022 dalla Corte europea dei diritti dell'uomo ed in tre casi è stata segnalata proprio la mancata valutazione del rischio in casi di violenza di genere. Ex post, ovviamente, è facile riconoscere i segnali. Il punto è che bisogna agire a monte: la dialettica del 'buttare la chiave' serve a poco, la vera sfida oggi è riconoscere che tipo di situazione ci troviamo davanti e agire.
In che modo?
Un ottimo punto di partenza sarebbe quello di ascoltare attentamente l'expertise dei centri di anti-violenza, che da 30 anni lavorano sul territorio per ascoltare le richieste d'aiuto delle vittime. Il punto è che chi prende in carico certi casi deve avere la capacità di riconoscere le varie situazioni che si trova davanti e sapere quindi che misure applicare volta per volta. Per fare questo il primo passo è ascoltare le donne che vivono quelle situazioni e acquisire così gli elementi che permettano di fare una seria valutazione del rischio. Bisogna capire quali sono, per esempio, le risorse in gioco, quali le eventualità criticità aggiuntive segnalate nell'autore della violenza. Ad oggi questo tipo di processo si svolge, per così dire, a macchia di leopardo nel nostro paese. Diciamo che dipende molto dalla sensibilità dei singoli operatori e delle singole operatrici sul territorio. È proprio in questo contesto che devono concentrarsi i nostri sforzi per cercare di arginare il problema su una prospettiva di lungo termine: sulla sensibilizzazione ulteriore anche di forze dell'ordine e magistratura. Il discorso poi andrebbe ovviamente allargato: tutti dobbiamo saper riconoscere le situazioni di violenza quando ce le troviamo davanti.
Recentemente è stato approvato il cosiddetto Codice rosso rafforzato (grazie al quale vengono forniti alla magistratura una serie di strumenti in più per il contrasto alla violenza di genere, tra i quali anche l'introduzione dell'arresto in flagranza differita per alcuni reati, entro le 48 ore dal fatto contestato sulla base di documentazione video-fotografica o di altri dispositivi informatici), secondo lei l'introduzione di nuove norme è necessaria per 'colmare' alcune lacune nel nostro sistema legislativo?
La nuova norma è intervenuta su alcuni aspetti utili, senz'altro, e vedremo la capacità di applicarla nei prossimi mesi. D'altra parte però avevamo, e continuiamo ad avere, un apparato normativo di buon livello. E ad accertarlo è stata la stessa Corte europea nelle sue condanne contro l'Italia: le leggi quindi ci sono, vanno però applicate. Come già anticipato, ciò di cui abbiamo bisogno oggi è la capacità di inquadrare le situazioni problematiche che ci troviamo davanti. In altre parole, è come se avessimo a disposizione dei macchinari all'avanguardia per la cura di una malattia: ciò che manca però è la diagnosi. E senza la diagnosi corretta le 'macchine', che nella metafora rappresentano il nostro apparato normativo, sono inutili. Per questo, ribadisco, bisogna ascoltare le donne e le loro paure e far affidamento anche sull'esperienza decennale dei centri anti-violenza presenti sul territorio.
Parlando di territorio, dopo i tragici fatti di quest'estate a Rovereto (dove sono state uccise a poco meno di una settimana l'una dall'altra due donne, Mara Fait, di 63 anni, e Iris Setti, di 61) qual è secondo lei, ad oggi, la situazione in Trentino?
Innanzitutto vorrei sottolineare che dopo i fatti di quest'estate abbiamo immediatamente richiesto (in una lettera aperta firmata da Coordinamento donne, Alfid e Atas) di avere dei dati precisi: sulle denunce per violenze sessuali, maltrattamenti, stalking, sul numero di misure cautelari applicate (o richieste) e sulle richieste d'archiviazione. Questi dati non ci sono ancora stati forniti. In ogni caso, personalmente so che sul territorio di Trento si è lavorato tanto e si è lavorato bene. Ho la sensazione che a Rovereto la sensibilità sia stata diversa. Se avessi i dati citati in precedenza potremmo fare delle analisi, senza posso solo fare riferimento all'esperienza in aula.













