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Coronavirus, gli impresari di pompe funebri: ''L'anno scorso non ci hanno dato i Dpi e abbiamo girato con le maschere anti-gas. Oggi non veniamo considerati per la campagna vaccinale''

E' stato un anno complicato anche per gli impresari di pompe funebri, un comparto che, purtroppo, ha sempre avuto una panoramica complessiva della forza e della diffusione di Covid sul territorio provinciale. Strutture messe a dura prova per riuscire comunque a garantire il miglior servizio possibile ai familiari, a fronte delle difficoltà nelle procedure causate dall'emergenza Covid

Di Luca Andreazza - 30 marzo 2021 - 06:01

TRENTO. "Non abbiamo la presunzione di metterci sullo stesso piano degli operatori sanitari ma spesso ci siamo ritrovati, nostro malgrado, in prima linea a seguito della morte di una persona". Queste le parole di Chiara Bertolo, titolare delle Pompe funebri Dalsasso Valsugana. "Ma siamo spesso trascurati: l'anno scorso non siamo stati forniti dei Dispositivi di protezione individuale, le lettere alla Provincia sono sempre cadute nel vuoto e adesso non siamo considerati per la campagna vaccinale".

 

E' stato un anno complicato anche per gli impresari di pompe funebri, un comparto che, purtroppo, ha sempre avuto una panoramica complessiva della forza e della diffusione di Covid sul territorio provinciale. Strutture messe a dura prova per riuscire comunque a garantire il miglior servizio possibile ai familiari, a fronte delle difficoltà nelle procedure causate dall'emergenza Covid. 

 

"L'anno scorso - dice Antonio Anselmi, titolare di Trentino servizi funebri, una realtà frutto della fusione di diverse società e la più grande operante in provincia - la mortalità è cresciuta del 30% in Trentino e ogni lutto comporta una forte situazione di stress lavorativo, ma anche emotivo. Siamo stati operativi anche 17 ore ogni giorno, siamo andati fino ai forni crematori di Genova e Firenze, andata e ritorno per poi ripartire senza sosta. A dispetto di quanto si possa pensare, non ci si abitua mai e la situazione che in particolare abbiamo vissuto nei periodi più acuti di questa pandemia sono stati difficili da superare".

 

Il coronavirus ci ha messo davanti a prove per le quali, probabilmente, non eravamo pronti. Pazienti e anziani morti da soli, senza gli affetti vicino. Un lutto che inevitabilmente lascia ferite profonde in tantissime famiglie trentine, toccate direttamente da questa tragedia.

 

"I parenti spesso ci hanno lasciato alcuni oggetti, come una bambolina oppure una foto, da mettere nella bara. Un tentativo - aggiunge Anselmi - di non lasciare l'ultimo saluto completamente in sospeso, un modo per potersi avvicinare e per testimoniare la vicinanza al proprio caro. Questo è accaduto soprattutto durante la prima ondata, quando i funerali sono stati sospesi a causa dell'epidemia. Adesso l'approccio è un po' cambiato perché le cerimonie sono nuovamente consentite, però è sempre complicato gestire questi servizi: le funzioni sono spoglie, troppo diverse da quanto richiede la nostra cultura e tradizione".

 

Un servizio che si caratterizza anche per la disponibilità e la cortesia del personale nel rapporto con i congiunti, ci vuole comunque empatia quando si assistono le famiglie in questi momenti difficili. "Quest'autunno - prosegue Bertolo - i decessi sono nuovamente triplicati, un impatto nuovamente forte. E' complicato spiegare il protocollo tra la salma avvolta in un lenzuolo, il cofano chiuso e le camere mortuarie spesso non accessibili: si priva le persone di un ultimo contatto dopo tanti giorni che non si vede un caro. Ora il confronto avviene tramite whatsapp oppure meet e manca quel supporto emotivo, la possibilità di sfogarsi e di raccontare la storia della persona scomparsa. Una semplice stretta di mano spesso è fondamentale per alleviare la sofferenza dei familiari e questo periodo di distanziamento è difficile e lungo".

 

Gli addetti delle pompe funebri si recano di persona negli ospedali, nelle Rsa e nelle abitazioni. "A inizio epidemia non siamo stati forniti di Dpi, che erano impossibili da reperire anche sul mercato. Ci siamo arrangiati come abbiamo potuto - evidenzia Anselmi - abbiamo utilizzato delle maschere anti-gas in attesa di riuscire a comprare le mascherine. Ogni volta che si raggiunge una casa, i livelli di sicurezza devono poi essere molto alti: nessuno ci ha considerato e tutelato, ci siamo organizzati in autonomia".

 

Nella seconda ondata è stato possibile poi riprendere a organizzare i funerali, seppur in forma limitata. "Capita di dover tenere ferme le cerimonie per diverso tempo - continua Bertolo - se i familiari sono positivi, si aspetta la negativizzazione per assicurare la presenza dei congiunti. Si cerca in tutti i modi di venire incontro alle esigenze delle persone. Nella prima ondata invece è stato tutto più anonimo: tanti casi venivano raccordati dalla Centrale Covid per funerali, cremazioni e restituzione delle ceneri".

 

Alcune imprese trentine sono state chiamate anche a Bergamo. Le bare portate via dai mezzi dell'esercito sono tra le immagini più tristi dell'epidemia. "Abbiamo gestito - evidenzia Anselmi - 230 funerali nel giro di un mese tra il 20 febbraio e il 20 marzo dell'anno scorso. E' stato un momento davvero duro, difficile da immaginare. Ma è complicato raccontare, anche emotivamente, quanto significa per noi questa emergenza".

 

Spesso sono rimasti in silenzio, ma il loro lavoro è fondamentale per la nostra società. "E non veniamo mai presi in considerazione. I rischi sono alti, paragonabili a quelli di  medici, infermieri, operatori sociosanitari e volontari. Sono stati giustamente inseriti nella campagna vaccinale, mentre noi siamo tagliati fuori", conclude Bertolo.

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