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Coronavirus, quasi 2.500 contagi sul luogo di lavoro in Trentino. L'Inail: ''Territorio sopra la media nazionale a marzo e dicembre''. In Alto Adige meno di 2.000 casi

L’analisi nel territorio per mese dell’evento mostra per Trento un’incidenza dei contagi professionali superiore a quella della media nazionale nel periodo del lockdown, con un picco nel mese di marzo che registra il 30% delle 2.452 denunce pervenute da inizio epidemia

Di L.A. - 03 febbraio 2021 - 21:29

TRENTO. I contagi da Covid-19 sul luogo di lavoro a livello nazionale hanno ormai superato la soglia dei 131 mila casi. In questo scenario la provincia di Trento registra 2.452 positivi tra gennaio e dicembre dell'anno scorso. 

 

Il Trentino pesa per l'1,9% rispetto ai dati complessivi, divisi tra 1.889 (77%) donne e 563 uomini (23%), mentre la fascia di età dei lavoratori più colpita è quella che va da 50 a 64 anni con 1.009 casi (41,2%). In Alto Adige invece sono 1.984 i casi di cui 1.517 donne (76,5%) e 467 uomini (23,5%), mentre la fascia d’età più colpita è quella che va da 50 a 64 anni con 813 casi (41%).

 

L’analisi nel territorio per mese dell’evento mostra per Trento un’incidenza dei contagi professionali superiore a quella della media nazionale nel periodo del lockdown, con un picco nel mese di marzo che registra il 30% delle 2.452 denunce pervenute da inizio epidemia. In corrispondenza della seconda ondata, invece, le incidenze risultano inferiori, escluso il mese di dicembre in cui i dati dell'Inail evidenziano una risalita con un valore superiore a quello italiano (18% rispetto al 13%).

 

A Bolzano invece c'è un'incidenza dei contagi professionali superiore a quella media nazionale per il periodo di lockdown - nei mesi di marzo e aprile - mentre nella seconda ondata, nel mese di novembre quando si raggiunge il picco dei contagi professionali con il 31% delle 1.984 denunce da inizio pandemia.

 

Una lettura del report, e del suo trend crescente, la forniscono gli esperti legali che osservano come nel rapporto azienda e lavoratore in materia di Covid ci sia un aspetto di criticità nel rapporto con le autorità sanitarie locali.

"L’impasse – spiega l’avvocata Irene Pudda di Rödl & Partner, esperta in privacy & labour compliance – è dovuta al fatto che il datore di lavoro non è autorizzato a comunicare ai colleghi il nominativo di un dipendente risultato positivo. L’azienda è tenuta a fornire all’autorità sanitaria locale le informazioni necessarie perché quest’ultima possa assolvere ai compiti previsti dalla normativa emergenziale e, contemporaneamente, ha facoltà di domandare ai possibili contatti stretti di lasciare cautelativamente i locali aziendali, ma è l’autorità sanitaria locale che ha la potestà di contattare i lavoratori per poi applicare le opportune misure di quarantena".

Il rischio, così facendo, è che le aziende lascino operativi interi reparti o uffici con il pericolo di diffusione del virus, non solo tra i dipendenti che sono stati a contatto diretto con il soggetto contagiato, ma anche tra i loro famigliari e i conoscenti.
 

“Tuttavia – chiarisce Pudda – non si può fare diversamente La procedura è volta a tutelare la privacy del lavoratore risultato positivo al coronavirus. Certo, come è facile immaginare, procedere alla disinfezione della postazione di lavoro, delle attrezzature utilizzate e degli spazi comuni frequentati dal dipendente, domandare ai possibili contatti stretti di lasciare cautelativamente i locali aziendali, nonché isolare o chiudere gli uffici in cui il dipendente ha lavorato garantendone allo stesso tempo la totale riservatezza è di difficile applicazione".

 

 

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