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| 30 gen 2021 | 12:00

Scelta da un istituto bancario la scartano dopo che manda la sua foto con il velo, Belhadj: ''Donne, o ci battiamo per i nostri diritti o non lo farà nessuno al posto nostro''

La 36enne italo-algerina era stata scelta per lavorare a Domegge di Cadore, nel Bellunese. Il commento di Nibras Breigheche: ''Tentiamo di cambiare questa narrativa comunicando non solo con i non musulmani, ma anche con i musulmani stessi. La cultura religiosa è un ottimo strumento per prevenire la violenza di genere. Il Corano, infatti, dice esplicitamente che non può essere considerato un buon credente chi discrimina le donne'' 

Scelta da un istituto bancario la scartano dopo che manda la sua foto con il velo
di Marianna Malpaga

BELLUNO. Assia Belhadj, 36enne italo-algerina, responsabile dell’ufficio di Belluno di “Progetto Aisha”, ha scelto di rompere il silenzio su una vicenda di discriminazione che l’ha coinvolta alcuni mesi fa. Belhadj era già stata bersaglio d’insulti razzisti durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del Veneto, in cui correva per “Il Veneto che vogliamo” di Arturo Lorenzoni. L’episodio che ha scelto di denunciare qualche giorno fa riguarda invece una discriminazione subita sul luogo di lavoro.

 

A inizio ottobre dell’anno scorso, Belhadj ha risposto all’annuncio di una società pugliese che cercava qualcuno che si occupasse dei controlli Covid all’interno degli istituti bancari. È stata scelta per lavorare a Domegge di Cadore, nel Bellunese. Ma, quando ha inviato la sua fotografia, la persona che la doveva assumere ha deciso che un particolare la rendeva “inadeguata”: il suo velo.

 

“Pensano che noi donne musulmane velate, ignorate, non abbiamo il coraggio di denunciare le discriminazioni – ha scritto Belhadj sul suo profilo Facebook, denunciando l’episodio -. Donne, dobbiamo alzare la nostra voce per dire basta! Basta lasciar perdere, basta dire che non importa. I nostri diritti verranno calpestati se non alziamo la voce. Dobbiamo difenderli perché nessuno lo farà al posto nostro”.

 

Abbiamo chiesto a Nibras Breigheche, tra i fondatori dell’Associazione islamica degli Imam e delle Guide religiose e figlia del presidente della Comunità islamica del Trentino, di commentare l’accaduto. “Sono casi che non possono che essere condannati – afferma Breigheche -. Nel ventunesimo secolo i diritti umani dovrebbero essere assodati, ma purtroppo la cronaca ci fa capire che in certi casi non è così. Non dobbiamo neanche generalizzare, però. Io porto il velo ormai da molti anni e non sono mai stata discriminata, né in pubblico né in privato. Anche mia figlia, impegnata nell’ambito della rappresentanza studentesca, porta il velo, e neanche lei ha mai riscontrato nessuna discriminazione”.

 

Come Breigheche, ci sono tante donne musulmane – straniere e italiane – ben inserite nella società, che non hanno mai lamentato discriminazioni. “I casi di discriminazione sono l’eccezione, ma non vanno taciuti – precisa Breigheche -. La legge e i diritti umani ci impongono di non rimanere in silenzio. Anche in Trentino ci sono stati alcuni casi di discriminazione, seppur pochi, in cui è stato chiesto alle donne di togliere il velo per ottenere un posto di lavoro”.

 

Del discorso di Assia Belhadj, c’è un punto che fa riflettere in modo particolare. “Pensano che noi donne musulmane velate, ignorate, non abbiamo il coraggio di denunciare le discriminazioni”, scrive la donna sulla sua pagina Facebook. Uno stereotipo molto comune, infatti, vede le donne musulmane – specialmente quelle velate – come figure passive, che stanno in un angolo a subire. “È un luogo comune molto diffuso – commenta Breigheche – che cerchiamo di contrastare con la forza dell’informazione. Tentiamo di cambiare questa narrativa comunicando non solo con i non musulmani, ma anche con i musulmani stessi. La cultura religiosa è un ottimo strumento per prevenire la violenza di genere. Il Corano, infatti, dice esplicitamente che non può essere considerato un buon credente chi discrimina le donne”.

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