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''La discriminazione c'è ma non basta sdegnarsi'', la storia di Asmae: ''Dobbiamo agire per il bene della comunità. Così ce l'ho fatta''

La vicenda di Asmae che propone una prospettiva diversa rispetto alle testimonianze di discriminazione subite da alcune donne a causa del velo. "Non ho ancora ottenuto la cittadinanza per motivi burocratici ma è bastato avere a cuore il nostro Paese, perché bisogna amarlo con tutte le sue divergenze. La differenza tra l'essere italiani e il sentirsi italiani consiste proprio in quanto amore abbiamo per la nostra Italia"

Di L.A. - 01 febbraio 2021 - 21:16

TRENTO. "Fermarsi alla segnalazione è qualcosa di limitato e restare con le mani in mano è peggio". Così Asmae Taouti, una mediatrice culturale. "E' necessario guardare in faccia il male e curarlo con il bene, occorre chiederci in che modo vogliamo costruire un futuro diverso e soprattutto migliore. In che modo vogliamo marcare la nostra appartenenza?".

 

Ha fatto discutere il caso di Assia Belhadj, la 36enne italo-algerina candidata alle regionali venete per “Il Veneto che vogliamo” di Arturo Lorenzoni, alla quale a inizio ottobre è stato rifiutato un posto di lavoro perché porta il velo (Qui articolo). Una vicenda simile a quella toccata a Sara Qasmi, studentessa universitaria italiana di origini marocchine, che nel luglio del 2019 doveva cominciare il tirocinio curricolare previsto dal suo corso di laurea all’Università di Verona.

 

La studentessa si è candidata per uno stage in un albergo di Folgaria convenzionato con l’Università di Verona e l’hotel l’ha subito accettata. La ragazza ha firmato il contratto, nel quale compariva anche la sua carta d’identità con la sua foto, e così è andata a vedere la struttura prima di iniziare il suo tirocinio. Ma ha dovuto rinunciare a causa del velo (Qui articolo).

 

Arriva un'altra testimonianza, ma da una prospettiva diversa. "E' vero che la discriminazione esiste - dice Taouti - se non per razza, per etnia; se non per etnia, per religione; se non per religione, per orientamento sessuale; se non per questo, perché semplicemente si è donna. Ma vorrei anche lanciare un messaggio per certi versi diverso. Purtroppo, nella nostra società sono stati scossi molti principi etico-morali ma anche civili e di questo abbiamo tutti un po' di colpa. Non basta però soltanto sdegnarsi per le cose che non funzionano e lamentarsi, occorre avere il coraggio di cambiarle, rimboccarsi le maniche e agire per il bene della comunità. Ce l'ho fatta portando un velo in testa: sono riuscita a sdoganare ciò che donne italiane (dalla nascita) non sono riuscite a sdoganare, sono riuscita a cambiare il sistema che nessuno si sarebbe immaginato di cambiare".

 

Nata in Marocco ma cresciuta in Trentino, Taouti è mediatrice culturale. "Non ho ancora ottenuto la cittadinanza per motivi burocratici - aggiunge - ma davvero non mi è servita nemmeno per poter cambiare le cose, mi è bastato avere a cuore il nostro Paese, perché bisogna amarlo con tutte le sue divergenze. La differenza tra l'essere italiani e il sentirsi italiani consiste proprio in quanto amore abbiamo per la nostra Italia, in quanto cuore ci mettiamo per rendere il nostro Paese un posto migliore, in quanto siamo disposti a spenderci, in quanto vogliamo seminarci qualcosa di buono. Non possiamo donare il minimo e restare in attesa del ritorno, non siate avari perché l'Italia ne ha diritto".

 

Anche Taouti in passato ha dovuto rinunciare a qualche lavoro per via del velo islamico. "Ma con la tenacia e la buona volontà si può sdoganare tutti gli stereotipi. Bisogna forse spiegare che quello che abbiamo in testa è più di un semplice velo, più di una semplice cultura: si tratta della nostra identità e un'identità non può essere negata a nessuno. Il lato positivo della discriminazione? Mi sono fatta gli anticorpi, mi ha fatto scoprire la mia forza interiore, mi ha insegnato a resistere, mi ha fatto capire quanto tengo ai miei valori che sono per nulla scambiabili". 

 

Ci sono tante donne musulmane – straniere e italiane – ben inserite nella società, che non hanno mai lamentato discriminazioni. Ma come ha affermato Nibras Breigheche, tra i fondatori dell’Associazione islamica degli Imam e delle Guide religiose e figlia del presidente della Comunità islamica del Trentino, le eccezioni non devono essere tenute nascoste. 

 

"Prima - prosegue Taouti - combattevo la discriminazione con rabbia e malori; oggi l'affronto con più saggezza, ho imparato a volare più in alto. Ritengo che fermarsi alla segnalazione sia un qualcosa di limitato, restare con le mani in mano è peggio. Viviamo in una società in cui ci sarebbero molte cose da cambiare oltre alla discriminazione, ma ciò può avvenire solo quando cambieremo noi stessi, quando cambierà la nostra visione, il nostro modo di interpretare le cose, quando passiamo dal sentirci cittadini esclusi al sentirci un valore aggiunto e a metterci in gioco. Oggi più che mai l'Italia ha bisogno di poggiare su tutte le forze, partendo innanzitutto da quelle femminili". 

 

"Quella delle donne è una missione nobile dobbiamo esserne consapevoli, siamo noi la cura di questa società ferita, ma il potenziale femminile ha bisogno di un risveglio, di una riflessione mirata verso il cambiamento, di liberarsi dal vittimismo e di lottare per la conquista dei diritti. La discriminazione ha innalzato ovunque molti muri, gli italiani la conoscono molto bene. A volte è bastato immigrare da sud a nord per provarla sulla propria pelle, altre volte si è dovuti allontanare dalla Patria,  qualche volta invece tramite un giornalino 'incivile' come quello di Charlie Hebdo (durante il terremoto in Abruzzo). Sarà che il mio sguardo è filosofico, ma abbiamo davvero bisogno di una nuova filosofia, intanto abbattiamo questi muri e costruiamo ponti affinché i nostri figli possano vivere in una società migliore", conclude Taouti.

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