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| 09 nov 2021 | 09:43

Situazione difficile al carcere di Trento: "Il 10% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi". La garante: ''Serve un centro contro il disagio"

In carcere si registra una carenza di personale medico tale da aver recentemente portato alla decisione di sospendere la copertura dell’assistenza sanitaria sulle 24 ore. Allo stesso modo, ancora non risulta realizzato il presidio diurno per le persone detenute affette da disturbi psichiatrici: manca infatti ancora il secondo tecnico della riabilitazione psichiatrica, fondamentale per l’attivazione del progetto

Situazione difficile al carcere di Trento: "Il 10% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi"

TRENTO. Preoccupa la situazione nel carcere di Trento. La pandemia, aggravando i problemi interni della casa circondariale di Spini, ha reso ancor più urgenti le azioni da mettere in campo soprattutto con l’adeguamento del personale. “Nella Casa circondariale di Spini di Gardolo la cosa più urgente è tornare alla normalità, perché la pandemia ha reso estremamente difficile la situazione comprimendo ancor più le già limitate libertà delle persone detenute e aggravando i problemi interni” le parole con cui la Garante dei diritti dei detenuti, Antonia Menghini, ha manifestato la sua forte preoccupazione per le varie criticità che interessano il carcere soprattutto per le  persone detenute con diagnosi psichiatrica grave alle quali  si aggiunge una rilevante percentuale di persone affette da patologie più lievi.

 

Per rispondere ai bisogni di chi è detenuto e  di chi lavora nella Casa circondariale, la Garante ritiene prioritarie 4 azioni: incrementare il personale oggi insufficiente sia tra gli educatori che tra gli agenti di polizia penitenziaria; ripristinare l’assistenza sanitaria nell’arco delle 24 ore; creare un centro diurno per fronteggiare il disagio psichico; infine investire ancor più nella formazione e nel lavoro.

 

È la pandemia la grande protagonista della Relazione 2020, in cui la Garante ha cercato di mettere in luce quali sono state le immediate ricadute dell’emergenza Coronavirus rispetto alla realtà del carcere, più in generale, e con riferimento specifico alla realtà locale della Casa Circondariale di Spini di Gardolo. In primo luogo, la pandemia ha inciso in maniera significativa sulla vita all’interno degli istituti comportando, in ultima analisi, un’ulteriore limitazione dei diritti delle persone detenute, seppur conseguente alla miglior tutela dell’interesse alla salute considerato sempre preminente. Così, per lungo tempo, sono stati interdetti i colloqui in presenza con i familiari e gli ingressi di operatori e volontari.

La “vita detentiva” ne è uscita stravolta e, seppure per un motivo più che condivisibile, è andata acuendosi quella lontananza dal mondo reale che è già, purtroppo, la cifra distintiva del carcere. La pandemia ha inoltre inciso in maniera significativa, seppur ancora non risolutiva, sui numeri delle presenze delle persone detenute nelle carceri, facendo registrare significative flessioni sia a livello nazionale (-7000 detenuti circa durante la prima ondata di virus. Al 31 maggio 2020 le persone detenute ammontavano a 53.387, a fronte delle 61.230 di fine febbraio 2020. Al 31 ottobre 2021 erano 54.307), sia a livello locale (-46 detenuti durante la prima ondata e -30 circa durante la seconda ondata.

 

Ad oggi le persone detenute sono circa 300.  Da segnalare inoltre la pesante ricaduta che la pandemia ha avuto anche sugli operatori alle dipendenze del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, prima tra tutti la Polizia penitenziaria che ha registrato nelle sue fila un numero di contagi rilevante, oltre ad una evidente difficoltà nel gestire sul lungo periodo una situazione emergenziale tanto imprevedibile quanto gravida di conseguenze pesanti sulla vita degli istituti di pena.

Durante la conferenza stampa la Garante ha messo in evidenza le problematicità relative alla Casa Circondariale di Spini tra cui si evidenziano, in particolare, quella relativa alla mancanza di una “direzione esclusiva”, del personale gravemente sotto organico dell’area educativa e della Polizia penitenziaria, della sospensione durante la prima ondata della pandemia dei colloqui in presenza.

 

In tema di assistenza sanitaria in carcere, la Garante ha tenuto a rimarcare il ruolo fondamentale svolto dal presidio sanitario interno al carcere nella gestione della pandemia ed ha sottolineato l’importante sforzo per la riorganizzazione della sanità in carcere. Ciononostante, ad oggi, si registra una carenza di personale medico tale da aver recentemente portato alla decisione di sospendere la copertura dell’assistenza sanitaria sulle 24 ore, garantita a Spini dall’inizio del 2020. Allo stesso modo, ancora non risulta realizzato il presidio diurno per le persone detenute affette da disturbi psichiatrici: manca infatti ancora il secondo tecnico della riabilitazione psichiatrica, fondamentale per l’attivazione del progetto. È questo un tema estremamente delicato che si intreccia con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e con l’attuale disciplina normativa che prevede tuttora una ridotta possibilità per i condannati con infermità psichica sopravvenuta di eseguire la pena in un contesto ad essi confacente, cioè necessariamente fuori dalle mura del carcere. Se sul primo fronte sono in fase di predisposizione alcune ipotesi risolutive, di cui si è auspicata la più sollecita realizzazione, la Garante è tornata a sottolineare l’urgenza di un intervento della Provincia in grado di assicurare la più sollecita realizzazione del centro diurno, anche alla luce dei numeri rilevanti di persone detenute con diagnosi psichiatrica grave (il 10% circa della popolazione detenuta), ai quali si aggiunge una rilevante percentuale di persone affette da patologie più lievi.

 

“La situazione attuale all'interno della Casa Circondariale di Spini appare ad oggi particolarmente difficile” ha spiegato la garante. Ne sono espressione anche le recenti aggressioni ad alcuni agenti di Polizia penitenziaria e ad alcuni medici e infermieri dell'area sanitaria. Le cause vanno verosimilmente ricollegate, da un lato, alla massiccia e contestabile presenza di persone affette da conclamate e gravi patologie psichiatriche all'interno dell'istituto di pena, dall'altro, più in generale, all'attuale contesto caratterizzato dai persistenti e richiamati problemi, alcuni preesistenti ed altri originati o acuiti dalla pandemia.

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