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| 12 set 2022 | 18:13

Carenza di professionisti e numero chiuso a Medicina? “Ecco perché abolirlo sarebbe un errore. L'Autonomia sia fucina di idee: Trento potrebbe formare i propri medici”

L'intervento a il Dolomiti di Federico Busetti, medico legale a Bressanone ed esponente di Trentino autonomista libero: “Perché in Italia mancano medici? Ciò che non funziona non è a livello della formazione universitaria, ma dopo: è il post laurea che non è in grado di reggere il ritmo”

Carenza di professionisti e numero chiuso a Medicina?

TRENTO. Mentre il giorno delle elezioni si avvicina sempre di più, dalla Lega a Fratelli d'Italia nelle ultime settimane gli appelli per abolire il numero chiuso nelle facoltà di Medicina si sono fatti sentire più volte. Matteo Salvini in particolare ha più volte proposto di eliminare la soglia di sbarramento per risolvere il problema della carenza di medici all'interno degli ospedali, una problematica esplosa in Italia in particolare dopo l'emergenza sanitaria determinata dall'arrivo del Covid-19: ma abolire il numero chiuso risolverebbe veramente il problema? È partendo da questa domanda che Federico Busetti, medico legale a Bressanone ed esponente di Trentino autonomista libero, è partito in un lungo intervento sulla questione inviato a il Dolomiti. E riassumendo, la risposta è “no”, anzi sarebbe “un errore”. Ma procediamo con ordine.

 

“La società e con essa la politica – scrive Busetti – si trova ormai da anni a dover affrontare la spinosa problematica del ricambio generazionale della classe medica. Sembra infatti che a fronte di un'intera generazione che in questi anni si prepara al pensionamento non ve ne sia una giovane per coprire i posti lasciati vacanti all'interno del servizio sanitario. Appare questa una questione aperta in Italia come in Trentino”. Ed è proprio su questa questione che si innestano le proposte di parte della politica, che come detto si è scagliata contro il numero chiuso. Ma perché, innanzitutto, il numero chiuso esiste? “La risposta – dice Busetti – è da ricercarsi nell'inflazione che la professione ha subito negli anni '80. Troppi si iscrivevano al corso di studi, le università erano paralizzate e i medici troppi rispetto ai posti di lavoro disponibili”. Nell'87 si decise quindi di intervenire limitando l'accesso al corso di studi. “Fu una scelta azzeccata – sottolinea il medico legale – in questo modo l'Italia nelle intenzione degli ideatori della misura, si dotava di una programmazione in merito alla formazione primaria dei giovani medici, garantendo inoltre che non si verificasse più lo spiacevole fenomeno degli esuberi”. Secondo gli ultimi dati in Italia oggi ci sono circa 16mila posti a disposizione per iscriversi al primo anno della facoltà di medicina e chirurgia: “Cioè un numero sufficiente – continua Busetti – per soddisfare il numero di nuovi medici”.

 

Perché allora si sente dire costantemente che in Italia mancano medici? “Perché ciò che non funziona – precisa Busetti – non è a livello della formazione universitaria ma dopo, è il post laurea che non è in grado di reggere il ritmo”. I numeri riportati dal medico legale in questo ambito sono chiari: fino al 2019 i posti disponibili per le specializzazioni erano poco più di 10mila (“successivamente le lotte portate avanti dai sindacati di categoria e l'estrema necessità di professionisti ha spinto il Governo ad aumentare i finanziamenti per la formazione medica secondaria portato la disponibilità a 12.980 posti per anno”), a fronte di oltre 16mila medici laureati ed abilitati alla professione che ogni anno tentano il test che è necessario superare per accedere alle Scuole di specializzazione. Ecco quindi che in questo contesto, dice Busetti, si forma il cosiddetto 'imbuto formativo' di cui tanto si parla e si è parlato. La specializzazione tra l'altro “non è facoltativa ma obbligatoria” aggiunge il medico legale, e quindi “si evince chiaramente, leggendo qualche articolo sull'argomento, che l'Italia si priva ogni anno di circa 7mila medici, al lordo di quanti entrano in una specializzazione e poi per i motivi più disparati decidono di abbandonare. Dato che, secondo un'inchiesta de L'Espresso, ammonta quest'anno a circa 846 unità”. Altro dato importante, dice Busetti, è la crescita costante dei numeri dell'imbuto formativo, cioè di quei medici “che non riuscendo a superare il test di specializzazione vengono 'messi in panchina' sino all'anno seguente. Esso ha subito un incremento medio di 930 unità all'anno dal 2014 al 2018, cosa assurda per uno Stato che dovrebbe invece assumerne il più alto numero possibile per garantire le cure alla popolazione e un futuro al proprio sistema sanitario”.

 

Ecco quindi che, alla luce di tutto ciò, si torna alla domanda iniziale: è utile abolire il numero chiuso alla facoltà di medicina? “No – è, come detto, la risposta di Busetti – anzi è un errore. Se si togliesse lo sbarramento oltre a riversare sull'università di medicina un'orda di iscrizioni ingestibile, si farebbe grave danno alla qualità e si aumenterebbe il problema in quanto il numero dei laureati sarebbe enorme e la già precaria capacità dello Stato nel reperimento delle risorse economiche per la formazione post-lauream sarebbe ulteriormente indebolita, facendo schizzare alle stelle il numero di medici costituente l'imbuto formativo, che sempre meno verrebbero assorbiti dal sistema”. L'anello debole, ribadisce Busetti, è la formazione “dove c'è uno Stato disorganizzato e privo delle risorse economiche necessarie alla formazione di giovani specialisti a cui si contrappongono delle Province autonome, nel nostro caso quella di Trento, che potrebbero formarsi i propri medici”.

 

Questa, dice il medico legale: “E' a mio avviso la sfida dei prossimi anni per far sopravvivere il nostro sistema sanitario. Come spesso è avvenuto nella storia, l'Autonomia deve fungere da laboratorio, deve essere una fucina di idee nuove da proporre e possibilmente esportare, la cui realizzazione può avvenire proprio grazie alle prerogative che lo Stato ha concesso al territorio per autogovernarsi”. Nel dettaglio sarebbe quindi necessario “negoziare con Roma la concessione della formazione medica – scrive Busetti – che deve cessare di essere un titolo universitario, con l'obbligo di frequentazione di una Scuola di specializzazione così com'è oggi, per trasformarsi in un riconoscimento clinico. Cosa che si verifica già in molti Paesi europei, come Germania e Austria per citarne solo due”. Questo permetterebbe quindi di “disporre da subito di medici attivi e in grado man mano di sostituire i pensionamenti, oltre a garantire un trattamento contrattuale sensibilmente migliorativo rispetto alla condizione dello specializzando in Italia (il nostro paese è al penultimo posto in Europa per trattamento economico dei giovani medici)”.

 

Dato che a sua volte è strettamente connesso con la migrazione all'estero dei giovani professionisti italiani. “Quindi se il Trentino – conclude Busetti – potesse gestire la formazione medica su base provinciale, con un'adeguata pianificazione, non solo tratterebbe i medici trentini ma diventerebbe attrattiva anche per quelli provenienti da fuori provincia, innescando un volano di ricadute positive sul territorio dal punto di vista scientifico, economico, sociale e culturale”.

 

ECCO L'INTERVENTO INTEGRALE DI FEDERICO BUSETTI

 

"La società e con essa la politica si trova ormai da anni a dover affrontare la spinosa problematica del ricambio generazionale della classe medica. Sembra infatti che a fronte di un’intera generazione che in questi anni si prepara al pensionamento non ve ne sia una giovane per coprire i posti lasciati vacanti all’interno del servizio sanitario. Appare questo, una questione aperta in Italia come in Trentino.

 

Ecco che allora, dato il periodo elettorale, anche questo entra a far parte del calderone dei vari candidati, che giustamente lo inseriscono nel novero degli argomenti da trattare, in fondo offrire una soluzione alla carenza di medici garantendo la tutela della popolazione, è certo argomento forte e direi anche convincente. Molti di loro, anzi direi tutti, gridano a gran voce la propria contrarietà al numero chiuso, cioè allo sbarramento che attualmente vige nel nostro Paese per accedere al corso di studi in medicina e chirurgia.

 

Innanzitutto, i non addetti ai lavori potrebbero chiedersi come mai esista un numero chiuso, un numero cioè, oltre il quale il sistema universitario italiano non accetta l’iscrizione, regolamentato da un test di ingresso su cui è basata poi una graduatoria per stabilire chi può iscriversi al corso di studi e conseguire il titolo, quindi, in ultima analisi, diventare medico e chi invece rimane escluso e non può iscriversi potendo così decidere se riprovare il test l’anno seguente o rivolgere l’ambizione verso un altro corso di studi.

 

Ma torniamo alla domanda iniziale: perché esiste?

 

La risposta è da ricercarsi nell’inflazione che la professione ha subito negli anni '80 del secolo scorso. Troppi si iscrivevano al corso di studi, le università erano paralizzate e i medici troppi rispetto ai posti di lavoro disponibili. Immaginate, anche ai giorni nostri, di dover fare un tirocinio in corsia in 40 o dover frequentare un ambulatorio in 60. Improponibile, la qualità dell’insegnamento ne risentirebbe in modo inequivocabile, diventando un incubo per gli studenti e per i medici docenti. Fu così che nell’ormai lontano 1987 si decise di intervenire limitando l’accesso al corso di studi. Fu una scelta azzeccata, in questo modo l’Italia nelle intenzioni degli ideatori della misura, si dotava di una programmazione in merito alla formazione primaria dei giovani medici, garantendo inoltre che non si verificasse più lo spiacevole fenomeno degli esuberi, come accaduto in passato. Attualmente, secondo gli ultimi dati, in Italia ci sono circa 16.000 posti a disposizione per iscriversi al primo anno della facoltà di medicina e chirurgia, cioè un numero sufficiente per soddisfare il fabbisogno di nuovi medici, considerato che, più o meno ce ne sono altrettanti al secondo, al terzo, al quarto al quinto e infine al sesto anno, ultimo anno di corso. Fino qui dunque, tutto bene.

 

Ma allora perché si sente dire costantemente che in Italia mancano medici?

 

Perché ciò che non funziona non è a livello della formazione universitaria che, come detto, riesce a formare un numero bastante di sanitari ma dopo, è il post laurea che non è in grado di reggere il ritmo. Basti pensare che per il triennio 2020-2023 i posti disponibili per le specializzazioni si aggirano attorno alle 38.942 unità, nel triennio precedente erano 30.492. Si evince dunque che fino al 2019 si contavano 10.164 posti per anno, successivamente le lotte portate avanti dai sindacati di categoria e l’estrema necessità professionisti ha spinto il Governo ad aumentare i finanziamenti per la formazione medica secondaria (post-lauream per intenderci) portando la disponibilità a 12.980 posti per anno. Tutto ciò a fronte dei più di 16.000 medici laureati e abilitati alla professione che ogni anno tentano il test che è necessario superare per accedere alle Scuole di specializzazione. Va da sé quindi capire che, laddove i posti disponibili sono costantemente in numero inferiore rispetto agli aspiranti si crea un ingorgo, un collo di bottiglia, questo è il cosiddetto “imbuto formativo” di cui tanto di si parla e si è parlato. Situazione che, giova ancora ripetere, si verifica dopo la formazione universitaria. Gli specializzandi infatti sono medici già laureati e abilitati alla professione medica, che per ottenere la specializzazione desiderata devono studiare per superare un altro test per accedere alla formazione post-lauream. Qui ci fermiamo, urge puntualizzazione.

 

Bisogna sapere che la specializzazione o specialità medica che dir si voglia, non è facoltativa ma obbligatoria. Questo vuol dire che quando qualcuno di noi si reca da un medico, sia esso allergologo, cardiologo, otorinolaringoiatra, ginecologo, urologo per citarne cinque a caso, sta andando da un professionista che ha ottenuto una laurea in medicina della durata di 6 anni a cui si aggiunge la durata di una Scuola di specializzazione, della durata di 4 o 5 anni conforme alla specializzazione scelta dal singolo medico. Questo è un percorso minimo obbligatorio. Lo Stato infatti rilascia il titolo di cardiologo, per esempio, solo dopo la fine del percorso di formazione specialistica. Un discorso a parte è da farsi per la medicina generale che è gestita a livello locale e prevede una formazione della durata di 3 anni. Quindi stanti i dati sopra citati e avendo compreso che l’ottenimento di una specializzazione è sostanzialmente obbligatorio si evince chiaramente, leggendo qualche articolo sull’argomento, che l’Italia si priva ogni anno di circa 7.000 medici, al lordo di quanti entrano in una specializzazione e poi per i motivi più disparati decidono di abbandonare dato che, secondo un’inchiesta de “L’Espresso” ammonta quest’anno a circa 846 unità. Altro dato importante è la costante crescita dei numeri dell’imbuto formativo, cioè di quei medici che non riuscendo a superare il test di specializzazione vengono “messi in panchina” sino all’anno seguente. Esso ha subito un incremento medio di 930 unità all’anno dal 2014 al 2018, cosa assurda per uno Stato che dovrebbe invece assumerne il più alto numero possibile per garantire le cure alla popolazione e un futuro al proprio sistema sanitario.

 

Alla luce di quanto sopra esposto è utile abolire il numero chiuso alla facoltà di medicina?

 

No, anzi è un errore. Se si togliesse lo sbarramento oltre a riversare sull’università di medicina un’orda di iscrizioni ingestibile, si farebbe grave danno alla qualità e si aumenterebbe il problema in quanto il numero dei laureati sarebbe enorme e la già precaria capacità dello Stato nel reperimento delle risorse economiche per la formazione post-lauream, sarebbe ulteriormente indebolita, facendo schizzare alle selle il numero di medici costituente l’imbuto formativo, che sempre meno verrebbero assorbiti dal sistema.

 

Infine, proviamo a trovare una soluzione.

 

Diamo quindi per assodato che togliere il numero chiuso non risolve il problema. Può essere al massimo una di quelle propagande populiste che trovano spazio in campagna elettorale portate avanti da chi non si intende della materia e che pensa di poter far leva sulla scarsa conoscenza in merito da parte dei non esperti del settore, cioè da parte della maggioranza degli elettori. Questo è il classico argomento di nicchia, solitamente interessante per chi è del mestiere, così come i tecnicismi appartenenti a tutte le professioni, che tuttavia assurge ad argomento di valore generalista in periodo di elezioni, in questo caso per via della carenza di medici. Ma i problemi vanno studiati e compresi, non basta guardarne la superficie, è necessario scavare fino alle fondamenta per comprenderli appieno e risolverli. Facendo un paragone attuale si potrebbe affermare che è come voler risolvere il problema idrico di una certa città aumentando l’apporto di acqua nel sistema di distribuzione, secondo il ragionamento lineare semplice: più acqua nella rete idrica=più acqua nelle case= problema risolto. Senza andare ad indagare il motivo della mancanza di acqua, fino all’indagine accurata di qualche tecnico che rileva grosse perdite dai tubi della rete di distribuzione, ecco che quindi il mero aumento dell’apporto idrico non risolve il problema. Analogamente per l’argomento in questione il problema va indagato a fondo, scoprendo che la mancanza di medici non è colmata dall’abolizione del numero chiuso, come non lo è dalla fondazione di nuove e improbabili università di medicina, elementi che di converso, risultano addirittura nocivi allo scopo.

 

L’anello debole è la formazione dove c’è uno Stato disorganizzato e privo delle risorse economiche necessarie alla formazione di giovani specialisti a cui si contrappongono delle Province Autonome, nel nostro caso quella di Trento, che potrebbero formarsi i propri medici. Questa è, a mio avviso, la sfida dei prossimi anni per far sopravvivere il nostro sistema sanitario. Come spesso è avvenuto nella storia l’Autonomia deve fungere da laboratorio, deve essere una fucina di idee nuove da proporre e possibilmente esportare, la cui realizzazione può avvenire proprio grazie alle prerogative che lo Stato ha concesso al territorio per autogovernarsi. È necessario negoziare con Roma la concessione della formazione medica, che deve cessare di essere un titolo universitario, con l’obbligo di frequentazione di una Scuola di specializzazione così com’è oggi, per trasformarsi in un riconoscimento clinico. Cosa che si verifica già in molti Paesi europei, come Germania e Austria, per citarne solo due. Questo permetterebbe di disporre da subito di medici attivi e in grado man mano di sostituire i pensionamenti, oltre a garantire un trattamento sia contrattuale sensibilmente migliorativo rispetto alla condizione dello specializzando in Italia, argomento che mi riservo di approfondire in altra sede, ma che, per anticipare, vede l’Italia come il Paese europeo al penultimo posto, ultima è la Grecia, per trattamento economico dei giovani medici.

 

Dato quest’ultimo strettamente connesso con una la questione della migrazione all’estero dei medici italiani, soprattutto giovani, che provoca al nostro Paese un danno di capitale umano, culturale e scientifico ogni anno più ingente. Quindi se il Trentino potesse gestire la formazione medica su base provinciale, con un’adeguata pianificazione, non solo tratterrebbe i medici trentini ma diverrebbe attrattiva anche per quelli provenienti da fuori provincia, innescando un volano di positive ricadute sul territorio sia dal punto di vista scientifico che economico, sociale e culturale.

 

Sicuramente perché questo si realizzi il Trentino ha bisogno di rappresentanti seri, preparati che sappiano utilizzare i delicati alambicchi dell’Autonomia, che sappiano tradurre i bisogni del territorio in concreti programmi da utilizzare al fine di intercettare quel desiderio di lungimiranza di una società in continuo mutamento, in grado di precorrere i tempi. Tutto ciò non è facile, è difficile, complesso, come tutte le sfide affascinanti e appassionanti. D’altronde per trovare i diamanti bisogna scendere nel cuore della terra, chi sta in superficie si accontenta della mediocrità". 

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