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| 03 lug 2022 | 06:01

"Dal 2019 siamo riusciti a salvare circa 200 persone colpite da ictus". Il Santa Chiara diventa un "Centro Gold". Giometto: "Costo sociale maggiore rispetto all'infarto"

Sono circa 1.000 i pazienti ogni anno che vengono colpiti da ictus. In relazione all'età la curva cresce dai 60 anni in poi, con un picco verso gli 80, in particolare per gli uomini che sono più a rischio. Giometti: "Il fattore tempo è tutto. Il nostro percorso è tra i migliori in Italia. Prime avvisaglie? Mancanza di forza in un arto, paralisi facciale o difficoltà nella parola"

"Dal 2019 siamo riusciti a salvare circa 200 persone colpite da ictus"
di Francesca Cristoforetti

TRENTO. "Dal 2019 siamo riusciti a salvare circa 200 persone colpite da un ictus ischemico, evitando loro le peggiori conseguenze. Più del 20% dei pazienti trattati con le nuove terapie hanno avuto esito positivo sia con guarigioni complete che recuperi parziali della mobilità, ma sicuramente salvati dalla paralisi totale". E' un commento che fa ben sperare quello di Bruno Giometto, direttore dell’Unità operativa di neurologia dell'Ospedale Santa Chiara di Trento, che si classifica come "Centro Oro" nell’ambito del programma Eso-Angels Awards, l’iniziativa con lo scopo di aumentare il numero di pazienti trattati con le nuove terapie e ottimizzare la qualità dei trattamenti nei centri Stroke europei (Qui l'articolo).

 

Un riconoscimento che nei confronti dei pazienti con ictus testimonia l’alta qualità dei percorsi clinici.  Con queste terapie "noi ora abbiamo la possibilità di sciogliere il trombo che si forma nell'arteria che porta il sangue al cervello in tempi molto più brevi, riaprendo così la circolazione dove si è bloccata". Dall'esordio dell'ictus si parla infatti di "circa 4 ore e mezza attraverso un farmaco in vena ed entro le 6 ore per via angiografica, arrivando al trombo quindi in modo meccanico".

 

Il "Centro oro" viene attribuito principalmente per un "fattore tempo", conferma il direttore, fondamentale in questi casi: "Prima avviene la diagnosi e si interviene - prosegue maggiori sono le probabilità di poterli salvare".

 

La comunicazione e la collaborazione tra i diversi professionisti della struttura ospedaliera si rivela essenziale: "Noi neurologi siamo solo dei direttori d'orchestra. Necessari sono i passaggi veloci dalla chiamata del paziente a Trentino emergenza al Pronto soccorso alla presa in carico da parte del neurologo e degli infermieri della neurologia con ricovero in stroke unit".

 

Le "unità ictus" sono infatti dei reparti in cui vengono ricoverati i pazienti colpiti da ictus che si trovano ancora in fase acuta: 8 sono i posti al Santa Chiara, dove le persone sono seguite da infermieri, logoterapisti e fisioterapisti che "intervengono subito nei primi giorni a seguito dell'ictus per fare in modo che riprendano immediatamente mobilità senza lasciarli fermi". 

 

Per questo l'Ospedale Santa Chiara è stato premiato: "Il nostro percorso per una patologia 'tempo dipendente', dove la precocità delle cure è fondamentale per l’esito della malattia, si rivela tra i migliori rispetto agli standard italiani. Noi siamo tra i più veloci". Soltanto due anni fa l’Apss ha formalizzato la "Rete dell’ictus" per cui tutti i sanitari coinvolti sono stati attivati secondo protocolli ben definiti e raccolti in uno specifico Pdta.

 

Sono circa 1.000 i pazienti colpiti da ictus ogni anno: "Sul totale 700-800 sono ischemici, quindi con occlusione del vaso sanguigno, mentre il resto è emorragico, e in questo caso purtroppo non si può fare nulla". Per questo la celerità nell'organizzazione è fondamentale, anche se "la diagnosi non sempre è facile in tempi così ristretti". 

 

 

Il primo step per evitare l'insorgenza di un ictus è la prevenzione: "Evitare i fattori di rischio, quali il fumo di sigaretta e tenere sotto controllo il colesterolo nel sangue, il diabete, le aritmie". Il secondo passo è cercare di educare il paziente a riconoscerne i sintomi; le prime avvisaglie possono essere "la mancanza di forza in un arto, una paralisi facciale come la bocca storta o afasia quindi difficoltà nella parola".

 

In relazione all'età la curva cresce dai 60 anni in poi, con un picco verso gli 80, spiega Giometto, e "sono gli uomini ad essere maggiormente esposti a  rischio". Capita però purtroppo anche nelle persone più giovani, che rappresentano "i casi più difficili da diagnosticare vista l'età". 

 

Negli ultimi anni, sostiene il direttore, la percentuale di casi tra i 20 e i 50 anni si aggira intorno al 5%: "Questa fascia rappresenta però il costo sociale ed economico maggiore - conclude - visto che spesso si tratta di lavoratori. Ricordiamoci che l'ictus può provocare, se non preso in tempo, paralisi anche totali e disturbi della vista. E' un costo sociale altissimo, molto più dell'infarto che con le dovute precauzioni non lascia segni. Con l'ictus nella maggior parte dei casi c'è bisogno di una successiva riabilitazione e spesso le persone non possono più tornare a lavorare".

 

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