Violenza ostetrica, parlano le professioniste. Vaccari: "Bisogna essere alleate delle donne e rivedere i modelli organizzativi che non permettono un'assistenza '1 a 1'"
Dopo le diverse testimonianze di donne che hanno subìto forme di violenza ostetrica si è espressa anche la presidente della Fnopo, intervistata da Il Dolomiti: "Comprendiamo il senso di solitudine. Per troppi anni le ostetriche sono state inserite esclusivamente nelle sale parto, ma dovrebbero essere presenti in tutto il percorso nascita. La pandemia? Costi enormi sulla storia di chi stava per diventare genitore"

TRENTO. "Comprendiamo il sentimento di solitudine e deprivazione che queste donne raccontano. Senso di solitudine che ogni persona che ha dovuto affrontare un ricovero in ospedale ha percepito, ma che anche tutti i professionisti sanitari hanno condiviso in un momento difficile per tutti". Risponde così Silvia Vaccari, presidente della Federazione nazionale collegi ostetriche, alle storie di tutte quelle madri che invece di vivere con serenità l’esperienza del parto, hanno subìto forme di violenza ostetrica che inevitabilmente le ha segnate.
Il commento si riferisce in particolare ai risultati emersi dall'indagine dell'Istituto superiore di sanità, elaborati nel periodo tra marzo 2020 e febbraio 2021 durante la fase pandemica (Qui i dati).
Sono state tante le voci raccolte in questi mesi da Il Dolomiti: se da una parte sono molte le donne che hanno deciso di parlare, dall'altra sono ancora di più quelle che non hanno trovato la forza di raccontare la propria storia, essendo ancora troppo doloroso far riemergere il ricordo del loro parto.
Dalla scarsa comunicazione al sentirsi poco coinvolte nelle scelte mediche, fino "violenze mediche come l’episiotomia o il parto cesareo non concordato", confermava anche Paola Taufer, presidente della Commissione provinciale per le pari opportunità tra donna e uomo (Qui l'articolo). Sono tante le declinazioni che può assumere questa forma di maltrattamento, che deriva da un retaggio culturale ancora molto radicato nella società (Qui l'articolo).
Alle domande risponde così la presidente Vaccari, intervistata da Il Dolomiti.
Perché tante donne non vivono serenamente l'esperienza del parto?
E’ una domanda complessa. Dire perché tante donne non vivono serenamente l’esperienza del parto non è semplice perché è un fenomeno che dipende da fattori solo in parte clinico-organizzativi ma anche in gran parte culturali e sociali e dalle aspettative che hanno le donne e le coppie nei confronti di questo momento unico ed esclusivo da un punto di vista emozionale. L’esperienza del parto, o meglio del divenire madre e padre, rappresenta per una donna una delle esperienze più travolgenti della vita con una ricaduta sia sulla percezione di sé che delle proprie potenzialità e priorità che non ha eguali. L’assistenza alla nascita in particolare deve avere un approccio olistico che consideri mamma, neonato e padre come triade. La centralità della triade deve essere mantenuta anche nelle situazioni che presentano complicanze e imprevisti e se non fosse possibile per la gravità della condizione è fondamentale favorire il prima possibile il ricongiungimento e curare molto bene la comunicazione e la relazione sia all’interno della coppia che con tutti i professionisti.
Anche alla luce dei dati pubblicati dall'Iss, che fanno riferimento al periodo pandemico, come si può commentare il fenomeno della violenza ostetrica?
Purtroppo la pandemia ha portato nei servizi sanitari uno stravolgimento organizzativo che non ha eguali e ha definito priorità diverse rispetto al periodo pre-pandemico. Poco si sapeva dell’impatto dell’infezione sulle madri e sui bambini e le indicazioni fornite per il contenimento della diffusione sono state elaborate senza riuscire in quel momento a declinare il tutto, anche considerando le esigenze della mamma e del neonato, con un unico obiettivo, proteggere il nuovo nato, la mamma e il papà. La drammaticità degli eventi che si susseguivano e la dichiarazione di uno stato di emergenza con prescrizione di misure di prevenzione e contenimento della pandemia hanno avuto dei costi enormi sulla storia di chi veniva ricoverato in ospedale e in particolare modo di chi si accingeva a divenire genitore e famiglia in quel periodo e purtroppo anche quando i dati sono stati rassicuranti riprendere i comportamenti pre-pandemici non è stato facile, né per i professionisti, per le aziende e a volte neanche per le future mamme dove un certo timore e senso di protezione della nuova vita ancora oggi le guida a essere prudenti. Tutto ciò non giustifica, ma spiega ciò che l’indagine Iss ha rilevato e possiamo comprendere il sentimento di solitudine e deprivazione che queste donne raccontano, senso di solitudine che ogni persona che abbia dovuto affrontare un ricovero in ospedale ha percepito, ma che anche tutti i professionisti sanitari hanno condiviso in un momento difficile per tutti.
Alla luce anche delle diverse testimonianze, pensate che all'interno dei reparti, a livello nazionale, ci sia sufficiente consapevolezza riguardo a questo tema?
La situazione in Italia è molto disomogenea e anche nella stessa città o provincia esistono ospedali che lavorano in modo molto diverso uno dall’altro. La consapevolezza non è mai sufficiente fino a quando anche solo qualche donna racconterà di aver avuto una esperienza negativa: è nel dna della nostra professione, nel nostro codice deontologico, profilo professionale e percorso didattico, l’attenzione alla donna e al suo bambino, l’accompagnamento , il sostegno e il rispetto. E’ giusto però riconoscere che le cose in questi ultimi 40 anni sono progressivamente cambiate e che proprio grazie all’impegno e alla dedizione di molte ostetriche oltre che alla progressione delle conoscenze oggi l’esperienza del parto è sempre meno subita quanto piuttosto partecipata e percepita.
Servirebbe una maggior opera di sensibilizzazione?
Credo che più che una maggiore sensibilizzazione sia necessario rivedere modelli organizzativi all’interno delle Aziende che non permettono di garantire una assistenza "one to one", una vera continuità ospedale/territorio e un ruolo centrale anche ai caregiver. Una chiara interlocuzione anche tra donne/utenti/ e i professionisti sanitari credo sia la vera chiave di volta.
Come si può contrastare questo fenomeno e chi può fare la differenza?
Ognuno ha il proprio ruolo e quello delle associazioni di donne/ famiglie non sono in contrapposizione con le azioni che anche professionalmente vengono attuate. Ognuno partecipa in base alla propria sensibilità e ruolo in modo più o meno pubblico alle varie iniziative. Ciò che compete a noi come ostetriche è il rispetto, l’attenzione, l’accoglienza, l’aiuto e il sostegno che possiamo dare non solo nella fase prima della gravidanza e del parto, ma in tutto il ciclo vitale della donna. Tutta la categoria professionale delle ostetriche crede e sostiene che se davvero venissero adottati modelli organizzativi centrati sulle cure ostetriche molti dei vissuti delle donne sarebbero diversi. Serve comunque un tempo e uno spazio adeguato per poter riflettere e agire in modo personale. Ciò che va bene a una persona non è automaticamente il meglio per un’altra e serve un grande lavoro personale e disponibilità per riuscire a cogliere e interpretare le richieste anche quando non direttamente espresse. Per questo, l’uso di strumenti quali il report delle sale parte contenenti gli indicatori principali dell’assistenza materno neonatale, possono guidare la donna a rivolgersi presso la struttura che maggiormente corrisponde alle proprie aspettative, ma anche la discussione di un piano del parto presentato dalla donna può orientare l’attenzione dei professionisti coinvolti nel percorso nascita sul desiderato individuale, piano del parto come momento interlocutorio e come momento di crescita insieme tra la coppia l’ostetrica e tutto il team assistenziale.
In alcune regioni si registra una carenza di personale. Credete ci sia un sovraccarico del personale sanitario, in questo caso delle ostetriche?
La realtà è molto disomogenea e certamente la carenza di personale influisce in modo diretto sulla qualità dell’assistenza erogata creando anche condizioni di forte stress per i professionisti. Per troppi anni le ostetriche sono state inserite quasi esclusivamente nelle sale parto, mentre è necessario che siano presenti in tutto il percorso nascita, dalla fase preconcezionale ai primi mille giorni di vita. Inoltre la modalità con cui si dibattono e affrontano questi temi è importante e sia sempre più improntata alla creazione di alleanze tra professionisti e donne più che di contrapposizioni e prevaricazioni. Sarebbe importante ribadire a tutti i professionisti che il parto è un evento rilevante e come tale ha la necessità di essere rispettato nella sua unicità e personalizzato nel suo agire, forse una buona fetta dei racconti avrebbero un epilogo diverso. Racconti che a volte vengono vissuti in maniera differente dalle donne e dai professionisti. Credo inoltre che sarebbe necessario come professionisti confrontarsi sempre con la donna sia prima che dopo su cosa ci si aspettava e su come avevamo immaginato questo momento e su come invece è stato. Questo serve sicuramente a noi professionisti, ma anche alle donne per dare un rimando positivo e proattivo del vissuto: lo trovo anche un bel momento di intimità tra donne e tra pari. Auspico che sempre più l’ostetrica sia l’alleata della donna, che dia voce al suo bisogno e che si attivi per rispondere nel migliore dei modi alle sue aspettative.


















