Contenuto sponsorizzato

"Il mio piccolo piangeva e nessuno mi ha mai aiutata". Parlano le donne vittime di violenza ostetrica: "Non siamo solo pazienti"

Le donne che sono state vittime di violenza ostetrica raccontano la loro esperienza personale durante il parto. In Italia una donna su quattro subisce questo tipo di violenza. Poca comunicazione con il personale sanitario, senso di inadeguatezza e non sentirsi capite sono le sensazioni più comuni: "Siamo un rapporto d’amore che sta iniziando e come avverrà questa partenza dipende anche da ostetriche e puericultrici"

Di Francesca Cristoforetti - 01 May 2022 - 06:01

TRENTO. “Sono stata due giorni completamente sola, se non per le visite di routine e le mie compagne di stanza. Il mio piccolo piangeva in continuazione e nessuno mi ha mai aiutato ad attaccarlo al seno”. Noemi, nome di fantasia, è solo una delle testimonianze raccolte da Il Dolomiti, di donne che hanno vissuto l’esperienza del parto con difficoltà, subendo ciò che viene definito come violenza ostetrica, l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario. In Italia una donna su quattro ne è vittima.

 

Non siamo solo pazienti che poi se ne andranno – prosegue Noemi – siamo una diade, un rapporto d’amore che sta iniziando e come avverrà questa partenza dipende anche da ostetriche e puericultrici”.

 

Il parto è infatti un’esperienza soggettiva e molto intima, aveva ricordato Caterina Masè, vice presidente della Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica ed ex presidente del Collegio provinciale delle ostetriche di Trento (Qui l'articolo).

 

“I giorni di degenza sono stati i più brutti e difficili della mia vita - prosegue il racconto - il reparto era particolarmente affollato di piccini e neomamme, ovviamente sole, complice l’emergenza sanitaria che impediva a chiunque di venire a trovarci”. In aggiunta le regole dettate nei reparti a causa della pandemia hanno accentuato il senso di solitudine delle neo mamme perché “i papà potevano passare a fare visita per un’ora al giorno”.

 

Poca comunicazione con il personale sanitario, senso di inadeguatezza e non sentirsi capite sono le sensazioni più comuni che emergono da queste storie, che non sono comuni a tutte, ma di tante.

 

Su 3.981 donne che si sono sottoposte al travaglio, il 39.2% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche, il 33.0% ha sperimentato una comunicazione poco chiara da parte del personale, il 24.8% non è stato sempre trattato con dignità e il 12.7% ha riportato abusi, emerge dai dati elaborati dal Centro Who Burlo di Trieste e l’Istituto superiore di sanità, raccolti nel periodo tra marzo 2020 e febbraio 2021. Dati che in parte “si discostano da quelli in Trentino, - ricorda Masè - dove la situazione è decisamente migliore rispetto ad altre regioni anche per il grande lavoro che c'è stato dietro”.

 

Non si tratta soltanto di scelte mediche, ma di sviluppare una maggiore considerazione della sensibilità della donna anche sotto il punto di vista psicologico e culturale, essendo il parto un “evento intimo sessualmente rilevante”.

 

“Suonavo il campanello ma nessuno arrivava e, - prosegue il racconto - se qualche volta qualcuno mi rispondeva, alla richiesta ‘mi fa male il seno, mi aiutate ad attaccarlo bene?’ mi veniva risposto che era normale e che l’attacco era corretto”.

 

Non riuscire a sentirsi in grado di essere delle “buone madri” è l’emozione che persiste nei giorni che seguono il parto: “Non sono in grado di fare la mamma – dichiara la ragazza – non lo so calmare, non lo so nutrire. Le puericultrici, che dovevano essere le persone più indicate per aiutarmi a conoscerlo, mi dicono che non ho latte, che è un piangione, gli danno il latte artificiale e il ciuccio e non mi aiutano ad attaccarlo correttamente al seno”.

 

Sono emozioni che queste donne fanno fatica a rivivere: “Una mamma che è invasa da ormoni, emozioni, bisogni e paure - prosegue Noemi - e che, soprattutto durante questa emergenza, sono proprio loro, con le ostetriche, le uniche persone alle quali appoggiarsi chiedendo conforto e supporto”.

 

Un'altra voce arriva da Silvia, altro nome di fantasia per tutelare l’identità della donna, che invece ha vissuto l’esperienza del parto prima dello scoppio della pandemia. “Per me è stato un parto difficile e indotto. Sono state 18 ore di travaglio, con tre epidurali. Data la difficoltà del parto due ostetriche mi hanno effettuato la manovra di Kristeller, sconsigliata dall'Oms, bloccandomi di fatto il respiro. Ho fatto davvero fatica. Non riuscivo a spingere e urlare contemporaneamente”.

 

Ci vuole quindi una maggiore sensibilizzazione riguardo a questo tema, prestando maggiore attenzione anche alla parte psicologica delle partorienti. “Non ho percepito il rispetto del mia sensibilità e del mio corpo – sostiene Silvia – ho provato una tristezza infinita. Un’ostetrica mi ha chiesto scusa per quello che avevo vissuto, è stata un’esperienza che mi ha segnata”.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione del 28 giugno 2022
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
30 June - 16:18
Sono stati trovati 565 positivi a fronte di 2.105 tamponi. Nessun decesso nelle ultime 24 ore. Sono 48 i pazienti ricoverati in ospedale
Cronaca
30 June - 15:12
L'incidente è avvenuto in val Venosta: un impatto tra un'auto e un mezzo pesante. Un bambino di 5 anni è stato trasportato all'ospedale di Bolzano
Ricerca e università
30 June - 11:35
Il progetto "D-Wines" ha riguardato l'analisi e la degustazione di 246 campioni di vino appartenenti a 18 diversi vini monovarietali italiani [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato