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"La nascita di mio figlio? Uno dei momenti più bui della mia vita". I racconti delle vittime di violenza ostetrica. "Mi sono sentita sola e inutile, non coinvolta"

Proseguono le testimonianze personali delle donne che hanno voluto parlare della loro esperienza del parto, vissuta come evento negativo: "La parte peggiore è stato scoprire che avevano eseguito l'episiotomia, senza alcun preavviso. Il ricordo dopo mesi e mesi lascia ancora traccia, un bruciore sottopelle"

Di Francesca Cristoforetti - 04 maggio 2022 - 06:01

TRENTO. “Non sono mai stata coinvolta nelle scelte, purtroppo a causa di questo il momento della nascita di mio figlio è uno dei ricordi più bui della mia vita, e direi che in quei giorni invece, bisognerebbe vivere nella luce più piena”. Sara, nome di fantasia, è un’altra delle donne che ha voluto raccontare la sua storia. Continuano a emergere infatti storie di violenza ostetrica, raccolte da Il Dolomiti in forma anonima e riportate con nomi di fantasia, di donne che non hanno vissuto con serenità l’esperienza del parto, uno degli eventi più intimi e sessualmente rilevanti nella vita di una donna (Qui l'articolo).

 

“Il mio parto è stato indotto, quindi il travaglio è stato lunghissimo – prosegue Sara – quando ho chiesto se mi sarebbe stato fatto il cesareo mi sono sentita aggredita’. Mi hanno fatta sentire estremamente sbagliata, dicendomi che con quella richiesta stavo mettendo inutilmente in pericolo me e il mio bimbo. Dopo più di 30 ore di travaglio con dilatazione di 0 centimetri, mi è stato spiegato poco di quello che mi avrebbero fatto. Non ho mai avuto una voce in capitolo e mi sono sentita in balia di scelte altrui che non potevo in alcun modo governare. Durante il parto a un certo punto ho stretto la mano di un’infermiera perché stavo tremando, ero in preda al panico, ma nessuno mi diceva cosa mi stava succedendo e avevo bisogno di un po’ di calore”.  

 

Una comunicazione poco efficace con il personale sanitario, senso di inadeguatezza, solitudine, non sentirsi comprese fino in fondo sono le sensazioni più comuni che emergono dai racconti. Non sono le storie di tutte le madri, ma di tante che hanno deciso di parlare perché il loro racconto assumesse un valore.

 

Molto è anche lo stress dettato dal dover nutrire il proprio bambino e spesso non sapere esattamente come fare. “Con tono infastidito mi è stato detto che avevo fatto perdere peso al bambino. Non avevo avuto la montata lattea adeguata, non perché non volessi nutrirlo”, conclude.

 

Un’altra testimonianza arriva da Giulia: “Dopo infinite ore e l'ossitocina, ecco il momento delle spinte. Mi sono trovata immobilizzata sul lettino, continuavo a chiedere di poter cambiare posizione, per provare a spingere in piedi o accovacciata, perché sdraiata non mi sembrava di farcela e il dolore era atroce. 'Continua a spingere, rilassa le gambe invece che fare forza contro di noi’, mi dicevano le ostetriche. Due ore così, a sentirmi incapace perché sembrava non accadere nulla. E alle mie domande sul perché le ostetriche confabulassero con la ginecologa, solo il silenzio. Mi sono sentita tanto sola, tanto piccola, tanto inutile”.

 

Così prosegue il racconto della giovane: “La parte peggiore è stato scoprire, mentre cercavo di godermi il pelle a pelle col mio bimbo, che avevano eseguito l'episiotomia, senza alcun preavviso. Il ricordo delle sensazioni ed emozioni provate dopo mesi e mesi lascia ancora traccia, un bruciore sottopelle”.

 

L’esperienza del parto può infatti incidere sul rapporto tra una madre e il proprio bambino, essendo un evento molto intimo e soggettivo:  “Sono emozioni che segnano profondamente”, concordano tutte e tre le testimonianze.

 

L’ultima storia è quella di Laura: “Per me c’è stata una grande differenza tra il pre e il post parto. Prima di partorire infatti ho riscontrato massima disponibilità, anche nello spiegarmi certe scelte. Dopo il parto è cambiato tutto. Il mio bambino, nato in emergenza senza respirare, è stato portato subito in terapia intensiva. La mia degenza è stata molto faticosa anche psicologicamente. Ero stanca e preoccupata per lui, ma nessuno si occupava di me se non per il controllo di routine. Nella stanza ero l’unica senza piccolo, non ero considerata, sia da ostetriche che puericultrici. Per il latte dovevo fare la spremitura manuale, ma nessuno mi ha mai offerto aiuto. Non solo ho dovuto chiedere io, ma mi hanno risposto molto infastiditi quando ho chiesto più contenitori”.

 

La donna prosegue spiegando che subito dopo il parto “mi è stato ordinato in modo estremamente sgarbato di fare la pipì perché altrimenti mi avrebbero subito messo il catetere. Questo mi ha bloccato ancora di più. Sono stata accompagnata da un’ostetrica che è rimasta sulla porta a fissarmi e poi dopo averla invitata a lasciarmi della privacy è rimasta ad aspettare fuori dalla porta”.

 

In quei giorni Laura si è sentita “estremamente sola e impotente, ma soprattutto mi sarei aspettata più supporto. Io l’ho vissuta talmente male che sono uscita dall’ospedale appena ho potuto”. Al corso preparto, sottolinea, “non ti spiegano davvero cosa potrebbe andare male e cosa potrebbe aspettarti nei casi più brutti, come nel mio. Sarebbe necessario un costante supporto psicologico a fianco”.

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