''Il diritto ad odiare di chi ricopre ruoli di potere non è un segnale di libertà ma la preoccupante avvisaglia di un suo restringimento''
La prorettrice dell'Università di Trento su Il Mondo al Contrario di Roberto Vannacci: ''Nulla di nuovo o inaudito. Il volume si connota infatti come una sequela di stereotipi e pregiudizi: il livello argomentativo non è molto lontano da quello dei commenti d’odio che spesso accompagnano le notizie giornalistiche postate sui social. La differenza, però, è che in questo caso non si tratta di un anonimo e frustrato leone da tastiera, un troll protetto dall’anonimato della rete ma di un uomo di stato, un generale delle forze armate in carne, ossa e fiele''

TRENTO. Pessimo nella forma, pessimo nella sostanza. Barbara Poggio professoressa ordinaria di Sociologia e Ricerca Sociale all’Università di Trento e prorettrice alle politiche di equità e diversità nel medesimo ateneo commenta così il ''fenomeno'' editoriale dell'estate ''Il Mondo al Contrario'' del generale Roberto Vannacci. Un testo che, come noto, snocciola una serie di giudizi omofobi e prese di posizioni contro femminismo, migranti e ambientalismo usando, tra l'altro, argomentazioni platealmente contro i valori della Costituzione spiegando che "se queste è l’era dei diritti, allora, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute". Quindi nel libro si è esibito in frasi di questo tipo parlando di omosessuali e coppie gay: “Normali non lo siete, fatevene una ragione!” E ancora: “La normalità è l’eterosessualità. Se a voi tutto sembra normale, invece, è colpa delle trame della lobby gay internazionali”.
Il tutto con l'aggravante di essere un servitore dello Stato, un generale dell'esercito italiano che pure ipotizza ''legittime difese'' travalicando qualsiasi bilanciamento negli interessi in gioco: se un ladro entra in casa “perché non dovrei essere autorizzato a sparargli, a trafiggerlo con un qualsiasi oggetto mi passi tra le mani” scrive, e ancora: “Se pianto la matita che ho nel taschino nella giugulare del ceffo che mi aggredisce, ammazzandolo, perché dovrei rischiare di essere condannato?”. Aberrazioni per qualsiasi persona che crede nello Stato, nella legge, nella giustizia. Barbara Poggio dal canto suo, spiega che, ''non l’ho acquistato, ma l’ho letto, anche se avrei avuto tante cose più interessanti e salutari da leggere. Ho deciso di diluire la lettura nel tempo, perché fin da subito mi sono resa conto che in dosi abbondanti avrebbe potuto rivelarsi tossica, come fosse olio di ricino. Un capitolo e poi qualche giorno di disintossicazione. Ma ho pensato che valesse la pena (e qui il termine è particolarmente adatto al caso) di farlo. Perché è un libro che tratta dei temi di cui mi occupo e che, in un paese che non legge, ha avuto una impressionante circolazione, soprattutto nella fascia più anziana della popolazione, quella oggi più spaventata dalla complessità del mondo. E questo è sicuramente un fenomeno sociale di cui tener conto e da considerare''.
La pena, chiarisce immediatamente la prorettrice dell'Università di Trento, ''inizia già dalla semplice lettura del testo, scritto davvero frettolosamente e in modo inaccurato, con una qualità decisamente inferiore a quella delle tesi di studenti e studentesse che mi è capitato nel tempo di supervisionare. Oltre al fatto che, come nelle tesi peggiori c’è un grande uso di copia-incolla dalla rete (senza fonti, che quindi potrebbe configurarsi come plagio), la scrittura è ridonante e pedante, piena di banalità e luoghi comuni, costellata di refusi, errori di grammatica e sintassi. Ma il peggio lo riservano i contenuti''.
E quindi ecco la sostanza: ''Nulla di nuovo o inaudito, come d’altra parte ci si potrebbe aspettare, visto che si celebra il senso comune (senso comune, attenzione, non buon senso), inteso come il modo di sentire della maggioranza (o almeno della parte di società in cui l’autore si riconosce e che presume sia maggioritaria) che, proprio in virtù del suo essere dominante diventa incontestabilmente vero, senza la necessità di alcun onere della prova. Ad emergere via via dalla lettura è il lato più oscuro del senso comune, ovvero il pregiudizio: un giudizio per lo più sfavorevole o ostile, connotato da caratteri di rozzezza, superficialità e generalizzazione, che agisce soprattutto nei confronti di soggetti che si ritengono diversi dal gruppo in cui ci si riconosce. Il volume si connota infatti come una sequela di stereotipi e pregiudizi: il livello argomentativo non è molto lontano da quello dei commenti d’odio che spesso accompagnano le notizie giornalistiche postate sui social. E non a caso i bersagli preferiti sono gli stessi su cui si concentrano i discorsi d’odio in rete, così come emerge da molti studi: migranti, omosessuali, ebrei e donne che prendono voce (le moderne fattucchiere).
''La differenza, però, è che in questo caso non si tratta di un anonimo e frustrato leone da tastiera, un troll protetto dall’anonimato della rete ma di un uomo di stato, un generale delle forze armate in carne, ossa e fiele. E, soprattutto, - prosegue Poggio - che a difendere la sua libertà di odiare e offendere impunemente intere categorie di cittadini e cittadine, in virtù del loro non essere del colore giusto, del genere giusto, o allineati al giusto verbo (quello appunto della presunta ‘maggioranza’), non siano solo altri odiatori seriali, ma individui che ricoprono ruoli istituzionali di varia natura, da cui ci si aspetterebbe invece non solo un impegno a contenere e contrastare le pulsioni e gli istinti più regressivi e violenti, ma anche la semplice capacità di discernere tra la libertà di esprimere una opinione e libertà di diffondere odio, ovvero “un sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui” (cfr. Treccani), nei confronti di chi è diverso da noi''.
''Se c’è un aspetto che denota un capovolgimento dei valori democratici e delle premesse della nostra Costituzione a me in realtà pare che sia proprio questo - conclude Poggio -: il fatto che chi ricopre ruoli di responsabilità e potere possa permettersi di istigare all’odio contro gruppi sociali o di difendere chi lo fa. Perché è proprio in questo tipo di sentimenti che trovano terreno fertile quegli atti di violenza, come gli stupri di branco, di cui molto si è parlato in questi ultimi tempi: la percezione del diritto a esercitare la violenza sulla minoranza e sui diversi. E’ questo il rovesciamento che più temo e contro il quale è oggi così importante tenere alta la guardia. Il diritto di odiare, proclamato da chi ricopre ruoli importanti di potere, non è un segnale di libertà, ma è una preoccupante avvisaglia del suo possibile restringimento''.


















