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| 26 nov 2025 | 20:39

"Noi si copiava da quello più bravo, sempre che non fosse infame''. Salvini e l'istruzione, l'esperto: ''Distruttivo. La scuola ridotta a battuta cela volontà di non farla funzionare''

Dopo le dichiarazioni di Matteo Salvini sul "copiare a scuola, sempre che il compagno bravo non fosse infame", parla il pedagogista Dario Ianes che analizza a 360° il tema della comunicazione della scuola nel discorso pubblico: "Tutti si sentano autorizzati a dire di tutto: queste dichiarazioni sono distruttive e rappresentano un ultra-semplificazione e riducono un argomento culturale e scientifico a battuta. Assistiamo ad un appiattimento generale del discorso pubblico sulla scuola, sembra quasi che si sia la volontà di non farla funzionare veramente"

Noi si copiava da quello più bravo, sempre che non fosse infame''

TRENTO. "Penso che sulla scuola, anche a livello politico, tutti si sentano autorizzati a dire di tutto: le dichiarazioni di Salvini, che parla del proprio passato scolastico, sono considerabili distruttive: sia perché rappresentano un ultra-semplificazione di un tema, sia perché riducono un argomento culturale e scientifico a semplice battuta. Al di là di questo, assistiamo ad un appiattimento generale del discorso pubblico sulla scuola, sembra quasi che si sia la volontà di non farla funzionare veramente".

 

Questo il pensiero deciso di Dario Ianes – professore di pedagogia e didattica speciale alla Libera Università di Bolzano, psicologo dell'educazione e co-fondatore del Centro Studi Erickson – che commenta la dichiarazione del vicepremier Matteo Salvini nella quale, nell'ambito di una più ampia riflessione durante un un comizio della Lega in Campania, nei giorni scorsi ha dichiarato che, se ora i giovani usano l'intelligenza artificiale, una volta "il massimo era copiare da quello bravo, sempre che non fosse infame e non ti facesse copiare".

 

Ma leggiamo, per comprendere meglio l'analisi, la dichiarazione integrale. “Nel 2025 i nostri figli lavorano con l’Ia, mentre una volta noi andavamo a scuola e il massimo era copiare dal compito di quello bravo che avevi vicino, sempre che non fosse infame e non ti facesse copiare. Chiunque – questo Matteo Salvini – ha avuto in classe quello bravo che, vai a capire perché, ti chiudeva il compito e il libro. Ma cosa ti toglie se mi fai vedere? Una volta copiavi, ora ChatGpt è il nuovo oracolo, lo vedo da mio figlio”.

 

Al di là della dichiarazione in sé, il tema sul quale si sofferma Dario Ianes è chiaramente il "peso" che possono avere le dichiarazioni di importanti esponenti politici quando si parla di scuola ed educazione, ambito di fondamentale importanza e al centro di non poche discussioni, dal caso della "scena muta alla maturità" (QUI ARTICOLO), fino allo stop all'educazione affettivo sessuale alle medie (QUI ARTICOLO), argomenti sui cui il professore di pedagogia si era già espresso in modo critico in relazione alle scelte governative.

 

"Tornando alle dichiarazioni di Salvini, non possiamo affrontare il tema scuola, anche sfiorandolo come in questo caso, guardando al passato. Rischiamo - spiega Ianes - di ridurci a discutere, in chiave politica, di un tema culturale e scientifico riducendolo a delle battute: questo purtroppo lo si sente anche da parte di illustri commentatori. Andare sul registro autobiografico auto-legittimato in sintesi, non porta a nulla. Personalmente, però, non ho mai sentito Matteo Salvini parlare di scuola in modo serio e argomentato".

 

Dall'analisi generale, il co-fondatore del Centro Studi Erickson si sofferma sulle conseguenze che una tale semplificazione può portare a livello generale. "Se io fossi un seguace di Salvini - specifica - e lo sentissi parlare in questi termini, mi sentirei legittimato anch'io ad approcciarmi all'argomento in questo modo: a passare è quindi il messaggio che tutti possono parlare di un tema importante, semplificandolo ad aneddoti più o meno superficiali".

 

Abbandonando le dichiarazioni del vicepremier, Dario Ianes coglie l'occasione per fare una riflessione più approfondita su come venga affrontato il "discorso pubblico" in relazione al tema scuola: assistiamo, specifica, "ad un appiattimento generale e senza basi forti sulle quali innestare le argomentazioni".

 

"Dal mio punto di vista la politica parla di scuola in modo molto ipocrita: da un lato - spiega Ianes - viene ribadito in modo retorico che serve investire nella scuola e nei giovani, dall'altro lato si riducono invece i finanziamenti e vediamo l'istruzione confinata all'ultimo posto nella classifica degli investimenti pubblici, e parlo soprattutto della scuola pubblica".

 

Raccogliendo l'assist di questo pensiero a dir poco diretto, gli chiediamo di andare alle radici del problema: l'analisi, anche in questo caso, è dura e spiazzante.

 

"Credo che l'atteggiamento politico nei confronti della scuola celi una volontà di non farla funzionare: se funzionasse veramente - osserva Ianes - questa formerebbe cittadini molto più critici e consapevoli, e di conseguenza molto più difficili da manipolare. Un esempio? Basti pensare ai dati sull'affluenza delle elezioni: un compito della politica sarebbe quello di chiedersi cosa fa l'istruzione per portare i giovani ad avere la consapevolezza del diritto e del dovere del voto, ma non avviene".

 

Un'ultima riflessione, connessa alla stretta attualità - e più precisamente alla decisione del tribunale per i minorenni dell'Aquila di spostare i tre figli (di 6 e 8 anni, che vivono in un bosco in Abruzzo assieme ai loro genitori anglo australiani) in una comunità educativa - il pedagogista la dedica al tema della Scuola Parentale, tornato alla ribalta in questi giorni. Questo anche se, in tale caso, il tribunale ha specificato che non sussiste il pericolo di lesione del diritto dei minori all’istruzione, ma quello del diritto alla vita di relazione “produttiva di gravi conseguenze psichiche ed educative a carico del minore”. A queste, va specificato per completezza, si aggiungono motivazioni legate alle condizioni di sicurezza, igiene, e salubrità dell'abitazione in cui la famiglia dimora.

 

Tralasciando tutti gli altri aspetti non di competenza, Dario Ianes esprime il suo giudizio sulla scuola parentale, un sistema educativo in cui i genitori scelgono di istruire i propri figli a casa, invece che iscriverli a una scuola tradizionale.  "Posso dire di essere sempre molto scettico rispetto all'educazione parentale nelle sue varie forme: da quelle - spiega - in cui diverse famiglie si aggregano e, attraverso un'attività professionale, istituiscono una scuola alternativa a quella normale,  a quelle situazioni dove sono i genitori stessi ad insegnare".

 

A detta del pedagogista, infatti, i bambini o le bambine che vivono questo tipo di esperienze istruttive "perdono molte opportunità: non solo a livello di socializzazione, ma anche di apprendimento socio emotivo".

 

"Questo perché in un contesto scolastico tradizionale - conclude Ianes -  si apprende come regolare le proprie emozioni, come gestire la relazione con il prossimo attraverso la presenza dei compagni. In un contesto come la scuola parentale è evidente come la gamma di possibili esperienze sia chiaramente limitata. E poi una riflessione va fatta sulla figura dei genitori: questi hanno si un ruolo fondamentale dal punto di vista evolutivo, ma è completamente diverso da quello che possono avere gli insegnanti. Questo ragionamento a prescindere dalle motivazioni delle famiglie che optano per questa scelta, da quelle più comprensibili a quelle più improbabili”.

 

 

 

 

 

 

 

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