"Per ogni bimbo 300 le foto condivise dai genitori ogni anno. Il 25% è online prima ancora di nascere”. Ecco i rischi per i pediatri
A condividere i dati (e a fornire una serie di consigli per i genitori) è la Società italiana di Pediatria: “Non va sottovalutato che questa pratica può associarsi ad una serie di problematiche che ricadono principalmente sui bambini”

TRENTO. Con l'avvento, per così dire, dell'era dei social, la tutela della sicurezza online e della privacy sono alcuni dei temi che più spesso si tirano in ballo nell'elencare i rischi ai quali vanno incontro gli utenti (in particolare i minori) sulle varie piattaforme. È recente per esempio la polemica nata dopo l'utilizzo, da parte di alcuni ragazzini, di un Bot nato su Telegram (chiamato 'bikinioff', Qui Articolo) per 'spogliare' grazie all'utilizzo dell'intelligenza artificiale alcune compagne. Uno “scherzo”, hanno detto i responsabili, per il quale hanno rischiato un'accusa per produzione di materiale pedopornografico e che ha spinto la presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento, Roberta Bommassar, a lanciare un allarme su il Dolomiti sottolineando come sia il momento, come società, di “correre ai ripari” anche con l'introduzione di un percorso di educazione etica al digitale nelle scuole. Ma la portata della questione è intergenerazionale e deve essere affrontata necessariamente anche con i genitori, che non sono certo immuni ai rischi in particolare in materia di privacy.
Come spiega infatti la Società italiana di pediatria, a livello numerico (secondo uno studio europeo citato dalla Sip): “Ogni anno i genitori condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1000”. Le 'destinazioni'? Ovviamente in primis i social: Facebook nel 54% dei casi, Instagram nel 16% e Twitter nel 12%. Si tratta di foto del primo giorno di scuola, del bimbo mentre mangia, dorme o svolge attività divertenti in casa, un po' sul modello 'Ferragnez': “Per tanti genitori – scrivono i pediatri – condividere sui social media le foto dei propri figli è un'abitudine consolidata, talvolta accompagnata dall'aggiunta di dettagli quale il nome del piccolo, la sua età e dove vive”. In agguato però, ci sono i rischi connessi allo 'sharenting' (ossia, come anticipato, l'abitudine a divulgare online contenuti come foto, video o altre informazioni che riguardano i propri bambini).
“Si tratta di rischi – dicono gli esperti – dei quali gli stessi genitori sono spesso inconsapevoli e che implicano questioni relative alla tutela dell'immagine del minore, alla riservatezza dei dati personali, alla sicurezza digitale e che possono esporre anche alla pedopornografia”. Un quadro allarmante insomma e che in Francia, dice la Sip, ha portato ad una proposta di legge che vorrebbe proprio limitare la condivisione di foto dei figli online. In Italia invece, già nel novembre scorso, la Garante per l'infanzia e l'adolescenza Carla Galatti ha sollecitato per lo sharenting “l'applicabilità delle disposizioni in materia di cyber-bullismo, che consentono ai minorenni di chiedere direttamente la rimozione dei contenuti” dice la società dei pediatri italiani. Proprio quest'anno il responsabile del Gruppo di studio per i diritti del bambino della Sip, Pietro Ferrara, è stato primo autore di uno studio (pubblicato sulla rivista Journal of Pediatrics dell'European Pediatrics Association) per fare il punto su questo fenomeno, estremamente diffuso anche in Europa.
In media infatti, nei Paesi occidentali “l'81% dei bambini ha una qualche presenza online prima dei 2 anni, percentuale che negli Usa è pari al 92% mentre in Europa si attesta al 73%” dicono i pediatri: “Dati recenti mostrano che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha proprie foto e informazioni pubblicate online. E un numero crescenti di bambini nasce digitalmente ancor prima della nascita naturale. Infatti, si stima che anche un quarto dei bambini abbia un qualche tipo di presenza online prima di venire al mondo: negli Stati Uniti il 34% dei genitori pubblica abitualmente ecografie online, percentuale che in Italia si attesta al 15%”. Nella maggior parte dei casi ovviamente, scrive la Sip, gli intenti dei genitori che condividono foto online dei figli sono innocui: “Documentare la crescita dei piccoli, condividere ansie e preoccupazioni in cerca di un supporto emotivo, ricercare informazioni in ambito educativo, pediatrico e scolastico”.
Le tre tipologie di foto che vengono maggiormente pubblicate sono vita quotidiana (mentre il bimbo dorme, gioca, mangia) di uscite o viaggi e di momenti speciali (Natale, battesimo, primo giorno di scuola, compleanni). “Non va sottolineato però – dice Ferrara – che questa pratica può associarsi ad una serie di problematiche che principalmente ricadono sui bambini. Spesso, infatti, i genitori non pensano che quanto condiviso sui social media, a volte anche molto personale e dettagliato, esponga pericolosamente i bimbi ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto d'identità. Senza contare che informazioni intime e personali, che dovrebbero rimanere private, oltre al rischio di venire impropriamente utilizzate da altri, possono essere causa di imbarazzo per il bambino una volta divenuto adulto (ad esempio in colloqui di lavoro, test di ammissione all'università). Infine, questo tipo di condivisione da parte dei genitori può inavvertitamente togliere ai bambini il loro diritto a determinare la propria identità”. In uno studio su alcuni bambini svedesi pubblicata nel 2020, dicono i pediatri, emergeva che, praticamente all'unanimità, che i bambini “volevano che venisse chiesto loro il permesso prima di scattare o condividere foto che li ritraevano”.
Tra i rischi della condivisione social di contenuti privati, avverte poi la Sip: “Che anche quello che questi finiscano su siti pedopornografici. Un'indagine condotta dall'eSafety Commission australiana ha evidenziato come circa il 50% del materiale presente su questi siti provenga dai social media dove era stato precedentemente condiviso da utenti per lo più inconsapevoli di quanto facilmente potesse essere scaricato non solo da amici, ma anche da estranei”. “I pediatri – dice la presidente Sip Annamaria Staiano – sono figure centrali per sensibilizzare i genitori sui pericoli associati alla condivisione online. Per proteggere la privacy dei bambini, alle famiglie può essere spiegato quali siano le possibili strategie difensive. È importante supportare le mamme e i papà, bilanciando la naturale inclinazione a condividere con orgoglio i progressi dei figli con l'informazione sui rischi connessi alla pratica dello sharenting”.
Ecco quindi i suggerimenti dei pediatri:
1.Essere consapevoli che lo sharenting è una pratica sempre più diffusa, ma non per questo bisogna sottovalutarne i potenziali pericoli. Condividere immagini, video e qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonisti i bambini significa, infatti, costruire il “dossier digitale” di un bambino senza il suo consenso e senza che lui ne sia a conoscenza.
2.La condivisione sui social media di materiali e informazioni riguardanti i propri figli deve prevedere una certa cautela e, in molte occasioni, l’anonimato, perché quanto condiviso in maniera dettagliata e personale, come la localizzazione o il nome completo, potrebbe esporre pericolosamente i bambini ad una serie di rischi, primo fra tutti il furto di identità.
3.Non condividere immagini dei propri figli in qualsiasi stato di nudità. Queste immagini dovrebbero rimanere sempre private per il rischio potenziale che possano essere impropriamente utilizzate da altri.
4.Attivare notifiche che avvisino i genitori quando il nome dei loro figli appare nei motori di ricerca.
5.Rispettare il consenso e il diritto alla privacy dei minorenni, quindi familiarizzare con la policy relativa alla privacy dei siti sui quali si condividono contenuti. L’articolo 31 della Costituzione “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” e la Convenzione Internazionale su diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sottolinea come debba necessariamente essere data preminenza agli interessi e alla dignità del minorenne


















