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| 17 mar 2023 | 20:40

Siccità e dissalatori, l'esperto di UniTn: "Con la stessa tecnica possibile potabilizzare l'Adige, attenzione però ai rischi ambientali. Si possono servire zone a 100 km dal mare"

Negli ultimi giorni in Italia si è parlato molto della possibilità di investire nella dissalazione dell'acqua marina per fronteggiare l'emergenza siccità: il Dolomiti ha discusso dei benefici (e dei rischi) rappresentati da questa tecnologia con il professore di UniTn Gianni Andreottola

A sinistra un impianto di dissalazione negli Emirati Arabi Uniti
A sinistra un impianto di dissalazione negli Emirati Arabi Uniti, a destra la foce dell'Adige (Immagini di Octal e Pivari.com)

TRENTO. Da Nord a Sud, sul fronte dell'emergenza siccità le grida d'allarme ormai si sprecano in tutto il Paese. In poche parole la situazione, tra la scarsa copertura nevosa in quota (Qui Articolo) e la mancanza di acqua all'interno dei bacini (Qui Articolo), è critica e le previsioni, con l'inizio della stagione irrigua ed il maggior consumo di risorsa idrica, non sono certo rosee. In particolare per quanto riguarda il nostro territorio, ancora negli scorsi mesi il vice-presidente della Pat Mario Tonina aveva sottolineato che “se la situazione non cambia, sarà molto difficile garantire solidarietà alle altre Regioni nei prossimi mesi con le nostre riserve d'acqua” (Qui Articolo), un chiaro riferimento alle richieste arrivate, in particolare dal Veneto, nella scorsa (torrida e secca) estate 2022 per “aprire i rubinetti” delle dighe trentine (Qui Articolo). Lo stesso presidente veneto Luca Zaia è corso ai ripari firmando negli scorsi giorni un'ordinanza (Qui Articolo) per evitare lo spreco d'acqua sul territorio, mettendo al contempo sul tavolo però anche un'altra possibilità: la dissalazione dell'acqua marina.

 

“Io penso che abbiamo una risorsa che ormai non dobbiamo più guardare distrattamente, che è quella del mare” ha detto Zaia, che non è certo l'unico ultimamente a spingere per maggiori investimenti in impianti di dissalazione nel nostro Paese: anche il sindaco di Genova Marco Bucci, per esempio, è tornato a lanciare la proposta di realizzare un dissalatore “in grado di portare circa 100 milioni di metri cubi d'acqua l'anno nel Nord Italia”, mentre in Puglia è stata da poco approvata la gara per realizzare il primo impianto continentale a uso civile del Paese, con una potenzialità di oltre 55mila metri cubi d'acqua potabile al giorno. Al di là però delle suggestioni e delle ipotesi, secondo gli esperti è probabile che in futuro si assisterà ad un costante aumento dei conflitti tra i diversi usi concorrenti della risorsa idrica, con le proiezioni che indicano, in Trentino, una “tendenza al calo delle precipitazioni annuali di circa il 30%” nei prossimi decenni (Qui Articolo). In ottica futura dunque, quella della dissalazione è certamente una soluzione interessante, ma qual è il funzionamento di questo tipo d'impianto? Quali le problematiche e quali i benefici? E quali i possibili effetti su un territorio come il nostro, così distante dalle coste? Per approfondire la questione il Dolomiti ha contattato Gianni Andreottola, professore ordinario al Dipartimento di Ingegneria civile ambientale e meccanica dell'Università di Trento.

 

“Innanzitutto – spiega il professore – oggi nel mondo si contano circa 20mila impianti di dissalazione. Possono sembrare tanti ad un primo sguardo, ma rispetto al vasto numero degli impianti di potabilizzazione dell'acqua rappresentano niente più che una piccola nicchia. I primi impianti sono stati realizzati ancora negli anni '60 ed erano, ovviamente, molto più costosi e molto meno efficienti di quelli odierni: dopo decenni di sviluppo infatti, quella della dissalazione è oggi una tecnologia matura ed efficace”. Sono due le tipologie di strutture attualmente attive, dice l'esperto: “La parte minoritaria, circa un terzo del totale, è rappresentata da impianti ad evaporazione, i cosiddetti dissalatori termici. Ad andare per la maggiore sono però le strutture basate su un funzionamento a membrane, attraverso le quali l'acqua marina viene filtrata ad alta pressione attraverso una membrana  fino ad eliminare tutti i sali presenti, tanto che una volta ultimato il processo l'acqua stessa deve essere mineralizzata per essere resa potabile”.

 

Fin dal principio, visti i costi iniziali degli impianti, la dissalazione è stata considerata una tecnologia applicabile solo da Stati in grado di investire pesantemente in queste strutture, ma negli ultimi 20 anni i costi (soprattutto quelli delle membrane necessarie a filtrare l'acqua del mare) si sono ridotti notevolmente e oggi, dice Andreottola, dissalare l'acqua del mare “costa poco più che potabilizzare le acque superficiali”. Il problema, spiega il professore, è piuttosto legato alla gestione dei sali che vengono trattenuti dalle membrane o che rimangono dal processo di evaporazione: “Terminato il processo si viene a creare un concentrato, chiamato salamoia, che rappresenta potenzialmente un problema ambientale. Diciamo che non si può certo utilizzare per condire l'insalata: le acque del mare contengono infatti inquinanti e impurezze che vengono trattenuti e si concentrano in questo composto, oltre alle sostanze chimiche usate per facilitare il processo di dissalazione. Il tema dunque è cosa farne”. In termini numerici la salamoia rappresenta nella maggior parte dei casi circa il 50% del volume iniziale: in poche parole, da un litro di acqua marina si ricava mediamente mezzo litro d'acqua potabile e mezzo di salamoia.

 

Nella stragrande maggioranza dei casi il composto viene restituito al mare: “Ma qui nasce il potenziale problema – dice Andreottola – visto infatti il grado salino del flusso bisogna fare grande attenzione a redistribuirlo evitando di aumentare la salinità dell'acqua, un'eventualità che rischierebbe di danneggiare pesantemente l'ecosistema. Le strade in questo senso sono due: o si progettano questo tipo di opere con molta attenzione, con la fortuna magari di avere un mare profondo e correnti in grado di disperdere la salamoia, oppure si decide di concentrarla ulteriormente, con la possibilità (in linea teorica) di recuperare dai cristalli di sale e  anche alcuni metalli dispersi nel mare, come il litio. Quest'ultima ipotesi (recupero dei metalli) ad oggi non è ancora stata adottata ma si tratta di una visione futura del tutto possibile. La tecnologia è molto promettente, ma in particolare nel Mediterraneo (e, a livello italiano, nell'Adriatico) richiede particolare particolare attenzione nella localizzazione proprio per la presenza di mari chiusi e, spesso, poco profondi”.

 

A livello normativo poi, continua il professore, l'iter per la realizzazione di questi impianti è molto complicato: “La dissalazione – dice Andreottola – viene vista dalle autorità nazionali come l'ultima spiaggia diciamo e le norme attuali ne rendono difficile l'applicazione in tempi relativamente brevi”. Le potenzialità di questa tecnologia in un Paese come l'Italia però, circondato per buona parte dal mare, sono enormi: “Un dissalatore lungo la costa – dice infatti il professore – può servire una fascia territoriale che arriva ragionevolmente anche a oltre 100 chilometri dal mare. L'acqua può essere poi trasportata all'interno di bacini di raccolta ad uso agricolo anche molto lontani dalla costa, come già succede oggi nello stato d'Israele per esempio, che da anni investe molti fondi nella dissalazione”. Per fare un paragone, partendo dalla costa nella laguna Veneta (poco al di sotto di Venezia), nel raggio di 100 chilometri sono raggiungibili (in linea d'aria), città come Verona, Rovigo, Ferrara, Pordenone. Gli effetti però si farebbero sentire indirettamente anche nei territori montani, come il Trentino per esempio, che vedrebbero una netta riduzione nelle richieste di risorsa idrica per il comparto agricolo in Pianura.

 

In casi d'emergenza poi, dal mare l'acqua può ovviamente essere trasportata su gomma o su rotaia: “Il problema in questo caso sta ovviamente nei costi – conclude il professore –. I dissalatori oggi vengono comunque concepiti per distribuire acqua con acquedotti entro una distanza ragionevole, ma nel nostro Paese non mancano certo le coste. Pensiamo che in Spagna sono oggi attivi ben 600 impianti mentre noi, sulle isole, possiamo contarli sulle dita di una mano. Rispetto a molti altri Paesi, penso a diverse nazioni mediorientali, all'Australia, ad Israele e alla stessa Spagna, siamo in ritardo, ma possiamo recuperare il gap nel giro di pochi anni. La tecnologia utilizzata all'interno degli impianti poi può essere utilizzata ovunque: qui in Trentino per esempio non abbiamo certo il mare, ma in caso di emergenza con le tecniche a membrana usate per la dissalazione sarebbe possibile potabilizzare anche l'Adige”.  

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