Cereali antichi e una seminatrice all'avanguardia (che preserva la vita del suolo) per dare nuova linfa alla Valbelluna: ecco 'Triticum Dolomiti'
Una pratica agricola sostenibile e non invasiva basata sulla coltivazione di semi non trasformati in laboratorio. Mirco D'Incà, uno dei fondatori: “Un modello per i coltivatori locali”

BELLUNO. Mirco D'Incà e Johannes Keintzel da un paio d'anni hanno avviato un progetto di coltivazione di cereali antichi resistenti ai cambiamenti climatici che prende il nome di “Triticum Dolomiti”.
Un'idea tanto sostenibile quanto ambiziosa, “in linea con i principi dell'agroecologia”, spiega D'Incà, agricoltore per passione ma soprattutto per curiosità.
“Dal seme al pane, partendo dal suolo”, il mantra che guida il progetto.
Seme antico e suolo fertile, dunque, come punto di partenza di “un'agricoltura rigenerativa e sostenibile” possibile attraverso la coltivazione di cereali non trattati che, nel lungo raggio, porterà alla ricostruzione di paesaggio ed ecosistemi in Valbelluna.
“Abbiamo cominciato con una manciata di semi ottenuti in occasione di uno scambio con dei coltivatori del Basso Feltrino e, a distanza di sei anni, abbiamo potuto vedere la prima trasformazione”, racconta D'Incà, ricordando la soddisfazione del “primo pane con la farina San Pastore” (una farina di grano tenero antico).
A differenza dei semi antichi, per i quali vi è un approccio più “di sperimentazione e di miscugli evolutivi”, nell'agricoltura tradizionale viene preferita la mono-varietà, un aspetto che “va a creare delle differenze a livello di gusto del prodotto”, aggiunge.
Il miscuglio di grani tradizionali testato finora da Triticum Dolomiti ha infatti sviluppato nell'arco di poco tempo delle caratteristiche “che gli consentono di adattarsi velocemente al contesto montano bellunese e a un clima non più stabile”.
L'obiettivo di D'Incà e Keintzel è infatti quello di “coltivare senza stravolgere il territorio, ma proteggendolo e valorizzandolo”.
Affinché questo sia possibile, i due soci hanno provveduto ad acquistare – “grazie a una raccolta fatta attraverso una piattaforma di crowdfunding” – una seminatrice da sodo, “la prima e unica in provincia”, spiega D'Incà.
Uno strumento agricolo piuttosto all'avanguardia, ritenuto un modello per il futuro dell'agricoltura, che consente di “seminare alla giusta profondità, preservando la vita del suolo e dei microrganismi come i vermi (fondamentali per assorbire l'acqua) e le radici delle piante”.
Un altro beneficio è quello dello stoccaggio del carbonio nel terreno. “Ogni volta che la terra non viene girata, il carbonio, che è un fertilizzante già presente in natura, viene mantenuto”, spiega ancora D'Incà, ricordando come l'acquisto di fertilizzanti contribuisca al sostegno dei paesi produttori (come ad esempio, la Russia).
La sfida di Triticum Dolomiti sta anche in questo, nell'assenza di utilizzo di concimi e fertilizzanti nel processo di coltivazione. “Vogliamo vedere quanto prodotto si riesce a produrre, se migliore o oppure no. Lavorare con il grano antico, è stato sempre ritenuto poco producente”, afferma.
Tre anni, l'arco di tempo prefissato. “L'agricoltura non è una start up ma un progetto”, conclude D'Incà, ricordando come “ogni volta che si entra nel terreno, il trattore tradizionale lo schiacci fino a 50cm di profondità; una tecnica che, a lungo andare, compromette la salute del terreno e che, in vista di una futura semina, implica la rimozione della soletta”.
L'agricoltura non invasiva di Triticum Dolomiti vuole dunque restituire al suolo la sua naturale forza e capacità rigenerativa, modellando non solo il terreno ma anche le filiere “in modo autenticamente sostenibile”.
“Ora stiamo lavorando alla semina di lenticchie, un legume mai seminato in Valbelluna”, dice ancora D'Incà che, un po' alla volta, è intenzionato a creare delle filiere “che possano fornire prodotti coltivati in maniera etica e sostenibile ai consumatori”.
Non solo cereali dunque ma anche lenticchie e piselli. Un progetto “a chilometro zero” nel progetto che vede la collaborazione con panettieri e coltivatori locali, sempre più interessati alle nuove forme di agricoltura e coltivazione.
“Vogliamo essere d'esempio per le aziende e per i produttori del nostro territorio – conclude D'Incà – I terreni stanno perdendo materia organica, per questo motivo è necessaria una rigenerazione. Bisogna cambiare visione; quello dell'agricoltura non invasiva è un progetto sostenibile che, nel lungo periodo, lascia un introito maggiore al contadino”.

















