Accoglienza in crisi, tra ritardi e diritti negati. L'allarme dai medici che curano i migranti: "Non è la malattia a condannarli, ma il sistema"
Tante anche le problematiche sanitarie che vengono affrontate. Da quelle odontoiatriche a quelle osteo-articolari (traumatici e non), ma ci sono poi problemi dermatologici, psicologici e di dipendenza da sostanze, cardiovascolari e neurologici

TRENTO. “La nostra esperienza sul campo ha tracciato in questi anni un quadro che non può più essere ignorato. Accanto ai vari problemi di salute emerge una realtà allarmante: ciò che realmente condanna queste persone a malessere e malattia non è la singola patologia, ma il sistema che le circonda”. È una situazione sempre più difficile quella che viene fotografata dal Gruppo Immigrazione e Salute del Trentino (Gris), l'unità operativa locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).
Il gruppo è nato nel 2004 ed ha come obiettivo quello di migliorare l’approccio alle cure sanitarie degli immigrati. Vi partecipano figure sanitarie e non, referenti di enti ed associazioni, volontari che si occupano di marginalità e fragilità.
Sono professionisti che volontariamente decidono di occuparsi di persone che hanno difficoltà di accesso ai servizi sanitari e sono perciò più vulnerabili dal punto di vista della propria salute: richiedenti protezione internazionale, persone irregolari sul territorio, persone che afferiscono ai centri di accoglienza, persone senza dimora che vivono una situazione di precarietà sociale, abitativa e umana importanti. Le loro storie spesso riportano traumi e violenza, le loro vite sono contrassegnate dall’insicurezza e dalla solitudine. E non per loro scelta.
Tante le problematiche sanitarie che vengono affrontate. Da quelle odontoiatriche a quelle osteo-articolari (traumatici e non), ma ci sono poi problemi dermatologici, psicologici e di dipendenza da sostanze, cardiovascolari e neurologici.
“Come Gris – ci spiega Gianpaolo Rama, referente per il Trentino – abbiamo anche una convenzione con l’Apss per garantire una prima visita medica agli immigrati all’arrivo nel territorio provinciale, visite ginecologiche alle donne straniere con specifiche problematiche sanitarie, visite alle persone vulnerabili e non iscritte al servizio sanitario provinciale, ed assistenza odontoiatrica basica a persone indigenti senza i requisiti per accedere all'odontoiatria pubblica sociale.
Collaboriamo con gli enti preposti all'accoglienza degli immigrati; con l'Università di Trento e con la Scuola di Medicina Generale attraverso tirocini, lezioni e tesi”.
Le problematiche con le quali il personale del Gris in questi anni si è fortemente scontrato e che maggiormente determinano malessere e malattia sono di tre ordini, tra loro connessi: grave lentezza e difficoltà dell'eventuale riconoscimento del diritto alla protezione internazionale, alloggio precario o inesistente ed infine mancanza di copertura assistenziale sanitaria.
“La richiesta di protezione internazionale in Trentino impiega più di un anno ad essere valutata ed eventualmente accolta; inoltre la limitazione decisa dall'Amministrazione pubblica dei posti disponibili per l'inserimento in un progetto di accoglienza lascia centinaia di richiedenti per strada, in una situazione di vulnerabilità e persistente incertezza ed ansia per il proprio futuro” viene spiegato.
Una situazione che sta andando avanti da ormai diverso tempo, con i richiedenti asilo costretti ad utilizzare i dormitori pubblici, ai quali hanno diritto solo per un tempo limitato, messi a disposizione, specie nel periodo invernale, dai servizi o dagli enti di accoglienza.
“Dormire per strada, senza chiare prospettive per il futuro, rappresenta il fallimento del progetto migratorio, ed espone a malattie (o, quando presenti, le aggrava), e a violenza. Non sorprende che i disturbi della sfera psichica siano sempre più emergenti, rappresentando la quarta causa di richiesta di aiuto”. In tutto questo è difficile per un migrante ottenere anche una copertura assistenziale sanitaria.
Il quadro delineato dal Gris è chiaro: non è la patologia a rendere vulnerabili queste persone, ma il sistema che le accoglie. Da procedure lente, calo dei posti di accoglienza e abbandono in strada. La sfida non è solo sanitaria ma politica e sociale.













