Accoglienza al limite in Trentino: “Chi ha diritto a un progetto finisce nella bassa soglia, è una distorsione grave”. Astalli: “È un problema strutturale, non un’emergenza”
A dicembre, la Provincia ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso di amministrazione condivisa, proponendo nei prossimi mesi tavoli di coprogrammazione e coprogettazione con gli enti del terzo settore e il territorio. Un’apertura positiva, che però appare in forte contraddizione con le scelte attuali che vanno dalla creazione del Cpr al taglio ulteriori dei posti

TRENTO. È una crepa profonda quella che negli ultimi anni si è aperta nel modello trentino dell’accoglienza. Una frattura che investe direttamente il presente e il futuro del Trentino.
Ogni notte sono almeno novanta le persone richiedenti protezione internazionale costrette a dormire all’aperto, senza nemmeno un posto letto. Non si tratta di persone “irregolari”: hanno presentato domanda di asilo e sono in attesa di una risposta. Eppure restano escluse dai percorsi di accoglienza previsti dalla normativa, quelli che dovrebbero garantire l’apprendimento della lingua, l’orientamento al lavoro, l’accesso alla formazione e un inserimento dignitoso nel territorio.
Una situazione che si è resa particolarmente evidente con l’arrivo del freddo, andando a gravare su servizi di bassa soglia già sotto pressione. “Così non dovrebbe essere – sottolinea Daniele Danese, direttore del Centro Astalli Trento – perché per le persone richiedenti asilo è previsto un percorso di accoglienza e inclusione. Il problema è che oggi, in Trentino, questo percorso non è garantito. Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a un problema strutturale”.
Attualmente il sistema provinciale mette a disposizione circa 730 posti di accoglienza. Un numero già insufficiente rispetto ai bisogni reali e destinato, nei prossimi mesi, a ridursi drasticamente. Una parte delle persone escluse dal sistema trova oggi riparo grazie a due strutture gestite dal Centro Astalli, attivate anche con il sostegno del Comune di Trento.
Si tratta di Casa Shalom, nell’ex convento dei Cappuccini, attiva tutto l’anno, e delle ex Scuole Bellesini, nel quartiere Cristo Re, aperte in concomitanza con l’emergenza freddo. Soluzioni tampone, che cercano di arginare gli effetti di un sistema che non regge più e che, da sole, non potrebbero compensare un ulteriore ridimensionamento dei posti di accoglienza.
A dicembre, la Provincia ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso di amministrazione condivisa, proponendo nei prossimi mesi tavoli di co-programmazione e coprogettazione con gli enti del terzo settore e il territorio. Un’apertura positiva, che però appare in forte contraddizione con le scelte attuali. “Che senso ha – è la domanda che si pone Astalli – progettare il futuro del sistema dell’accoglienza se, nel presente, si smantellano le condizioni minime per garantire diritti fondamentali?”.
Direttore Danese partiamo con il dire quante persone accogliete oggi e qual è la situazione attuale?
A Casa Shalom accogliamo 35 persone, alle ex Bellesini 24: tutti uomini singoli. Siamo costantemente al completo e la lista di attesa conta circa novanta persone costrette a dormire all’aperto. Nei 59 posti complessivi rientrano anche i cosiddetti posti sollievo, pensati per permanenze più brevi legate a esigenze sanitarie.
Casa Shalom, in particolare, è inserita in uno spazio di comunità in cui convivono più realtà, tra cui Atas, la Scuola Penny Wirton, gli scout e la biblioteca, con l’obiettivo di creare un contesto sociale plurale e non ghettizzante. L’idea è quella di offrire un ambiente il più possibile normalizzante, dove le persone possano intercettare altri servizi, costruire relazioni, sviluppare cittadinanza e senso di appartenenza. È un lavoro di comunità, non solo di assistenza.
Da dove arrivano principalmente le persone che accogliete?
La maggior parte proviene da Pakistan e Marocco. Stiamo parlando di ragazzi molto giovani, spesso appena maggiorenni. Negli ultimi anni l’età media si è abbassata notevolmente. Tra loro c’è chi lavora già sul territorio, con contratti precari e condizioni fragili. Sono colleghi di tante persone che vivono qui: di giorno lavorano nelle fabbriche, nei campi o nel turismo, la sera però non hanno una casa dove tornare. Le persone in lista d’attesa sono circa 150, a fronte dei 59 posti disponibili. Di queste, una novantina resta oggi in strada. È evidente che siamo di fronte a un fenomeno strutturale.
Il tempo di permanenza nei dormitori è cambiato?
All’inizio il turn over era alto: nel giro di pochi giorni o settimane le persone riuscivano a entrare in un progetto di accoglienza strutturato. Con il progressivo ingolfamento del sistema, però, i tempi si sono allungati fino a superare l’anno. Per questo abbiamo deciso di fissare una permanenza massima di sei mesi.
In questo periodo cerchiamo di ricostruire, insieme al contributo prezioso di operatori e volontari, un minimo di stabilità per persone che, dopo aver attraversato a piedi la violenta rotta balcanica, hanno passato notti in strada; offriamo ascolto, orientamento e lavoriamo in rete con le altre realtà del territorio. È prima di tutto una questione di diritti: chi ha diritto all’accoglienza deve poterne usufruire. Ma è anche una questione di futuro e di sicurezza per il Trentino. Tenere queste persone ai margini significa produrre fragilità e insicurezza, non prevenirle.
Che impatto ha questa situazione sui servizi per le persone senza dimora?
L’impatto è drammatico. I servizi di bassa soglia sono pensati per rispondere a fragilità diverse e già operano con risorse limitate. Inserirvi persone che, per normativa, dovrebbero essere in percorsi di accoglienza dedicati è una distorsione grave. Casa Shalom e le ex Bellesini non possono essere considerate una soluzione strutturale. Sono un tampone, il risultato di un fenomeno non governato.
Guardando al futuro, quale strada è possibile?
Abbiamo accolto positivamente l’apertura della Provincia ai tavoli di coprogrammazione sul modello futuro dell’accoglienza. È importante discutere, insieme al terzo settore e anche al mondo produttivo, quale Trentino vogliamo dal 2026 in poi. Un confronto che non può prescindere dal contesto reale: il Trentino è un territorio attrattivo dal punto di vista lavorativo. Ci sono settori, dalla produzione industriale all’agricoltura e al turismo, che dipendono ormai in modo strutturale dal lavoro di chi arriva qui da fuori. Continuare a pensare solo a modelli di attesa ed esclusione, senza integrazione, è miope.
Il rischio è che il percorso di coprogrammazione nasca già indebolito. Se il perimetro resta quello attuale, con il taglio dei posti, l’ipotesi di un inutile e dannoso Cpr e una riduzione complessiva dei servizi, si va nella direzione sbagliata. L’amministrazione condivisa ha senso solo se accompagnata da scelte coerenti e da un investimento reale sui diritti e sul futuro della comunità.













