Tagli all’accoglienza, Trento resta con le persone in strada. Oltre 200 senza un posto dove dormire: “A novembre il Piano Freddo non basterà. Nei prossimi mesi sarà peggio”
Sono ancora oltre 200 le persone, tra senza dimora e richiedenti protezione internazionale, in attesa di avere un posto dove dormire. Intanto in molti sono costretti a trovare riparo sotto i ponti, lungo l'Adige. Una situazione che è destinata a peggiorare nei prossimi mesi, i tagli alla residenza Fersina causeranno ulteriore pressione e in vista l'inverno non sembra esserci un progetto chiaro e definito, nemmeno per l'accoglienza delle donne

TRENTO. Oltre 200 persone tra senza dimora e richiedenti protezione internazionale che continuano a non avere un luogo dove andare a dormire.
La riduzione continua dei posti per l'accoglienza, lo svuotamento della residenza Fersina per fine anno, nessun piano certo per il futuro se non quello dell'apertura del Cpr, rischiano di far diventare l'accoglienza a Trento ingovernabile.
In parte lo è già, basta pensare alle tante persone che sono costrette a dormire sotto i ponti, lavarsi nell'Adige, vivere la giornata senza un soldo, per mangiare, per vestirsi, per tagliarsi i capelli, per tutte quelle cose basilari che un essere umano fa.
E il rischio è che nei prossimi mesi la situazione peggiori ulteriormente. Perché se i posti di accoglienza continuano a diminuire e, allo stesso tempo, alle associazioni non è possibile ampliare la propria capacità di accoglienza, il risultato appare inevitabile: più persone finiranno per strada, con meno possibilità di trovare un riparo e con una rete di sostegno sempre più sotto pressione.
Qui entra in gioco la politica e il meccanismo è semplice. La Provincia governata dal centrodestra con il presidente Fugatti sta tagliando i posti dell’accoglienza (come previsto dall'accordo Piantedosi) senza però mettere in campo un’alternativa concreta e sufficiente per le persone presenti sul territorio. Il risultato è una situazione sempre più difficile da gestire, che finisce inevitabilmente per scaricare una grossa parte della pressione sul Comune di Trento, amministrato dal centrosinistra.
Ecco allora che prima si tagliano i posti e non si costruiscono alternative. Poi si lascia che il problema si concentri sul capoluogo. Infine si accusa il Comune di non essere in grado di gestirlo.
In parole povere scaricare il problema sul Comune e poi usare il problema, prodotto dalle proprie quelle scelte, contro il Comune stesso. È la politica sulla pelle delle persone.
Quando arriverà l'inverno le conseguenze saranno ancora più pesanti. “Se a novembre l'apertura del piano invernale rimarrà uguale a quella degli scorsi anni non sarà sufficiente. I numeri di persone costrette a dormire in strada oggi sono molto superiori rispetto a quelli degli scorsi anni. La residenza Fersina verrà smantellata e sarà difficile offrire un'accoglienza adeguata se la Provincia non cambierà qualcosa” ci dicono le associazioni che si occupano del tema.
Senza contante dell'accoglienza femminile. La politica “Zero donne in strada” è pressoché fallita. Ad inizio maggio di quest'anno la Pat aveva lanciato un nuovo percorso sperimentale di accoglienza per le donne richiedenti protezione internazionale che prevedeva anche un percorso con l’accertamento delle competenze lavorative con azioni di orientamento e accompagnamento all’inserimento occupazionale. Un intervento positivo ma ben lontano dalle necessità che ci sono sul territorio.
I posti invernali di Casa Baldè, della Bonomelli, di Casa San Giovanni e del Portico a Rovereto sono ben al di sotto delle richieste. Senza contare che per il prossimo inverno non sappiamo se ci saranno i 20 posti del dormitorio di via della Saluga che ospitavano le donne. Per loro rimarrebbero solo quelli di Casa Paola e Casa della Giovane.
È bene chiarire che la Provincia può diminuire i posti dell'accoglienza ma non può fermare il flusso di persone che arrivano per via terra in Trentino. C'è quindi la necessità di un ripensamento netto del cosiddetto “piano freddo”. Non soltanto un intervento emergenziale attivato quando le temperature scendono, ma una programmazione preventiva concentrata sul periodo statisticamente più critico.
Il “Piano Freddo” subordina infatti la convocazione del Gruppo di Attivazione e l’apertura dei posti straordinari al raggiungimento, o alla previsione, di una temperatura pari o inferiore a -4 gradi. “Un criterio esclusivamente fondato sulla temperatura minima rischia di non considerare adeguatamente altri fattori che possono rendere pericolosa la permanenza prolungata all’aperto” ha spiegato nei giorni scorsi la consigliera provinciale Lucia Coppola in una interrogazione sul tema.
Da qui la necessità di superare la logica puramente emergenziale e lavorare fin da subito ad un piano concreto e strutturale che possa offrire un posto al coperto per l'inverno, almeno nel periodo che statisticamente è più freddo, senza bisogno di controllare i gradi centigradi. Non possiamo pensare di arrivare all'inverno per accorgerci ancora una volta che il problema esiste. Serve adesso una programmazione seria, e una responsabilità condivisa tra le istituzioni.














