Fuori alle 8, senza alternative, 20 donne 'sfrattate' dal dormitorio. Fragilità e abbandono senza fine a Trento: “Non si può parlare di protezione. Solo di sopravvivenza”
Il duro intervento di Marilena Guerra a nome della Commissione provinciale pari opportunità tra donna e uomo dopo la decisione di chiudere il dormitorio femminile di via Saluga che costringe molte donne a rimanere in strada. “La proroga della permanenza presso il dormitorio fino all’ 8 maggio sposta soltanto il problema, rimandando tutto di pochi giorni senza individuare soluzioni strutturali”

TRENTO. La vulnerabilità femminile non è un’eccezione, è la regola. E ogni anno, con l’arrivo della primavera, diventa anche una condanna.
Almeno 20 donne sono rimaste senza un posto dove dormire. Non per un'emergenza, ma perché viene chiuso un dormitorio: il 29 aprile, infatti, alle ospiti della struttura di via Saluga è stato comunicato di lasciare il proprio posto entro le 8 del mattino successivo. Portando via tutto. Senza alternative.
Il giorno dopo le ospiti sono state effettivamente fatte uscire, senza alcuna prospettiva. In seguito a pressioni esercitate da varie associazioni del territorio, nel primo pomeriggio dello stesso giorno sono state temporaneamente ricollocate: alcune di nuovo in Via Saluga, ma solo per 7 giorni, altre presso l'ostello di Rovereto (con tutte le problematiche legate al trasferimento, stante che alcune non hanno nemmeno il denaro per i mezzi pubblici). Tra di loro ci sono donne richiedenti asilo, donne giovani e di una certa età, donne con problemi fisici o psichiatrici, donne vittime di tratta o violenza.
“La proroga della permanenza presso il dormitorio di via Saluga fino all’ 8 maggio sposta soltanto il problema, rimandando tutto di pochi giorni senza individuare soluzioni strutturali”. A denunciarlo senza una nota scritta è Marilena Guerra a nome della Commissione provinciale pari opportunità tra donna e uomo della quale è presidente.
I numeri raccontano già una parte del problema: i posti disponibili sul territorio per donne con situazioni di fragilità sono del tutto insufficienti e spesso hanno carattere solo temporaneo poiché legati all’emergenza invernale. Questo significa che, durante l’anno, alcune restano fuori e appena arriva il caldo è ancora peggio.
Già lo scorso anno il giornale il Dolomiti si era occupato delle misure di accoglienza per le donne dando voce a diverse associazioni che sottolineavamo la necessità di “soluzioni strutturali” (QUI L'ARTICOLO). Misure che non sono mai arrivate. Le misure messe in campo dalla Provincia si esauriscono in poco tempo. Quello che era stato chiesto da più parti era un cambio di passo concreto e strutturato.
Il problema, spiega Marilena Guerra, non è solo quantitativo. È qualitativo. “Per una donna, vivere in strada non significa soltanto povertà estrema. Significa esposizione quotidiana al rischio di violenza, sfruttamento, abuso. Molte evitano i dormitori, perché non li percepiscono come luoghi sicuri. Altre accettano soluzioni precarie pur di avere una parvenza di protezione. In entrambi i casi, il sistema fatica a intercettarle e ad accoglierle” scrive la presidente della Commissione provinciale pari opportunità tra donna e uomo.
Chi lavora sul campo lo ripete da tempo: i servizi sono ancora troppo pensati per rispondere all’urgenza, non per costruire un’uscita reale dalla marginalità. Offrono, per altro in numero insufficiente, un letto, un pasto, una doccia. Ma raramente garantiscono continuità, accompagnamento psicologico, percorsi di autonomia. Senza questi elementi, la vita in strada non è una fase: rischia di diventare una condizione stabile.
Il nodo più grande resta quello abitativo. “Senza accesso a soluzioni diversificate e sostenibili – continua Guerra - ogni intervento rischia di essere tampone. Il dormitorio diventa un circuito chiuso: si entra per bisogno, si resta per mancanza di alternative”.
Eppure, modelli diversi esistono, qualche esperienza c’è anche in Trentino. Il principio dell’“Housing First” – prima la casa, poi tutto il resto – ha dimostrato che offrire subito un alloggio stabile riduce drasticamente la vulnerabilità per le donne. Allo stesso modo, strutture esclusivamente femminili, servizi aperti 24 ore su 24 ed équipe multidisciplinari permettono una presa in carico più efficace e sicura.
“Trento non parte da zero. La rete c’è, il volontariato è attivo, le istituzioni hanno avviato interventi e non mancano certo le risorse. Ma il salto necessario è un altro: passare da una logica di gestione dell’emergenza a una di soluzione strutturale. Perché finché una donna è costretta a scegliere tra la strada e un luogo che non percepisce come sicuro, non si può parlare di sistema di protezione. Solo di sopravvivenza" conclude Marilena Guerra.
A raccogliere e condividere l’appello della Commissione provinciale per le Pari Opportunità è la Consulta provinciale per la Salute che richiama l’attenzione del Comune di Trento e della Provincia sulla condizione delle donne richiedenti asilo prive di adeguata protezione notturna. “Lasciare donne senza un riparo sicuro significa esporle non solo a disagio materiale, ma anche a rischi concreti di violenza, sfruttamento e grave compromissione della salute psicofisica”.
La richiesta è quella di “mantenere aperti i dormitori e rafforzate le misure di accoglienza protetta dedicate alle donne più fragili. Non si tratta di un intervento residuale, ma di una misura essenziale di tutela della salute, della sicurezza personale e della dignità umana” viene spiegato dalla presidente della Consulta Elisa Viliotti.
Esperienze già attive in alcune realtà italiane dimostrano che è possibile costruire modelli efficaci di accoglienza di bassa soglia e protezione dedicata per persone senza dimora e donne vulnerabili.
A Roma, ad esempio, sono stati attivati sia centri di accoglienza per donne richiedenti asilo e protette internazionali, come il centro “Santa Bakhita” in convenzione con Roma Capitale, sia nuove strutture dedicate a donne senza fissa dimora e in dimissione da percorsi sanitari, nell’ambito di progetti di accoglienza e autonomia. A Milano sono operative strutture dedicate esclusivamente alle donne senza dimora, come lo spazio “3D: Donne, Dimora, Diritti”, inserito nel sistema cittadino di contrasto alla grave emarginazione, accanto ad altri presidi a bassa soglia rivolti alle persone più vulnerabili. A Bologna, il sistema costruito tra Comune, Città metropolitana e rete antiviolenza ha rafforzato nel tempo l’ospitalità in emergenza e le case rifugio per donne vittime di violenza, anche con accesso immediato e presa in carico integrata con i servizi territoriali.
“Di fronte a situazioni di particolare fragilità, la qualità di una politica pubblica si misura nella capacità di unire protezione sociale, prevenzione sanitaria e tutela dei diritti fondamentali. Garantire sicurezza, continuità assistenziale e accoglienza alle donne richiedenti asilo più esposte non è soltanto una scelta organizzativa: è una responsabilità politica e sociosanitaria” conclude la Consulta provinciale per la Salute.












