Bimba di 4 anni muore portata via dal mare, era sulla spiaggia nera, vietatissima, con il padre e altri turisti: dall'Islanda alle Dolomiti il senso del limite non esiste più?
Un fatto di cronaca bruttissimo raccontato da Roberto Luigi Pagani (conosciuto come Un italiano in Islanda) mostra quanto in ogni contesto turistico (e i casi sulle nostre montagne in questi giorni sono continui) divieti, ordinanze e senso del limite siano troppo spesso dimenticati. ''Ragnar Sigurður Indriðason, uno dei proprietari che vive vicino alla spiaggia racconta che alcune persone semplicemente non vogliono farsi dire cosa fare. Ha provato a mettere in guardia le persone sui pericoli, ma in cambio ha ricevuto atteggiamenti sgradevoli e maleducazione''

ISLANDA. Una bambina di 4 anni è morta, portata via dal mare in quella che è risaputo essere una spiaggia della morte, dove vigono divieti draconiani, ci sono cartelli multilingue che spiegano che non ci si deve avvicinare, che è pericolosissimo, che si muore, che non c'è scampo e il mare non perdona. Eppure sono tantissime le persone che continuano a entrarvi, che vanno lì per farsi delle foto, dei selfie ricordo, che poi tornano a casa e raccontano che loro lì ci sono stati ed è andato tutto bene. Non potrà raccontarlo il padre che ha deciso di sfidare le onde di Reynisfjara con le sue due bimbe e le ha condotte su quella spiaggia nera per poi vedere la più piccola trascinata via da un'onda e scomparire in pochi secondi in quel mare scuro e freddissimo.
La vicenda è stata raccontata in queste ore da Roberto Luigi Pagani da molti conosciuto sui social come ''un italiano in Islanda'' e pone, drammaticamente, un tema che sta toccando anche i nostri territori, le nostre montagne, tutto quello che ha a che fare con il turismo (e il turismo dei selfie): il tema del limite. Proprio in queste ore il presidente della Sat, Cristian Ferrari, ha spiegato che dopo il crollo di una parte di Cima Falkner nel cuore delle Dolomiti di Brenta, con circa 700mila metri cubi di roccia e materiali a rischio distacco, e la chiusura di alcuni sentieri sono stati segnalati due alpinisti passare proprio sulle vie vietate (QUI ARTICOLO). Nel Bellunese un turista inglese ha dovuto chiamare i soccorsi perché era rimasto bloccato letteralmente dentro la frana del Marcora nonostante le scariche continue, il pericolo, i cartelli di divieto (anche in lingua) e la chiusura del sentiero (QUI ARTICOLO). E gli esempi potrebbero essere innumerevoli.
Cosa sta accadendo? Roberto Luigi Pagani lo racconta partendo proprio da questa terribile vicenda successa in Islanda. ''Una famiglia è stata trascinata in mare dalle onde a Reynisfjara, la spiaggia nera vicino a Vík - raccontava venerdì -. Secondo quanto riportano i media islandesi, si tratta di un padre e delle sue due figlie. Una delle bambine non è tornata a riva. La Guardia Costiera islandese ha fatto decollare l’elicottero con la massima urgenza, ma la piccola è morta. L’acqua in Islanda è gelida anche in piena estate: uccide in pochi minuti. E con il moto ondoso di Reynisfjara, nemmeno un nuotatore olimpionico riuscirebbe a tornare a riva. E tutto questo perché, ancora una volta, non si leggono i cartelli. Non si dà ascolto agli avvisi, ai segnali, ai racconti. Reynisfjara è pericolosa. È uno dei pochi posti in Islanda dove c’è letteralmente scritto, su cartelli multilingue che sussiste un pericolo mortale. Ma troppe persone continuano a passare oltre i cartelli ignorandoli, come se quelle onde fossero uno spettacolo turistico e non una minaccia reale''.
''Vedo troppo spesso genitori avvicinarsi al bagnasciuga con bambini piccoli. Forse pensano che sia solo una spiaggia balneare. Ma quella non è una spiaggia normale: è un luogo dove il mare ha già ucciso, più volte. Le chiamano “sneaker wave” perché ti sorprendono all’improvviso, quando credi di essere al sicuro. Ti trascinano via prima che tu capisca cosa sia successo. E ora un padre dovrà convivere con il dolore e con il senso di colpa per il resto della sua vita. Per una leggerezza. Una sottovalutazione. Una distrazione''.
Questa tragedia, infatti, è uguale a tante altre che si sono verificate su quella spiaggia tanto instagrammabile, perché nera, quanto mortale. Si sono pensate soluzioni di ogni tipo dal transennarla tutta, posizionare bagnini fissi o guardie, chiuderla definitivamente (tutte ipotesi scartate per le dimensioni della spiaggia e per ragioni di responsabilità e gestione).
''Ragnar Sigurður Indriðason, uno dei proprietari, è stato intervistato dall’agenzia di stampa mbl.is. Ragnar - prosegue Pagani - vive più vicino alla spiaggia rispetto agli altri proprietari. Racconta di come una parte dei turisti reagisca male alle indicazioni di sicurezza. 'Alcune persone semplicemente non vogliono farsi dire cosa fare. Anche se la maggioranza segue le istruzioni, c’è sempre una parte ostinata che rifiuta di rinunciare a scendere verso la riva. Ho provato a mettere in guardia le persone sui pericoli, ma in cambio ho ricevuto atteggiamenti sgradevoli e maleducazione. È impossibile continuare così; perfino la polizia si arrende davanti a questa situazione. La polizia ha presidiato la zona in passato, in seguito a incidenti. Mi hanno detto che è estremamente difficile gestire le persone e fermarle. Ci sarebbe un’enorme pressione psicologica su chiunque dovesse presidiare costantemente la zona; non è un compito che chiunque può svolgere”. È successo anche a me, tante di quelle volte che ci rinunciate. Ogni volta che vado e dico la gente di allontanarsi perché è pericoloso, mi mandano a quel paese. Capite? Chi è che di lavoro vorrebbe fare quello che passa le giornate a urlare a gente che non lo ascolta?''
La soluzione, allora, resta una e una soltanto in Islanda come sulle nostre montagne e in ogni contesto della vita: leggere, almeno, i cartelli ed esercitare il senso del limite imposto dai divieti (insomma non si chiede nemmeno di pensare troppo, basta rispettare la legge).












