"Celle roventi e spazi sovraffollati: in Italia quasi 62.500 detenuti a fronte di 51.280 posti". L'analisi: "Decreto sicurezza? Misure da populismo penale, acuiscono le criticità"
Dal XXI Rapporto di Antigone alle voci di Francesco Santin e Nicola Canestrini: sovraffollamento, caldo estremo e un carcere sempre più lontano dalla funzione rieducativa

TRENTO. In queste giornate estive, mentre il tempo sembra rallentare, dentro le carceri italiane il caldo rappresenta un’ennesima prova a cui i detenuti vengono sottoposti. Celle roventi, spazi sovraffollati e ventilazione in molti casi assente si sommano ai problemi strutturali e organizzativi che affliggono il sistema penitenziario durante tutto l’anno, rendendo tali luoghi più inospitali e spesso al limite della sopportabilità.
In questo contesto, lo scorso 29 maggio è stato presentato il XXI Rapporto di Antigone, intitolato “Senza Respiro” e curato dall’omonima Associazione, che da anni si impegna nella tutela dei diritti delle persone detenute. Il documento restituisce un’indagine lucida, che anno dopo anno continua a sollevare domande essenziali: che cosa significa oggi “pena”? E quale spazio resta per la rieducazione, quando la detenzione si traduce in sofferenza?
Queste domande sono state sottoposte a due figure che, per ruolo e sensibilità, offrono uno sguardo diretto e consapevole sulla realtà carceraria. Il primo è Francesco Santin, cooperatore sociale e criminologo, Presidente di Antigone Friuli-Venezia Giulia e membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione per il Triveneto; il secondo è Nicola Canestrini, avvocato penalista e figura di riferimento nel campo dei diritti umani e della giustizia penale in Italia.
“Il nuovo Rapporto Antigone testimonia la realtà di un carcere che fatica a garantire condizioni minime di vivibilità e dignità, trasformandosi spesso in un luogo di privazione della libertà, di sporcizia e degrado”, spiega Santin, ricordando che “al 31 maggio 2025, le persone detenute in Italia sono 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Dunque, si registrano 11.165 persone in più rispetto alla capacità prevista, con un sovraffollamento che aggrava ulteriormente le condizioni di vita e rende difficile ogni intervento di rieducazione o assistenza”.
La domanda sorge spontanea: vivere in carcere in queste condizioni permette davvero a chi è detenuto di sentire di aver saldato il proprio debito nei confronti della società? “In carcere l’attività principale è l’attesa”, racconta Canestrini, “un’attesa che spesso si traduce in un tempo vuoto e privo di significato, capace solo di accentuare il senso di isolamento e frustrazione”.
Dunque, è facile credere che chi vive in una simile condizione non solo fatichi a trovare un percorso di riscatto, ma sperimenti piuttosto una crescente sensazione di abbandono ed inutilità. E in questo clima di attesa e solitudine, il fenomeno dei suicidi continua a rappresentare una delle emergenze più critiche all’interno delle carceri italiane. Secondo il Rapporto, nel solo 2024 almeno 91 persone detenute si sono tolte la vita, mentre tra gennaio e maggio del 2025 i casi sono già almeno 33. Se si pensa, poi, al fatto che nel 2024 almeno 62 persone si sono tolte la vita nei primi 6 mesi di detenzione, di cui almeno 14 nel primo mese e almeno 11 nella prima settimana, si comprende come l’ingresso nell’istituto possa rappresentare uno dei momenti più delicati e complessi.
“A togliersi la vita in carcere non sono solo persone con una lunga sentenza”, prosegue Canestrini, “ma quelle in attesa di giudizio, detenuti per reati minori, o persone particolarmente fragili, che faticano a trovare supporto all’interno di questo sistema”. E il tema del suicidio ricorre anche nella polizia penitenziaria: negli ultimi anni sono aumentati i casi di agenti che si sono tolti la vita, segno di un malessere profondo che attraversa tutto il sistema carcerario, non solo chi vi è recluso. “Questi numeri testimoniano un grande disagio e rivelano una realtà sempre più distante dalla funzione rieducativa che la Costituzione affida al carcere”, osserva Santin.
Quali soluzioni per il carcere, dunque, anche alla luce della recente approvazione in Parlamento del Decreto Sicurezza? “Le soluzioni a un problema complesso sono necessariamente complesse e per questo”, osserva Canestrini, “appare riduttivo un impianto normativo che si limita a inasprire le pene, senza affrontare le cause profonde della crisi detentiva.” Santin conclude: “Il nuovo decreto appare più come un gesto simbolico che una risposta concreta. Le misure adottate sembrano frutto di un populismo penale destinato purtroppo ad acuire, anziché risolvere, le criticità del nostro sistema carcerario.”













