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Bolzano
16 maggio | 10:37

"Cinema e psichiatria? Mondi paralleli e convergenti, dai fratelli Lumiere e Freud all'oggi" lo psichiatra Luigi Basso: "I film aiutano rafforzare o combattere lo stigma"

Lo psichiatra Luigi Basso sarà protagonista della conferenza spettacolo 'Cinema Psichiatria' al Teatro Cristallo: "L'obiettivo del cinema è quello di attrarre e coinvolgere il pubblico, attraverso una narrazione fruibile: per questo può avere un grande impatto, anche quando si affronta un tema così complesso come quello della malattia mentale"

"Cinema e psichiatria? Mondi paralleli e convergenti, dai fratelli Lumiere e Freud all'oggi" lo psichiatra Luigi Basso

BOLZANO. Pensieri, emozioni, storie di vita, comportamenti. Sogni e incubi. Tutti concetti che legano indissolubilmente due ambiti apparentemente lontani ma incredibilmente vicini e che nei decenni hanno corso su binari al contempo "paralleli e convergenti": cinema e psichiatria. Partendo questo legame prenderà le mosse la conferenza-spettacolo, intitolata appunto "Cinema e Psichiatria", che venerdì 16 maggio (ore 20.30) vedrà protagonista a Bolzano, nella Sala don Lino Giuliani del Centro Culturale Cristallo, Luigi Basso – medico psichiatra da oltre 30 anni attivo nel campo della riabilitazione psichiatrica e membro del direttivo nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale – e la compagna Teatro Blu.

 

Nel dettaglio, lungo una linea temporale lunga oltre un secolo – dal tempo in cui i fratelli Lumiere proiettarono i loro primi corti e Freud e Breuer gettarono le basi della psicoanalisi, fino all'oggi – il pubblico sarà accompagnato nella scoperta di come, attraverso la prospettiva cinematografica, è stata presentata e vissuta la patologia psichiatrica e la sua gestione. Il tutto accompagnato da una performance di danza contemporanea ambientata in un ospedale psichiatrico - che vedrà in scena Stefania Bertola, Irene Pampagnin e Ginevra Benussi – e da momenti di racconto in cui Nicola Benussi interpreterà dei testi emblematici e significativi per il tema.

 

Dottor Luigi Basso, il tema è complesso e articolato: quali saranno i punti cardinali dell'intervento sull'intreccio tra cinema e psichiatria?

 

Partirò dall'idea che cinema e psichiatria, con particolare riferimento alla dimensione psicoterapeutica e psicoanalitica, affondano le radici nel medesimo periodo storico: parliamo della fine del 1800, quando i fratelli Lumiere proiettano, tra gli altri, il famoso corto L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, e Sigmund Freud e Josef Breuer si scambiano il famoso carteggio in cui delineano i primi elementi della psicoanalisi. Cinema e psichiatria avanzeranno da quel momento in modo parallelo, convergendo però sulla volontà di indagare la mente, le relazioni umane, il rapporto tra luce e tenebre, fra comportamento manifesto e latente, fra conscio e inconscio: quella dimensione di mistero che suscita interesse, e fascino, proprio per la sua difficile comprensione immediata.

 

Lei fa riferimento ad un percorso "parallelo e convergente", che dal 1895 arriva ai giorni nostri. Quali i suoi tratti "salienti"?

 

Il cinema sin dall'inizio si è occupato del tema della salute mentale, basti pensare ad alcuni capolavori di inizio secolo come Il gabinetto del dottor Caligari e Il dottor Mabuse, con temi analoghi che troveranno successivamente spazio anche nella produzione hollywoodiana. Parallelamente la psicoanalisi esplorerà quella dimensione non immediatamente percepibile che è quella dell'inconscio, con tutte le pulsioni e gli elementi che sfuggono alla nostra coscienza e che agiscono in profondità. Parliamo quindi di "materia narrativa" utile sia per una seduta psicoanalitica, che per un film: da questa fase i contatti tra i due ambiti saranno sempre più stretti, con la fascinazione bilaterale che si articolerà sempre di più nel tempo, intrecciandosi con gli elementi socio culturali prevalenti nelle varie epoche, da inizio secolo fino alla contemporaneità, e proprio questo percorso diverrà centrale nella conferenza.

 

Il tema della "difficile narrazione" della malattia mentale è da sempre di grande attualità, quasi come se nel tempo le sfide da affrontare si rinnovassero continuamente. Qual è il quid apportato nei decenni dal cinema a tal proposito?

 

Ha toccato uno dei temi più interessanti inerenti all'argomento. Dobbiamo partire dal presupposto che l'obiettivo del cinema è quello di arrivare ad una produzione in grado di attrarre e coinvolgere il pubblico, attraverso una narrazione fruibile: per questo può avere una grande capacità d'impatto, anche quando si affronta un tema così complesso. Possiamo dividere le produzioni in due categorie: quella che ha sposato i luoghi comuni più negativi del tema della salute mentale e quella che ha fatto propri gli elementi positivi relativi alle conoscenze e allo sviluppo delle ultime teorie, naturalmente in relazione ad ogni epoca. Insomma, il cinema può scegliere se contribuire a rafforzare o a combattere lo stigma: quando si è imboccata la prima via, si è descritta la malattia mentale come qualcosa che porta sempre alla rovina del soggetto, nel caso contrario si è scelto magari di raccontare storie di vita reale, capaci di aiutare il pubblico a farsi un'idea corretta su come affrontare determinate problematiche.

 

Può fare qualche esempio?

 

Tra tutti criteri il famosissimo film A beautifil mind: pur con le molte licenze cinematografiche che accoglie, è un lavoro che riesce a rappresentare una malattia mentale come la schizofrenia, enfatizzando però il fatto che è possibile affrontarla vivendo comunque la propria vita, seppur con dei "limiti" fisiologici, raggiungendo anche successi importanti. Va tenuto conto che oggi la cinematografia mondiale va in questa direzione: è meno volta alla spettacolarizzazione – indugiando meno sugli elementi duri e bizzarri della malattia – e più all'analisi della quotidianità delle persone che convivono con il tema della malattia mentale, con la sua gestione e le conseguenti difficoltà. In questo modo è possibile rendere meglio la complessità del disturbo psichico, in contrasto con quei tratti 'alieni' che magari, nei decenni precedenti, venivano invece enfatizzati.

 

Fino a questo punto si è parlato di come il cinema abbia raccontato la malattia mentale mettendo a fuoco la figura del paziente, qual è stato invece il suo "sguardo" sull'approccio medico e sulle terapie?

 

Si può dire che fino agli anni Sessanta la terapia è stata presentata in modo esclusivamente "brutale", portando a vedere farmaci e approcci come strumenti di oppressione, senza illustrarli nel dettaglio, e quasi demonizzandoli. Il modello che al tempo veniva mostrato, parlando di psicoterapia, era un modello catartico che ipotizzava come causa della malattia esclusivamente un trauma subito e che agiva a livello inconscio, e che veniva riportato a livello conscio tramite il percorso. L'esempio tipico di questa narrazione cinematografica è stato Hitchcock, ed il pensiero va ad esempio al famoso Psyco, che propone una chiave di lettura dal punto di vista medico "semplicistica", dal momento che non tutte le patologie psichiatriche scaturiscono da queste cause.

 

Poi negli anni, però, l'approccio del cinema al tema della terapia è mutato.

 

Oggi i film, ma anche le serie tv sempre più diffuse e fruite, si soffermano spesso anche sugli aspetti relativi alla "cura". Nonostante molte semplificazioni, ritengo ci sia molta più attenzione al modello bio-psico-sociale, al fatto che ogni disturbo psichico è complesso ed è frutto di una predisposizione su cui intervengono elementi di natura ambientale, relazionale e sociale che possono far emergere il disturbo, influenzandone il decorso e l'esito, e lo sguardo è posato anche sugli interventi necessari per giungere ad una risoluzione del problema. In quest'ottica ci si sofferma sull'importanza dei farmaci, ma anche della psicoterapia e della riabilitazione. Insomma, la complessità del tema viene resa molto di più, e questo trasforma il cinema in uno strumento utile per contribuire a far accrescere nelle persone la consapevolezza di determinati fenomeni, trasmettendo dei messaggi di rilevanza culturale e sociale.

 

Rovesciando il paradigma, il cinema viene utilizzato anche in molti percorsi terapeutici.

 

Assolutamente sì, molti laboratori vengono proposti in varie realtà - come centri di riabilitazione, di salute mentale e comunità terapeutiche - in cui vengono prodotti, coinvolgendo professionisti d'ambito, corti e progetti audiovisivi che affrontano il tema della salute mentale. Questi si rivelano strumenti riabilitativi di grandissima importanza dal momento che le persone che vivono una patologia acquisiscono un ruolo centrale, partecipando alla realizzazione del progetto e mettendosi in gioco. Oltre alla produzione diretta nel corso di appositi percorsi, risulta fondamentale anche la visione di prodotti cinematografici che affrontano il tema, che poi vengono commentati e confrontati, alla luce dell'esperienza personale che le persone coinvolte stanno vivendo.

 

Un’ultima battuta, qual è la sua opinione su come oggi in Italia viene affrontato il tema della narrazione della malattia mentale, in relazione alla necessità di combattere quello stigma che appare sempre difficile da eradicare?

 

Posso dire che assistiamo a molti "approcci" al problema dello stigma relativo all'argomento, e taluni non sembrano funzionare benissimo: penso ad esempio a quelli 'frontali', in cui un esperto spiega semplicemente una malattia attraverso un canale mediatico. Credo che sia fondamentale proporre invece una narrazione approfondita sull'ambito, coinvolgendo direttamente coloro che hanno sofferto e soffrono di malattie psichiche: parlo naturalmente di chi ne ha consapevolezza e che accetta di parlarne in contesti pubblici. Penso, a tal proposito, all'outing fatto da molti personaggi famosi: questo rappresenta una modalità efficace, perché veicola il messaggio che è importante non provare vergogna nei confronti dell'argomento. Il fatto di poterne parlare, affiancandosi sì a degli esperti, contribuisce a produrre una narrazione molto più efficace, anche pensando alle nuove modalità comunicative utilizzate soprattutto dalle nuove generazioni. A tal proposito, per tornare al punto di partenza, diventano importanti anche le esperienze culturali, come cinema e teatro, che coinvolgono le persone che soffrono di determinate patologie. Posso dire, in sintesi, che la parola d'ordine per vincere lo stigma è "coinvolgimento".

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