Emergenza frane: va ripensato il modello di sviluppo. Il geologo Gianolla: “Invece di spendere soldi in briglie in certe zone serve delocalizzare, dialogando con le comunità”
Il geologo Piero Gianolla dopo le frane e le colate detritiche verificatesi nelle ultime settimane: "Opere di contenimento necessarie ma non sufficienti, e rimane sempre un rischio residuo. Anziché spendere soldi per costruire briglie, bisognerebbe pensare di delocalizzare: chiaramente non vuol dire mandare via la gente, serve un ragionamento di resilienza e sviluppo nel futuro”

CADORE. “Le opere di contenimento in questo momento sono necessarie, ma non sicuramente sufficienti. Inoltre rimane sempre un rischio residuo. Va piuttosto ripensato il modello di sviluppo in certe zone: anziché continuare a spendere soldi pubblici per costruire briglie, bisognerebbe pensare di delocalizzare. Chiaramente non vuol dire mandare via la gente: serve un ragionamento di resilienza e sviluppo nel futuro”.
A seguito degli eventi dell’ultimo mese, con le zone di Cancia e San Vito interessate da importanti colate detritiche, abbiamo interpellato Piero Gianolla, geologo e docente all'Università di Ferrara, nonché membro del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco.
Approfondendo gli aspetti geologici, geomorfologici, climatici e antropici coinvolti nella frana a Borca di Cadore, il geologo aveva già specificato come le rocce carbonatiche delle Dolomiti tendono a fratturarsi facilmente, soprattutto dove sono presenti delle faglie. A ciò si aggiungono le sempre più frequenti piogge intense e improvvise tipicamente alpine: sono il fattore scatenante delle colate, ma il vero carburante è rappresentato dai detriti accumulati nei bacini a monte. Montagne come l’Antelao, la Croda Marcora e le cime adiacenti generano infatti grandi quantità di materiale detritico a causa di fattori quali la litologia fratturata (rocce che si fratturano facilmente), l’elevata pendenza dei versanti, il ritiro dei ghiacciai e il permafrost in degrado e la morfologia a conche e canaloni, che con il tempo possono riempirsi di detriti.
Tutto ciò è indispensabile per capire le osservazioni del geologo. “L’area tra Acquabona e Chiapuzza e tutta San Vito - dichiara a Il Dolomiti - è sempre stata interessata da questi fenomeni, così come Cancia, un conoide dove le frane sono continue. Ogni anno scende qualcosa: la differenza ora è che i fenomeni possono diventare più frequenti. Il cambiamento climatico può cioè dare un’accelerazione a un comportamento naturale, agendo in due modi: alza lo zero termico e intensifica localmente gli eventi atmosferici, in particolare bombe d’acqua che portano giù i detriti”.
Come agire? “Anzitutto - specifica - voglio precisare che non sono specializzato in frane né faccio il tecnico per le infrastrutture: tuttavia ho una conoscenza sufficiente di questo territorio, sul quale lavoro da 40 anni. Ho quindi una memoria storica e uno sguardo verso il futuro che mi permettono di dire che serve un ragionamento più grande, anzitutto politico. Anziché continuare a investire migliaia di euro in briglie e opere di contenimento, bisogna iniziare a delocalizzare e investire in luoghi dove si può costruire. In Cadore, ad esempio, è indispensabile uno studio sull’intera valle, che ha una sola strada importante, la statale 51, la cui gestione è strategica”.
Insomma, avere il coraggio di una visione diversa, che consideri lo spostamento di alcuni insediamenti umani e/o la realizzazione di opere che, anziché bloccare a monte la frana, permettano di bypassarla. Gianolla fa l’esempio di Rio Gere, che sale dall’abitato di Alverà al passo Tre Croci verso Misurina e Auronzo, dove nel 2009 un elicottero del Suem è precipitato mentre si cercavano possibili infortunati lungo il fronte di una frana: “Lì - specifica il geologo - venivano giù continue colate che interessavano la strada sottostante: è stato fatto un grande ponte e la frana ora passa sotto”.
È inoltre necessario implementare le carte del rischio e le azioni di monitoraggio, anche se rimane un monitoraggio: “Si valuta cioè lo stato della parete - afferma - e si può determinare con maggiore precisione quanto materiale ancora è in procinto di precipitare, ma poi questo viene giù lo stesso. Dobbiamo quindi fare entrambe le cose: conoscere il rischio è fondamentale, ma quando partono gli allarmi le persone hanno comunque pochi minuti per mettersi in sicurezza”.
Il mondo politico deve quindi ripensare la montagna e trovare il sistema per farvi vivere e lavorare le persone in sicurezza, partendo dal dialogo con le comunità. “Molti abitanti non vogliono lasciare la propria casa ed è comprensibile, ma è anche vero che continuiamo a investire una quantità enorme di soldi pubblici per opere che sono dei palliativi e non potranno mai risolvere il problema. È chiaro dunque - conclude Gianolla - che si tratta di qualcosa che va mediato, discusso e condiviso con la gente e non imposto dall’alto. Passa cioè attraverso un tavolo di confronto e un aumento della consapevolezza: è molto difficile, ma va fatto”.












