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Trento
26 marzo | 19:29

"Finché c'è questo pezzo di merda coi giornalisti non parlo" (VIDEO). Gli insulti shock di Donzelli al cronista fanno il giro d'Europa. E non arrivano le scuse

A scusarsi, invece, è stato Romano Prodi, reo di aver dato una "tirata" ai capelli dell'inviata del programma "Quarta Repubblica", Lavinia Orefice. "Ho commesso un errore e di questo mi dispiaccio. Ma è evidente dalle immagini e dall'audio che non ho mai inteso aggredire, né tanto meno intimidire la giornalista. Che non si strumentalizzi l'accaduto"

"Finché c'è questo pezzo di merda coi giornalisti non parlo"

TRENTO. Quel "pezzo di merda" ripetuto per due volte ai danni del giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini ha fatto rapidamente il giro d'Italia. E non solo.

Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, non si è scusato con il cronista della testata diretta da Marco Travaglio (cosa che sarebbe stata auspicabile: evidentemente nemmeno il partito ha chiesto al coordinatore nazionale di fare un passo indietro), dopo averlo insultato martedì 25 marzo, mentre stava entrando alla Camera da un ingresso laterale, alla presenza di altri cronisti. Dicendo loro che, finché ci fosse stato Salvini, definito per l'appunto "pezzo di merda" in due distinte frasi, lui non avrebbe parlato con i giornalisti.

 

I colleghi delle altre testate hanno preso le difese di Salvini, autore del libro Fratelli di Chat, dedicato all'ascesa e ai retroscena di Fratelli d'Italia partendo dalle chat di whatsapp nelle quali messaggiavano i vertici, i dirigenti, i ministri e i parlamentari del partito di Giorgia Meloni.

 

Se Donzelli non ha chiesto scusa, immediata è arrivata - invece - la durissima presa di posizione del Cdr della testata per cui lavora Salvini.

 

"Gli insulti rivolti dal deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli al nostro collega Giacomo Salvini - scrivono in una nota i Comitati di Redazione del Fatto e de ilfattoquotidiano.it - superano ampiamente ogni limite della normale (e spesso, giustamente, vivace) dialettica tra politici e giornalisti. Denigrare pubblicamente un cronista perché non piace quel che ha scritto è un gesto intollerabile che offende tutta la categoria: un bavaglio alla libertà di stampa, un'intimidazione a chi fa il proprio lavoro e un attacco alla persona a cui questa maggioranza probabilmente crede di poterci far abituare. Continueremo invece a denunciare questo e ogni altro tentativo di compromettere la dignità della nostra professione e il diritto all'informazione di lettori e lettrici".

 

Riguardo al caso Donzelli e anche a quello che ha visto protagonista - in negativo - Romano Prodi, reo di aver dato una "tirata" ai capelli dell'inviata del programma "Quarta Repubblica", Lavinia Orefice, il presidente nazionale dell'Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli ha definito i due fatti "inaccettabili" e parlando di "episodi non isolati".

 

"I giornalisti esigono rispetto, è il momento di mettere fine una volta per tutte a comportamenti inaccettabili - questa la nota ufficiale dell'Ordine dei Giornalisti -. Non si possono tirare i capelli ad una cronista. Non si possono lanciare insulti volgari e triviali o chiedere l'allontanamento di un giornalisti. Quelli recenti di Prodi e Donzelli non sono episodi isolati, ma il frutto di una tendenza a considerare i giornalisti come nemici e a non rispettare dignità e professione. Il nostro compito è quello di garantire innanzitutto il diritto dei cittadini ad essere informati. La simpatia è un requisito che si richiede ad altri mestieri".

 

Intanto, in giornata, sono arrivate le scuse dell'ex presidente del Consiglio e della Commissione Ue Romano Prodi che, però, ha invitato a non strumentalizzare l'accaduto (diverso rispetto a quello di Donzelli, questo va precisato) "come se un'intera vita non contasse, come se il futuro non esistesse".

 

"Ritengo sia arrivato il momento di chiarire alcune cose rispetto a quanto accaduto sabato 22 marzo - ha dichiarato Prodi all'Ansa -, a margine della presentazione del mio ultimo libro. Il gesto che ho compito appartiene ad una mia gestualità familiare. Mi sono reso conto, vedendo le riprese, di aver trasportato quasi meccanicamente quel gesto in un ambito diverso. Ho commesso un errore e di questo mi dispiaccio. Ma è evidente dalle immagini e dall'audio che non ho mai inteso aggredire, né tanto meno intimidire la giornalista. Questa vicenda mi offre l'occasione per una riflessione che forse è utile. Penso sia un diritto di ciascuno, non importa fatto quale ruolo abbia ricoperto nella vita, rivendicare la propria storia e la propria onorabilità e non accettare, come un destino inevitabile, la strumentalizzazione e persino la derisione dilaganti, anche grazie alla potenza della Rete. Come se un'intera vita non contasse, come se il futuro non esistesse".

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