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Trento
07 agosto | 18:31

"Il ministro Giuli commemora le Guerre Puniche invece della strage di Bologna: c'è o ci fa?", lo storico Filippi: "Sembra dire: 'Noi comandiamo, vi raccontiamo un'altra storia'"

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, nel 45esimo anniversario della strage di Bologna, ha scelto di recarsi a Canne per commemorare il 2241esimo anniversario di una battaglia fra Romani e Cartaginesi. Come mai? A cifrare la scelta che ha fatto molto discutere, è lo storico Francesco Filippi: "Quando l'Italia commemora la più grande strage fascista del dopoguerra,  il ministro rievoca invece le Guerre Puniche. Significa dire: quella storia commemoratela voi, ma noi che siamo al potere ve ne racconteremo un'altra, e mi sembra tanto l'ennesimo sfregio alle vittime"

TRENTO. Una decisione particolare, e che sicuramente ha creato non poco dibattito. Parliamo della scelta del ministro della Cultura Alessandro Giuli che, domenica 2 agosto, nel giorno del 45esimo anniversario della strage di Bologna – in cui 85 persone morirono a causa di una bomba piazzata da un gruppo neofascista – ha scelto di recarsi a Canne, in Puglia, per commemorare il "2241esimo anniversario" di una battaglia della Seconda Guerra Punica, tra l'esercito romano e i cartaginesi di Annibale, una delle peggiori sconfitte della Repubblica Romana.

 

A spiegare la scelta, sui canali social, è stato lo stesso ministro che ha scritto: "I luoghi in cui la cultura esprime sé stessa e la propria identità, sono l'unico autentico contravveleno alla discordia e alle guerre di ogni ordine e grado. Ed è per questo che, nei luoghi di guerra e di sofferenza, come qui dove si compì la battaglia di Canne, il Ministero della Cultura si affaccia offrendo fiori, offrendo la propria disponibilità economica, offrendo la propria presenza, offrendo le migliori qualità delle persone che conoscono il territorio e mappano le necessità culturali".

Ad interrogarsi e a cercare di "cifrare" questa celebrazione – che ha fatto discutere proprio per il fatto che si è sovrapposta a quelle di una delle peggiori stragi in Italia della seconda metà del Novecento – è lo storico trentino Francesco Filippi che, intervistato da il Dolomiti, va subito dritto per dritto: "Dobbiamo chiederci se il ministro c'è o ci fa, dal momento che mi sembra talmente immerso nel suo ruolo al punto da trovare indistinguibile la differenza tra una strage fascista di appena 45 anni fa e una battaglia tra due popoli scomparsi da millenni".

 

La questione, a detta di Filippi, è cifrabile riconducendo il tutto ad un preciso modo di approcciarsi alla narrazione della contemporaneità. "Ci troviamo ad assistere ad una sistematica ripresa di temi mitizzanti e di argomentazioni che nel nostro Paese abbiamo già visto, e mi riferisco al periodo fascista: si tratta di un tentativo spasmodico di collegare il nostro presente al 'glorioso' passato della romanità. Se osserviamo bene, poi, la colonna omaggiata dal ministro è stata costruita in periodo fascista, per ricordare quella battaglia proprio in funzione della costruzione di quel mito della continuità italica nel solco della storia romana. Una forzatura storica, dal momento che parliamo di una continuità che in realtà non esiste".

 

Lo storico si chiede però, a dover di completezza, quale sia il confine tra la bonomia del gesto e il suo essere invece collegato ad una precisa scelta comunicativa.

 

"Il fatto che si sia recato a Canne invece che a Bologna mi fa propendere a considerala una precisa scelta. Nel momento in cui una fetta d'Italia si ferma a commemorare la più grande strage fascista a cui abbiamo assistito dopo la fine della guerra – prosegue Filippi – il ministro della Cultura riesuma invece le Guerre Puniche. Si passa quindi da quello che potrebbe apparire un fraintendimento al voler dire: quella storia commemoratela voi, ma noi che oggi siamo al potere ve ne racconteremo un'altra. E mi sembra tanto l'ennesimo sfregio alle vittime della strage di Bologna".

 

Ripercorrendo il filo della riflessione dello storico trentino, gli chiediamo di approfondire il senso di questo eventuale tipo di approccio comunicativo, e la risposta è secca.

 

"Ci troviamo di fronte, come in altri casi che ci ha mostrato la storia, ad un Governo che ha evidenti difficoltà a raccontarsi nel presente e che per forza di cose si deve aggrappare al passato – prosegue – e fa riflettere come, per rafforzare la nostra identità nel ventunesimo secolo, si debba far riferimento ad una battaglia antica tra gli esponenti di una città stato come Roma, assieme a quelli di varie tribù barbare, e l'esercito ellenico e ben organizzato di Annibale. Parlando dei cartaginesi, mi viene da pensare che di qui potrebbe addirittura partire un filone narrativo che rischierebbe di vederli ricondotti ad un lontano tentativo di invasione etnica, magari da contrastare con lo slogan 'Annibale go home'. Naturalmente è una battuta, ma vi invito a rifletterci".

 

Lo storico rimarca poi il concetto che un determinato atteggiamento (quello del ministro, ndr) rimandi ad una "grave carenza di contenuti in merito al discorso pubblico sull'oggi", con la necessità quindi di rivangare quel passato in un presente, a tutti gli effetti, traballante.

 

"Nessun assetto politico solido proporrebbe un tale abbraccio identitario, e invece il ministro Giuli, in tempi di gran penuria per l’ambito culturale, arriva addirittura a parlare di investimenti volti ad esaltare quel tipo di ricordo. Mi vien poi da pensare un’altra cosa – prosegue Filippi – ed è che gli italiani si confermano ancora quelli che nella propria storia celebrano e festeggiano più le battaglie perse di quelle vinte: siamo quelli di El Alamein, di Caporetto, e adesso rischiamo di diventare addirittura il popolo di Canne. Evidentemente non si è ancora capito che questo tipo di racconto identitario non ha un grande appeal, ma prendo atto di questa linea del ministro, che va di pari passo con quella del ministro dell’istruzione Valditara, dal momento che le linee guida per l'istruzione ed il merito sembrano portare all'esaltazione di periodi passati nell’ottica di farli nostri”.

 

Un’ultima battuta Francesco Filippi (tra l’altro in uscita in autunno con l’edizione economica del suo libro Prima gli Italiani! Sì, ma quali?) la dedica proprio al tema della costruzione dell’identità basandosi su un determinato tipo di narrazione storica ‘forzata”.

 

“Al di là di queste commemorazioni, se si volesse davvero fare storia su quel periodo – conclude – si scoprirebbe che quelli che si vorrebbero dipingere come proto-italiani, erano in realtà un insieme di popoli e culture diversi, e tutto fuorché omogenei: è alla luce di ciò che si è creato l’arricchimento culturale di un Paese bellissimo come il nostro, che affonda le sue radici proprio nella diversità”.

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