"Noi, in prima linea tra disperazione e abbandono", la voce degli operatori nelle strutture d'accoglienza a Trento: "Riceviamo minacce di morte, viviamo nella paura"
Nell'ultimo anno e mezzo la situazione è peggiorata: "Abbiamo persone molto vulnerabili o devianti e queste compromettono la convivenza fra ospiti ma anche la relazioni con gli operatori". Solo di recente, spiega chi lavora nelle strutture, è stata attivata una collaborazione con il Centro di Salute Mentale ma manca ancora quella con il Serd. "(Non) accogliamo" è anche il titolo dell'ultimo numero di Uct che sta arrivando in edicola proprio in questi giorni

TRENTO. C'è chi viene minacciato di morte ed ha paura anche per la propria famiglia ,chi ha ricevuto pugni, chi è accoltellato e chi ancora vive con l'angoscia ogni ora del proprio lavoro.
A vivere sulla propria pelle le conseguenze di un sistema in affanno sono oggi coloro che, spesso in silenzio, cercano di garantire un'accoglienza dignitosa a centinaia di migranti in attesa di una risposta sul proprio futuro.
Stiamo parlando dei tanti operatori che lavorano nelle tre residenze che accolgono a Trento i migranti in attesa di ottenere la protezione internazionale. Purtroppo il fallimento del sistema di accoglienza messo in campo dalla Provincia negli ultimi anni si sta riversando sulla vita di tante persone e nonostante questo non smette il silenzio delle istituzioni. Il tema è trattato anche nell'ultimo numero del mensile Uct dal titolo "(Non) accogliamo" che proprio in questi giorni è in distribuzione nelle edicole.
Al momento Residenza Fersina ospita 280 persone circa, Residenza Adige alla vela una cinquantina di persone e alla Residenza Brennero una settantina. Vite sospese mentre attendono una risposta che, dopo mesi, ancora non arriva. Sullo sfondo, l’inerzia delle istituzioni.
“Nell'ultimo anno è mezzo la situazione è peggiorata ancora di più” ci spiega Pietro, uno degli operatori che operano all'interno della Residenza Fersina e che nei giorni scorsi si è presentato assieme ai sindacati per incontrare i capogruppo in consiglio provinciale e descrivere la situazione drammatica che si sta vivendo. “C'è un problema di sicurezza. E' molto molto difficile lavorare. Ci sono problemi legati alla convivenza tra ospiti determinata dallo stato della struttura che concentra tantissime persone per tanto tempo, arriviamo per certi anche fino a due anni di permanenza”.
A complicare la situazione è la situazione della struttura che è molto vecchia e che avrebbe bisogno di interventi di manutenzioni molto frequenti e che spesso, però, non vengono fatti. “Abbiamo persone molto vulnerabili o devianti e queste compromettono la convivenza fra ospiti ma anche la relazioni con gli operatori. Abbiamo quotidianamente aggressioni, minacce o in generale difficoltà nel gestire queste persone”.
Purtroppo fino ad oggi non è stato mai avviata una collaborazione con il Centro di Salute Mentale. “Solo di recente – spiega Pietro a il Dolomiti – abbiamo improntato un avvio di lavoro comune. Ma ci manca una collaborazione con il Serd. E' difficile con i propri strumenti che abbiamo gestire le persone molto problematiche”.
La paura che si prova nell'andare al lavoro è continua, ammettono gli operatori. “Noi viviamo tutti a Trento e le persone che vediamo in residenza Fersina poi li troviamo in centro. Le minacce non mancano come 'Ti ammazzo', e tutto questo clima ha creato anche un elevato turn over degli operatori”. Purtroppo ogni giorno che passa l’emergenza umana in questi centri sembra essersi fatta stabile e silenziosa.
“Io lavoro come operatore dal 2022 – ci racconta Ezra – però è difficile riuscire ad andare avanti, non si può fare nulla con il clima che si è creato nelle strutture”. Difficile pensare ad una integrazione in una situazione del genere. “Quando sono entrato la situazione era leggermente migliore – ma con il passare del tempo è peggiorata, c'è tanta rabbia che viene poi sfogata con minacce e vere e proprie aggressioni. Non ci sono più le condizioni per lavorare”.
In una terra che un tempo si vantava di accoglienza e civiltà, oggi sembra regnare il silenzio e l'indifferenza. Ci sono operatori stremati e spaventati, ci sono i volti di chi attende da mesi — e a volte anni — una risposta, un documento. C'è chi lavora ma che non trova casa e chi è costretto a finire per strada. In queste strutture diventano gabbie di disperazione la situazione è al limite.













