Belluno rischia di perdere il Museo delle maschere dolomitiche: l’appello per tutelare “un patrimonio collettivo". Dalle opposizioni la proposta di Palazzo Bembo
Il Museo delle maschere dolomitiche di Gianni Secco, aperto tre anni fa dall’associazione Borgo Piave Ets che ha recuperato i beni, deve lasciare la sua sede. Da qui l’appello al Comune per uno spazio pubblico che ospiti la mostra, mentre le opposizioni presentano una mozione per proporre Palazzo Bembo: “Gli enti pubblici dicono che mancano spazi e personale. O forse sono la volontà e le idee?”

BELLUNO. “Gli enti pubblici che, per compito istituzionale, dovrebbero contribuire alla tutela e alla valorizzazione di un bene culturale apprezzato non solo a livello locale ma regionale, nazionale e all’estero, non stanno offrendo alcuna risposta concreta. Perché mancano gli spazi, dicono, il personale, le risorse. O sono la volontà e le idee?”.
Nel prossimo Consiglio comunale i gruppi di minoranza porteranno una mozione, il cui primo firmatario è Marco Perale (Insieme per Belluno bene comune), con la quale chiedono all’amministrazione una soluzione alla questione che sta facendo discutere il mondo culturale bellunese.
A tre anni esatti dalla sua apertura, nell'ottobre 2023, il Museo delle maschere dolomitiche di Gianni Secco deve infatti chiudere i battenti. Ad aprirlo a palazzo Secco l’associazione Borgo Piave Etc, recuperando una collezione che dal 2019 era rimasta letteralmente sotto la polvere in un magazzino. Parliamo di una trentina di manichini restaurati e sistemati dalle volontarie e che rappresentano vari personaggi dei territori dolomitici, oltre a una trentina di volti lignei di diversi scultori, 14 quadri di Franco Fiabane più otto tavole di Claudio Nevyjel e quattro quadri di Vico Calabrò. Non mancano anche maschere dalla Sardegna, grazie a una collaborazione instaurata da un paio d’anni con il Museo maschere mediterranee.
Negli anni, infatti, il valore della riscoperta delle maschere non si è limitato al loro restauro, ma si è creata una rete di mascherate arcaiche dolomitiche, con eventi periodici tra 14 comunità da Canazei a Rocca Pietore, dalla Val di Zoldo al Comelico fino a Sappada. Un modo quindi per raccontare le comunità delle Dolomiti, non solo bellunesi, e una serie di eventi con un possibile impatto socio-economico sul territorio.
Cosa accade ora? “Palazzo Secco - spiega Antonio Gheno, presidente di Borgo Piave Etc - era stato ristrutturato da una ditta di Castelfranco ricavandone appartamenti e uffici, ma mai usato. Noi abbiamo un contratto di comodato d’uso gratuito per la parte uffici e abbiamo contribuito a dare visibilità allo stabile, tanto che gli appartamenti sono stati venduti e ora sembra che dei privati vogliano acquistare il resto per locazioni turistiche. Servirà quindi un cambio di destinazione d’uso autorizzato dalla Soprintendenza, i cui tempi non combaciano con i nostri: abbiamo 60 giorni per liberare lo stabile, per cui probabilmente toglieremo tutto prima di sapere se ci saranno l'autorizzazione e, quindi, l’acquisto”.
Anche in caso negativo, lo stabile rimarrà in vendita e la soluzione di prenderlo in affitto non sarebbe comunque sostenibile per l’associazione, che copre le spese delle bollette con le offerte dei visitatori. I quali, in realtà, non mancano: oltre 300 i giorni di apertura (tutte le domeniche più le visite con le scuole) gestiti dai volontari, che si occupano anche di raccontare quanto esposto. Un elemento definito vincente, tanto che sono stati raccolti molti ringraziamenti da parte degli oltre 5.200 visitatori provenienti da una quindicina di Paesi.
E ora? Quello che l’associazione chiede al Comune è uno spazio pubblico dove preservare quello che ribadisce essere un patrimonio collettivo. Già da aprile 2025 sono stati fatti incontri per trovare una soluzione, vista la possibile vendita dello stabile, ma nulla si è concretizzato. L’assessore Raffaele Addamiano ha ribadito di aver proposto cinque alternative, stante la mancanza di spazi pubblici disponibili, ma per Gheno non sono praticabili perché di privati, già occupati o perché richiederebbero il pagamento di un affitto.
L’unica soluzione sembrava essere l’ex chiesa dei Gesuiti, sulle quali ci sarebbero però problemi di carattere burocratico. “Da parte nostra - conclude Gheno - non c’è alcuna intenzione di uno scontro politico. Riteniamo sia indispensabile uno spazio pubblico perché si tratta di un patrimonio collettivo ed è responsabilità del Comune porre rimedio a una situazione che rischia di riportare la collezione allo stato in cui era nel 2023. Ci siamo fatti carico noi di restauro e gestione, ma almeno ora che manca un tetto sopra la testa mi auguro ci sia la sensibilità da parte dell’ente pubblico di intervenire”.
La proposta delle minoranze è di usare Palazzo Bembo, “in cui la precedente amministrazione - si sottolinea - aveva aperto con Confindustria Belluno Dolomiti il polo dell’Hub triveneto della Luiss, progettato il nuovo Museo archeologico e collocato provvisoriamente la Biblioteca civica. Questa giunta ha gettato al vento cinque anni di lavoro, cancellando il progetto del museo archeologico, e perso tutta la consiliatura inseguendo il miraggio di un nuovo progetto universitario con Verona stoppato dall’ateneo.
Restano gli spazi vuoti, ma riscaldati e illuminati. Perché non allestire in uno di essi la mostra? Basterebbe una soluzione-ponte, di un anno o al massimo di tre, così da dare respiro al progetto e consentire alla prossima amministrazione di ragionare senza fretta.
La formula potrebbe essere la stessa che l’amministrazione ha adottato per tutti questi ultimi anni aprendo gli spazi del vecchio Museo archeologico di Palazzo dei Giuristi: apertura a chiamata, su prenotazione, per classi, appassionati e turisti, utilizzando se vorranno la disponibilità e le competenze dei volontari di Borgo Piave e occasionalmente il personale della Fondazione Teatri che tiene aperto il Fulcis”.


















