Il Parco naturale delle Prealpi Giulie compie 30 anni, e molte sfide rimangono aperte: “Contrastiamo lo spopolamento della montagna”
Fondato ufficialmente il 30 settembre 1996, il Parco è oggi un punto di riferimento transfrontaliero che vanta decenni di collaborazione con la Slovenia, ma il riscaldamento globale rende i costi di gestione e sicurezza sempre più alti. Il direttore: “Interveniamo per preservare le aree libere dal bosco, ma il clima cambia e la linea delle piante sale sempre più in alto"

RESIA (UDINE). Trent'anni sono un periodo sufficiente per osservare come cambiano le montagne, e in tal senso quello delle Alpi Giulie è un territorio che in questo lasso di tempo ha visto crescere attorno alla tutela della natura una fitta rete composta dalla sinergia tra comunità, ricerca, turismo e valorizzazione del paesaggio.
In questo giorno, il 30 settembre di trent'anni fa, nel 1996, nasceva ufficialmente il Parco naturale regionale delle Prealpi Giulie, un'area protetta che ancora oggi si estende per 9.404 ettari, poco meno di 100 chilometri quadrati, distribuiti tra i Comuni di Chiusaforte, Lusevera, Moggio Udinese, Resia, Resiutta e Venzone.
Dal Monte Plauris ai Monti Musi, fino al massiccio del Canin, che con i suoi 2.587 metri rappresenta il punto più alto del Parco, è un territorio nel quale si incontrano ambienti alpini, illirici e mediterranei, dando origine a una biodiversità particolarmente ricca e a numerosi habitat e specie rare. Ma il Parco non è soltanto un perimetro tracciato su una carta geografica, al suo interno contiene una straordinaria varietà di contesti, naturali e abitati: dai boschi ai pascoli, dai sentieri agli stavoli, ai paesi e ai borghi, fino alle testimonianze antiche dell'archeologia e quelle delle guerre mondiali.
Ma è il rapporto con le comunità locali ad aver rappresentato il segreto del vero successo del parco sin dalla sua prima istituzione formale, alla fine degli anni Ottanta, quando i cinque comuni allora coinvolti avevano già iniziato a lavorare insieme per la promozione di questo territorio e alla sistemazione delle strutture dedicate a visitatori ed escursionisti.
“Il Parco è stato istituito il 30 settembre 1996 a seguito di una legge regionale – dichiara a Il Dolomiti Stefano Santi, direttore del Parco naturale delle Prealpi Giulie -. L'iniziativa nacque dall'esigenza condivisa anche tra le amministrazioni locali in un territorio di montagna che comunque usciva dall'esperienza del terremoto avvenuto vent'anni prima e delle sue conseguenze, che profondamente avevano segnato questi territori. Tutto ciò unito ad un'economia che era legata ad una presenza militare che all'epoca era ancora molto forte in queste zone. Quindi ci fu la volontà di istituire un parco che tenesse conto della natura transfrontaliera che le Alpi Giulie mantengono, essendo di per sé un territorio molto vasto che da Moggio Udinese si protrae fino alla zona di Bled, in Slovenia, approfittando della biodiversità straordinaria di queste montagne. Non secondario era l'obbiettivo parallelo di offrire anche nuove prospettive di sviluppo per le popolazioni locali”.
Purtroppo lo spopolamento progressivo di queste e altre montagne è un fatto che connota la loro storia recente, e pensare di poterlo arrestare in un colpo solo è probabilmente impossibile, ma da trent'anni il Parco naturale delle Prealpi Giulie è riuscito a porre un argine importante al fenomeno, rivolgendosi con grande attenzione alle nuove generazioni. “La legge istitutiva del 96 prevede UN piano di conservazione e sviluppo tra le funzioni stesse di un'area come questa – aggiunge Santi -, oltre a conservare chiaramente la 'bio' e la 'geo' diversità, promuove infatti nuove forme di economia locale, consentendo alla popolazioni di poter intravedere un futuro e rimanere a vivere in montagna, laddove prima era più complesso. Per fare questo all'interno del Parco naturale delle Prealpi Giulie c'è tutto un corollario di attività che definiamo 'di educazione ambientale' particolarmente, rivolto ai giovani e agli interventi nelle scuole, per sensibilizzare sul fatto che il parco e il patrimonio naturale un domani saranno nelle loro mani. Parte di queste attività si riflettono pertanto nella manutenzione e nella conservazione del parco. Certo, non possiamo considerare il contrasto allo spopolamento come una sfida già vinta, poiché il fenomeno continua ad esserci, ma in una parte considerevole l'Ente del parco è riuscito ad assolvere a questa funzione grazie alla sinergia fondamentale con i comuni e le amministrazioni locali, perché tutti lavoriamo in questo senso congiuntamente”.
La direzione del Parco delle Prealpi Giulie contempla infatti degli interventi che consentano di tradursi in opportunità d'impiego da un lato, e dall'altro di contribuire a quella che viene definita “tutela attiva” dell'area naturale, per la quale l'ambiente non viene conservato lasciandolo andare spontaneamente. Ciò infatti metterebbe a repentaglio la biodiversità, con il rischio annesso della sparizione di diverse specie vegetali e animali, e favorirebbe un rimboschimento sommario caratterizzato invece da un minor numero di specie che prenderebbe il sopravvento.
Uno scenario che ai giorni nostri tende a manifestarsi con una decisione e dei pericoli per l'ecosistema di gran lunga superiori rispetto agli equilibri presenti nel passato, a causa dei cambiamenti climatici e ambientali sempre più incalzanti, che vanno a mutare gli habitat della montagna, come evidenziato dalla direzione della riserva.
“Quando si parla di cambiamenti climatici c'è sempre un po' il rischio che questo tema sembri un concetto astratto e distante dalla nostra quotidianità – osserva il direttore -, invece si tratta non solo di un fattore ben visibile, ma di una delle sfide più importanti e impegnative per chi vive sulle montagne, che sono i primi indicatori in tal senso. Basti pensare che una volta il limite della vegetazione, vale a dire la quota oltre la quale le piante non crescono più, era estremamente più netto rispetto a oggi, che invece è molto più sfumato e ritirato verso le cime. Ecco quindi che mantenere delle aree aperte, come le praterie alpine o i pascoli, è uno dei nostri sforzi principali, ripulendo le zone che si stanno incespugliando. E' un'attività che incentiviamo, oltre che grazie ai pascoli di greggi spesso di proprietà dei comuni, anche veicolando dei finanziamenti soprattutto verso i proprietari degli stavoli o altre realtà di montagna affinché continuino gli sfalci negli anni, una pratica molto strategica per la biodiversità. Tutto questo configura pertanto una 'tutela attiva' dell'ambiente per la quale non ci si limita ad osservare l'andamento ma si interviene sul campo”.
Non di secondaria importanza è infine la collaborazione con la vicina Slovenia, che riguarda sia i progetti transfrontalieri, che il monitoraggio della fauna, compresi i grandi carnivori.
“Come Ente abbiamo un contatto e una progettualità costanti con i colleghi del Parco nazionale del Triglav – prosegue Stefano Santi -, e lo scambio di informazioni è continuo, sin dalla nascita del nostro parco. Questo ha anche portato al riconoscimento nel 2009 da parte della federazione Europark della nostra area comune come un'ecoregione transfrontaliera delle Alpi Giulie, poi nel 2016 siamo stati premiati congiuntamente con la Carta europea del turismo sostenibile e infine l'Unesco nel 2024 ci ha riconosciuti come riserva della biosfera transfrontaliera, quindi si tratta di una sinergia virtuosa, grazie anche all'istituzione di un comitato paritetico italo-sloveno che decide le strategie comuni per la montagna e la sostenibilità del turismo. All'interno di questa collaborazione rientrano anche i monitoraggi degli animali quali ad esempio gli orsi, nei loro spostamenti tra il territorio sloveno e quello del Friuli Venezia Giulia”.
Nel complesso, come confermato anche dalla direzione del parco, nonostante la passione e il lavoro di molti professionisti continui a essere profuso, le sfide del mantenimento dell'ambiente montano sono molteplici: il riscaldamento globale oltre a compromettere l'equilibrio di piante e animali fa aumentare i problemi legati al dissesto del territorio nonché i costi di gestione e di manutenzione della sentieristica, rendendo la fruizione del paesaggio e la tutela della sicurezza questioni sempre più impegnative, che richiedono risorse sempre maggiori.


















