Il vento tra i capelli compie 20 anni: donati all’ospedale strumenti per oltre 450mila euro. “Sempre più giovani operate al seno, ma cresce anche il tasso di sopravvivenza"
Torna la pedonata “Il vento tra i capelli”, che compie 20 anni durante i quali sono stati donati oltre 450 mila euro di attrezzature all’avanguardia all’ospedale di Belluno. Il Dolomiti ha intervistato Annalisa Faoro di Ados, che racconta come il lavoro delle volontarie supporta le donne operate al seno e i loro familiari

BELLUNO. Compie vent’anni la pedonata “Il vento tra i capelli” e destino vuole che lo faccia, quest’anno, proprio l’8 marzo. “Tutte le storie delle donne che affrontano un tumore al seno mi colpiscono, ognuna diversa dall’altra. Se devo però pensare ad alcune di loro in particolare, direi le più giovani perché sembrano essere, in qualche modo, più vulnerabili”.
A pochi giorni dal tradizionale evento a sostegno della salute delle donne, Il Dolomiti ha incontrato Annalisa Faoro di Ados (Associazione donne operate al seno), che assieme ad altre cinque realtà territoriali fa parte del Comitato prevenzione salute donna - promotore della manifestazione (con associazione Cucchini, Fidapa, International Inner Wheel, Lilt lega tumori e Soroptimist).
“Vent’anni fatti di passi col cuore - si legge nella locandina - di sorrisi condivisi e di obiettivi raggiunti”. E sono stati obiettivi importanti: oltre 450 mila euro (467.498,50) impiegati per l’acquisto di apparecchiature mediche per l’ospedale di Belluno, da software per i mammografi digitali allo spettrometro per la risonanza magnetica, dal bisturi elettrico per la chirurgia a una telecamera per la laparoscopia. “L’intento - spiega Faoro - è fornire attrezzature il più moderne possibile, con particolare attenzione per le patologie femminili, nonostante non siano mancati strumenti per l’urologia o l’anatomia patologica. Certo non vogliamo sostituirci all’azienda sanitaria, ma collaborare nell’ottica che tutti possano beneficiare di tecnologie all’avanguardia”.
Con le ultime due manifestazioni (2024-25) si è noleggiato per due anni un sistema di guida chirurgica (Scout) per la chirurgia e la radiologia senologica per la valutazione delle lesioni non palpabili. “Non lo abbiamo acquistato - precisa - perché sono apparecchiature che evolvono nel tempo, per cui al momento abbiamo optato per il noleggio. Abbiamo però acquistato le parti ‘consumabili’ che di volta in volta vanno cambiate”.
Risultati resi possibili anche grazie alle circa 3 mila persone che ogni anno prendono la maglietta, pur non partecipando tutti alla manifestazione. “Sono stati vent’anni impegnativi - ammette Faoro - perché ci sono molte cose da mettere insieme, ma siamo soddisfatti di questo traguardo. Se il meteo ci aiuta, domenica ci aspettiamo almeno 500 persone in piazza: sono però molti di più coloro che ci supportano per solidarietà”.
Ma non c’è solo questo. Nello specifico, Ados si occupa infatti di supportare le donne operate al seno. Offre un ambulatorio di linfodrenaggio gestito da ex infermiere volontarie per le donne con problemi di gonfiore dopo l’asportazione dei linfonodi ascellari e il supporto gratuito di una psico-oncologa per le donne, i familiari e i malati di altre patologie oncologiche - un servizio, quest’ultimo, molto richiesto, dal momento della diagnosi fino a dopo la malattia. Infine, ci sono corsi di ginnastica di mantenimento, nuoto, correzione posturale, oltre alle attività di prevenzione e sensibilizzazione - soprattutto a ottobre, il mese rosa, insieme a Lilt.
Dal 1993, quando Ados Belluno è nata, c’è stata una crescita dei casi? “Le donne che afferiscono ad Ados - risponde Faoro - sono sempre numerose e, se c’è stato un incremento dei tumori, va anche detto che fortunatamente lo screening è sempre più sentito. Questo permette di intervenire prima, ma dà anche la percezione che il problema sia più diffuso. In Italia, parliamo ogni anno di circa 55mila nuovi casi, una donna su otto, ma oggi il tasso di sopravvivenza è sempre più alto (a 5 anni supera il 90%)”.
“Forse - prosegue - c’è stato un abbassamento dell’età delle donne che si rivolgono a noi. Devo dire che i casi delle donne giovani mi colpiscono un po’ di più non perché quelle più mature abbiano meno dignità, ma perché le altre hanno magari bambini piccoli e una vita familiare, fisica e sessuale più attiva, per cui subire ad esempio una mastectomia è più difficile. Non tutte scelgono poi di mettere le protesi, è un discorso di consapevolezza e accettazione. Tuttavia, al di là dello shock per la diagnosi, tendenzialmente sono tutte molto forti nell’affrontare questi percorsi perché, in fin dei conti, noi donne lo siamo per natura”.
“Come volontarie - conclude - cerchiamo di dare loro un supporto in più. In ogni attività c’è condivisione della malattia, partecipazione, sfogo per quello che si è passato e ascolto delle speranze per il futuro: un senso di sorellanza imprescindibile".












