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Belluno
02 settembre | 18:29

“Non si possono mandare i pazienti a fare visite in strutture distanti come Cortina: così si penalizzano le aree montane e non si garantisce la parità di accesso alle cure”

Arriva tra i banchi del Consiglio regionale del Veneto un tema già sollevato dal Comitato feltrino per il diritto alla salute: l’erogazione delle prestazioni sanitarie in strutture molto distanti, in particolare Cortina d’Ampezzo. A presentare il tema è il consigliere Riccardo Szumski, secondo il quale i casi denunciati dal territorio, seppur definiti dall’Ulss come “non ordinari”, non dovrebbero proprio verificarsi

“Non si possono mandare i pazienti a fare visite in strutture distanti come Cortina

FELTRE. “Le istituzioni devono farsi carico anche di ciò che definiscono ‘non ordinario’. Situazioni di questo tipo non dovrebbero verificarsi, soprattutto perché chi è costretto a rinunciare alla proposta fatta perde la priorità clinica e il diritto ad accedere a una prestazione urgente. È intollerabile che ci si trinceri dietro la giustificazione formale secondo cui ai cittadini verrebbe comunque garantito il diritto alla cura: posticipare nei canali ordinari chi ha un bisogno clinico urgente significa, nei fatti, negare quel diritto”.

 

Prestazioni sanitarie erogate a grande distanza, su un territorio - quello della provincia di Belluno - difficile in termini di trasporto pubblico e infrastrutture stradali: è questo il tema portato all’attenzione del Consiglio regionale dal consigliere Riccardo Szumski (Resistere Veneto) nella seduta di martedì 1 settembre.

 

L'ambito territoriale di garanzia (il bacino entro cui deve essere assicurata l’erogazione delle prestazioni) va individuato - precisa - tenendo conto anche delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio. Molte segnalazioni provenienti dal Feltrino evidenziano come pazienti, anche anziani e fragili, siano indirizzati per visite specialistiche ed esami diagnostici verso strutture molto distanti dalla loro residenza, in particolare Cortina d’Ampezzo. Tuttavia la distanza e la carenza di collegamenti pubblici e i costi di trasporto rendono spesso impossibile raggiungere la sede proposta e, in caso di rifiuto, le prestazioni perdono la loro priorità clinica e i tempi di erogazione slittano”.

 

Secondo il consigliere, questo meccanismo rischia di configurare una disparità di accesso alle cure, penalizzando proprio i cittadini delle aree montane, oltre a far “sorgere dubbi che siano rispettati i criteri di imparzialità, appropriatezza e accessibilità del servizio sanitario regionale”. Un tema già sollevato dal Comitato feltrino per il diritto alla salute (qui il caso), secondo cui, con l’apertura dell’ospedale di Cortina, per alcune prestazioni molti pazienti sono dirottati lì, lamentando eccessiva distanza e il non essere presi in carico da un ospedale pubblico.

 

Come risponde la Regione? L’azienda Ulss 1 Dolomiti - sottolinea l’assessore alla sanità Gino Gerosa - ha precisato che tali situazioni non rappresentano la modalità ordinaria di gestione degli appuntamenti, che è invece orientata a garantire l’erogazione delle prestazioni presso la sede più vicina al domicilio dell’assistito. La proposta di sedi alternative è usata come opportunità aggiuntiva per consentire di accedere più rapidamente alle prestazioni. L’eventuale non accettazione della sede non comporta la perdita del diritto alla prestazione, perché l’azienda continua a ricercare soluzioni coerenti con i principi di appropriatezza, prossimità e sostenibilità organizzativa, tenendo conto delle caratteristiche dell'assistito e cercando di ridurre, per quanto possibile, i disagi”.

 

Una risposta che Szumski definisce “burocraticamente perfetta”, ma non soddisfacente. “La risposta della Giunta - sottolinea - si è focalizzata nel sostenere che l'assegnazione di prestazioni in presidi distanti non costituisce la ‘modalità ordinaria di gestione degli appuntamenti’. Tuttavia, situazioni di questo tipo non dovrebbero proprio verificarsi: in un territorio geograficamente complesso come quello bellunese, dire di no a una sede inaccessibile non è un motivo di preferenza personale, ma l'esito di un limite logistico insormontabile. Far ricadere sull'utente le rigidità del sistema significa penalizzare i cittadini delle aree montane e comprometterne la tutela della salute. Per questo continueremo a sollecitare la Giunta affinché l'ambito territoriale di garanzia non rimanga una semplice previsione formale, ma si traduca in una tutela concreta dell'equità di accesso ai servizi sanitari per tutte le comunità del territorio”.

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