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| 07 giugno | 06:00

Nucleare in Italia, via libera dalla Camera: e ora? Tabarelli: “Una svolta, ma la strada è lunghissima. Con cambiamento climatico, unica soluzione per tagliare emissioni"

Dopo il voto alla Camera, il punto del presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli: "L'Italia ha deciso di rinunciare all'energia nucleare nell'86, dopo aver realizzato quattro centrali che garantivano circa il 4% del fabbisogno energetico nazionale. Io credo che il nodo principale oggi sia questo: molte persone hanno paura, nonostante il nucleare, come confermano moltissimi dati, a partire da quelli dell'Organizzazione mondiale della sanità, si conferma ad oggi tra le fonti di produzione elettrica primaria che causa in assoluto meno morti"

In foto l'ex centrale nucleare di Latina
In foto l'ex centrale nucleare di Latina

ROMA. Con 155 , 86 no e 8 astensioni, la Camera ha dato il via libera giovedì al disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, aprendo di fatto un iter normativo che – dopo il passaggio al Senato – dovrebbe regolare il ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia. Nel concreto, l'obiettivo del governo è di concludere l'iter in tempo per la pausa estiva, arrivando poi prima della fine dell'anno a delineare i decreti attuativi con i quali stabilire il perimetro d'azione a tutti i livelli: dall'autorizzazione dei nuovi impianti alla progettazione fino alla gestione degli scarti – con un orizzonte operativo fissato tra il 2034 e il 2035.

 

Una traiettoria regolare, almeno sulla carta, ma che nella realtà si trova davanti “un Everest da superare” da tanti punti di vista, a partire dalla necessità di ricostituire un'intera filiera istituzionale legata al nucleare e, naturalmente, di affrontare i (molti) passaggi normativi necessari. A sottolinearlo a il Dolomiti è Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e docente all'Università di Bologna e al Politecnico di Milano, parlando comunque di una “svolta a livello politico” dopo il voto alla Camera – che si inserisce in una serie di decisioni, a partire dall'adesione all'Alleanza europea sul nucleare e dalla nascita di Nuclitalia, legate proprio al rilancio del nucleare come ambito strategico a livello nazionale. Ma procediamo con ordine.

 

Innanzitutto, per il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Picchetto Fratin, che ha firmato il ddl, si tratta di “un passo importante per il futuro energetico dell'Italia”. “Oggi – ha detto – abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all'inizio del prossimo decennio. Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell'elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un'Italia meno dipendente dall'estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”.

 

Come anticipato però, le tempistiche per arrivare a un'eventuale installazione di nuovi impianti sono lunghe. Proprio questa, insieme al nodo dello stoccaggio dei rifiuti e all'assenza di un deposito nazionale, è una delle maggiori critiche poste dall'opposizione – il centro-sinistra ha votato in blocco 'no' al ddl, Italia Viva si è astenuta, Azione e Partito Liberaldemocratico hanno votato a favore assieme alla maggioranza – che parla di tempi troppo lunghi di fronte all'urgenza attuale di decarbonizzazione, spingendo invece per maggiori investimenti in rinnovabili.

 

“Di certo – continua Tabarelli – non stiamo parlando di una soluzione per i problemi contingenti, come per esempio quelli legati alla crisi ad Hormuz, ma si tratta di un passaggio importante. Nel concreto bisognerà comunque seguire un lungo iter di passaggi normativi, individuare un'authority ad hoc, stabilire chi e come sosterrà gli investimenti miliardari necessari per nuovi impianti. L'Italia ha deciso di rinunciare all'energia nucleare nell'86, dopo aver realizzato quattro centrali che garantivano circa il 4% del fabbisogno energetico nazionale. Io credo che il nodo principale oggi sia questo: molte persone hanno paura, nonostante il nucleare, come confermano moltissimi dati, a partire da quelli dell'Organizzazione mondiale della sanità, si conferma ad oggi tra le fonti di produzione elettrica primaria che causa in assoluto meno morti".

 

Senza contare, continua il presidente di Nomisma Energia, che il nostro Paese già oggi consuma, pur se indirettamente, una significativa quantità di energia prodotta da centrali nucleari: “Solo che quell'energia arriva da impianti francesi, non italiani. L'Italia non può certo puntare a essere la Francia da questo punto di vista, che con 56 reattori copre circa due terzi della produzione nazionale attraverso il nucleare, ma nel Piano nazionale integrato energia e clima si parlava inizialmente di un 5% di energia elettrica da nucleare in Italia entro il 2040. Il dato finale poi potrebbe essere anche maggiore, ma una cosa a mio avviso è certa: di fronte al cambiamento climatico, il nucleare è l'unica soluzione”.

 

L'energia atomica infatti, precisa Tabarelli, potrebbe puntare a sostituire progressivamente il gas – almeno in parte: nel 2024 il gas naturale ha coperto il 42% del totale della produzione immessa in rete in Italia, le fonti rinnovabili quasi il 52% - nel mix energetico che copre il fabbisogno nazionale: lo stesso ministro Picchetto Fratin aveva parlato negli scorsi mesi di una “copertura potenziale della domanda elettrica compresa tra l'11% e il 22%dal nucleare, con una capacità installata al 2050 tra gli 8 e i 16 GW. “L'obiettivo della transizione energetica – continua il presidente di Nomisma Energia – è a lungo termine, con un 'net zero' in termini di emissioni in programma al 2050. Le fonti rinnovabili sono però di natura intermittenti e siamo lontani dalla possibilità di un mondo alimentato solo ad eolico e solare. Per questo, a mio avviso, abbiamo bisogno oggi del nucleare se vogliamo tagliare le emissioni”.

 

L'obiettivo, in altre parole, sarebbe di affiancare alla produzione rinnovabile – nella quale rientra anche il nodo centrale degli accumuli – una quota significativa di energia derivante da centrali di nuova generazione, alimentate dai cosiddetti “Small modular reactor”, reattori di nuova generazione con una potenza fino a 300 Mwe per unità. “Parliamo – continua Tabarelli – di reattori a fissione di dimensioni più piccole rispetto ai precedenti, che permettono di abbattere i costi grazie alla produzione in serie mantenendo alti livelli di controllo e di sicurezza”. Una tecnologia in fase di sviluppo in diversi Paesi e che, stando a quanto riportato dai maggiori player del settore, dovrebbe essere commercialmente disponibile a partire dal 2030.

 

Tra i siti più quotati per eventuali nuovi impianti ci sono, naturalmente, le 'vecchie' centrali dimesse: “Le cui strutture produttive però – conclude Tabarelli – andrebbero completamente sostituite e realizzate ex novo”. Il tema della localizzazione resta però del tutto aperto, proprio come quello legato alla realizzazione di un deposito nazionale – progetto fermo da anni e considerato precondizione fondamentale per il rilancio del settore. In ogni caso, prima di arrivare a prendere una decisione sulla volontà di riprendere la produzione di energia nucleare in Italia e, a maggior ragione, sulla localizzazione di eventuali nuove centrali, si arriverà con ogni probabilità a superare l'orizzonte del 2027 e quindi la prossima tornata elettorale a livello nazionale. Il tutto, ovviamente, al netto di un possibile - se non probabile - nuovo referendum

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