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| 10 ottobre | 20:35

“Senza nucleare restano i fossili: ecco i vantaggi dei nuovi reattori. Dove farli? Dal punto di vista tecnico possibile anche in Trentino, ma ora le questioni sono altre"

L'analisi del professore Paolo Tosi, dell'Università di Trento: “La discussione sul nucleare non deve essere affrontata in chiave ideologica. Dove fare i nuovi reattori? Prima bisogna pensare a un nuovo piano nazionale dell'energia”

Foto generata da Ia
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TRENTO. “Le rinnovabili non sono di sinistra come il nucleare non è di destra: parliamo di un insieme di fonti sulle quali investire in un futuro destinato a diventare sempre più 'elettrico'. Numeri alla mano però, la realtà è una: l'alternativa realistica al nucleare per la produzione di energia rimane ad oggi l'utilizzo dei combustibili fossili”.

 

A parlare, a poche settimane dal via libera arrivato in Senato alla legge sul nucleare, è il professore senior di Fisica sperimentale della materia dell'Università di Trento Paolo Tosi, raggiunto da il Dolomiti per approfondire quali siano, ad oggi, gli scenari che si potrebbero aprire in Italia in vista del – possibile – ritorno del nucleare nel mix di produzione energetico nazionale.

 

Il tema è infatti centrale non solo di fronte alla complicata situazione internazionale attuale – che tra la guerra in Ucraina prima e la crisi in Medio Oriente poi ha messo drammaticamente in evidenza la necessità di ragionare sulla fragilità energetica del nostro Paese – ma anche in una più ampia ottica di transizione energetica, fondamentale per ridurre le emissioni di gas climalteranti. E per il professore di UniTrento la parola d'ordine è una: “La discussione sul nucleare non deve essere affrontata in chiave ideologica”. Le questioni da affrontare sono però tante: quanto tempo sarebbe necessario per riportare la produzione di energia nucleare in Italia? Dove si potrebbero realizzare le centrali? Qual è la tecnologia di riferimento? Procediamo con ordine.

 

La legge delega sul nucleare, innanzitutto, non autorizza la costruzione di nuove centrali in Italia: il provvedimento affida infatti al governo il compito di individuare – attraverso uno o più decreti da presentare nel giro di 12 mesi – il percorso da seguire per un eventuale ritorno del nucleare in Italia, legato in via prioritaria alla novità rappresentata dai cosiddetti Small modular reactors (Smr) – reattori di piccole dimensioni e che sfrutterebbero la possibilità di essere realizzati anche in serie per accelerare i tempi e ridurre i costi.

 

La tecnologia, spiega Tosi, è ad oggi in fase di sviluppo ma permetterebbe numerosi vantaggi: “Gli Smr sono più piccoli dei reattori convenzionali, e sono progettati per essere costruiti a partire da moduli prefabbricati. In questo modo si garantirebbero vantaggi economici legati alla scalabilità della catena produttiva, quindi a costi più bassi e a tempi di costruzione potenzialmente inferiori”.

 

Per loro natura poi, gli Small modular reactors possono adattarsi a vari territori e contesti geografici: allo stato attuale, naturalmente, non sono ancora state definite le potenziali località che ospiterebbero le nuove centrali italiane, ma l'adozione di questa nuova tecnologia renderebbe potenzialmente adatte molte zone in tutto il Paese. “La domanda da porsi ora – dice comunque Tosi – non è 'dove' si vogliano realizzare, ma piuttosto un ragionamento sul futuro del mix di produzione energetica per il nostro Paese. Da un punto di vista strettamente tecnico poi, un reattore del genere potrebbe tranquillamente essere installato anche in Trentino”.

 

Ad oggi però, ribadisce l'esperto, il punto di partenza deve essere un altro – e ben più generale. “Prima di decidere dove si potranno realizzare eventuali centrali dobbiamo redigere un piano nazionale, tenendo bene in considerazione che la rete elettrica italiana è integrata nella più grande infrastruttura europea. Proprio per questo il ragionamento deve essere come minimo nazionale: per quanto riguarda il fotovoltaico ad esempio, è ovvio che bisogna prediligere zone ampiamente soleggiate. Lo stesso discorso vale per l'eolico e la presenza di vento. Per quanto riguarda il nucleare bisognerebbe guardare anche a livello europeo dove converrebbe di più realizzare nuove centrali. Quel che è certo è che, ad oggi, i maggiori produttori europei sono i francesi e una quota significativa di energia dalle loro centrali arriva anche in Italia”.

 

In generale, specifica ancora il professore riportando alcuni dati, nel 2025 l'Italia ha infatti importato dalla Francia circa 17.8 TWh di energia nucleare, circa il 6% del totale di consumo nazionale. La stessa definizione di “energia” deve però essere ulteriormente chiarita per poter analizzare la questione, continua Tosi: “Nella discussione generale si tende a confondere il dato relativo all'energia elettrica con il totale dell'energia consumata – spiega –, che è naturalmente molto maggiore. In Italia, per esempio, i consumi elettrici sono circa il 23% del totale: la restante parte è legata alla benzina che usiamo per muoverci con le auto, al gas con cui ci scaldiamo e via dicendo”.

 

Ed è proprio qui che entrano in gioco termini che da tempo sono entrati nelle agende dei politici in tutta Europa (e non solo): elettrificazione e decarbonizzazione. Gli obiettivi sono strettamente correlati: aumentare il più possibile la quota di energia elettrica sul totale di energia consumata, promuovendo al contempo la generazione di quell'energia senza l'utilizzo di combustibili fossili. E per decarbonizzare, precisa il professore, le strade oggi a disposizione sono due: le fonti rinnovabili e il nucleare.

 

“Naturalmente – spiega Tosi – si può ragionare sul più grande aumento possibile della quota rinnovabile, ma arrivare al 100% è ad oggi irrealistico. Tanto il solare quanto l'eolico presentano infatti alcune problematiche di base. La variabilità, innanzitutto: i pannelli fotovoltaici non producono energia di notte e ne producono di meno quando le condizioni non sono ideali; le pale eoliche non producono in assenza di vento. La seconda problematica è legata alla contemporaneità: in altre parole, non si tratta di fonti modulabili. La produzione avviene grosso modo nello stesso momento, determinando potenziali problematiche nella distribuzione di energia elettrica".

 

La rete elettrica non può infatti immagazzinare energia, che viene consumata nello stesso istante in cui viene prodotta: “In altre parole – spiega Tosi – un sistema elettrico è stabile se in ogni istante l'energia prodotta è esattamente quella consumata. Proprio per questo si sta oggi ragionando, e investendo, su sistemi di accumulo: uno dei più efficaci è il pompaggio di acqua verso i bacini idroelettrici quando la richiesta di energia è bassa. Consumando parte dell'energia prodotta, in altre parole, si riempiono i bacini garantendo, in futuro, nuovo potenziale produttivo. Poi ci sono le batterie, sulle quali si stanno facendo grandi progressi. Ma la tecnologia ad oggi non è sufficiente per risolvere il problema: riusciamo a immagazzinare quantità di energia utili a livello di rete solo per qualche ora, in un ipotetico sistema 100% rinnovabile diversi giorni con assenza di vento e sole si tradurrebbero in serie problematiche. E a chiunque pensi il contrario, chiederei una cosa semplice: mostratemi i numeri”.

 

Proprio per questo, oggi il sistema elettrico italiano non può fare a meno delle centrali a combustibili fossili. A differenza di eolico e solare la loro produzione può essere regolata, adattandosi alla maggiore o minore produzione di rinnovabili. Insieme all'idroelettrico – che è però già sostanzialmente saturo in Italia – sono di fatto il polmone che tiene in equilibrio la rete. Allo stesso modo, è per questo che il gas finisce per determinare il prezzo dell'elettricità: sulla borsa elettrica infatti gli impianti vengono chiamati a produrre dal più economico al più caro, e il prezzo finale è quello dell'ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda. E nella maggior parte dei casi in Italia si tratta di un impianto a gas - al contrario di quanto avviene per esempio in Francia, dove invece il nucleare copre gran parte della domanda.

 

La conseguenza diretta è la scarsa competitività italiana sul prezzo dell'energia, una priorità alla quale in particolare negli ultimi anni – nei quali le criticità, in particolare per quanto riguarda le forniture di gas, sono state continue – hanno fatto più volte riferimento le categorie produttive tanto locali quanto nazionali.

 

“Il nucleare – continua Tosi – si muoverebbe proprio nella direzione di sostituire almeno in parte questo utilizzo dei combustibili fossili nel più ampio contesto della decarbonizzazione. E il tema diventa ancora più centrale se pensiamo che, in futuro, i consumi elettrici sono destinati a crescere vertiginosamente”.

 

Rimanendo nell'ambito elettrico, ad oggi le fonti fossili coprono grosso modo la metà della produzione elettrica nazionale – la percentuale, se si guarda all'energia complessiva, è molto più alta, quasi l'80% – e in futuro, dice Tosi, il nucleare potrebbe dunque rappresentare una voce importante per ridurne il peso e, dunque, l'impatto sul fronte ambientale: “Personalmente non credo esista una tecnologia salvifica, in grado di risolvere ogni problema. Tutte le fonti hanno pregi e difetti, la sfida è trovare un mix proporzionato che soddisfi la domanda con le minori emissioni possibili”. In altre parole: agli investimenti e all'aumento della produzione rinnovabile e dei sistemi d'accumulo, affiancare la produzione nucleare e una residuale dall'utilizzo del gas.

 

In Italia però, spiega ancora Tosi, l'opposizione alle centrali nucleari “è di principio” su tutti i temi, dalla sicurezza (“Oggi un incidente come quello di Chernobyl sarebbe sostanzialmente impossibile, nelle centrali occidentali un reattore del genere non verrebbe mai installato”) alla gestione delle scorie (“I volumi sono molto piccoli, e da decenni produciamo a livello industriale rifiuti molto più pericolosi delle scorie nucleari, che oggi vengono trattate e stoccate con tutte le normative e le sicurezze del caso. Il tutto senza contare che, anche senza centrali, ogni giorno produciamo rifiuti radioattivi in Italia, a partire da quelli ospedalieri”) fino alle forniture di uranio e al paventato rischio di puntare su una nuova filiera dipendente dall'estero (“Come materia prima è distribuita in molti Paesi, con alcuni giacimenti presenti anche in Italia. Per quanto riguarda le rinnovabili poi quel tipo di dipendenza è già oggi ben presente con la Cina, sia per quanto riguarda l'eolico che per il solare").

 

Ad oggi comunque, una filiera industriale legata agli Smr ancora non esiste – anche se interesse ed investimenti non mancano. Proprio in questa direzione si muove ad esempio il via alla raccolta per le manifestazioni di interesse delle imprese italiane che intendono partecipare all'Ipcei Int – Innovative nuclear technologies comunicato dal governo: “L'iniziativa – scrivono le autorità – promossa congiuntamente dal ministero delle imprese e del Made in Italy e dal ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica, punta a rafforzare il ruolo dell'Italia nello sviluppo delle tecnologie nucleari di nuova generazione e nelle filiere tecnologiche e industriali strategiche per il futuro dell'Europa. Il bando pubblicato dal Mimit fissa al 3 dicembre 2026 il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse”.

 

Per quanto riguarda in particolare i reattori, conclude Tosi, ad oggi ne esistono in funzione in forma prototipale: “I primi ordini però sono già stati effettuati – dice – e una catena industriale dedicata sta partendo. A quando potremmo vedere il primo reattore in funzione in Italia? È difficile dirlo, in linea teorica un Smr si potrebbe realizzare nel giro di pochi anni. Il problema è piuttosto di tipo burocratico e amministrativo. Proprio per questo è fondamentale lavorare fin da subito a un piano nazionale, andando oltre le prese di posizione ideologiche”.

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