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Bolzano
25 settembre | 15:37

"Tro*a, putta*a, cornuta": insulti sessisti all'arbitra davanti alla figlia di 5 anni. I testimoni: "parole irripetibili"

Una partita di Promozione come tante, poi gli insulti sessisti a un'arbitra con 23 anni di carriera. In tribuna, anche i genitori di lei, sconvolti, e il compagno, che viene insultato a sua volta per aver chiesto di abbassare i toni. Per la società della squadra arriva la multa, ma è già stato presentato "un preannuncio di reclamo"

"Tro*a, putta*a, cornuta": insulti sessisti all'arbitra davanti alla figlia di 5 anni

BOLZANO. “Tro*a, putta*a, cornuta!”. 

 

Non sono belle parole da leggere. Non sono belle parole da sentire. Non lo sono a maggior ragione se quelle parole vengono pronunciate accanto a tua figlia di cinque anni, al tuo compagno e ai tuoi genitori.

Ma purtroppo, sui campi di calcio, è “normale”. Non dovrebbe esserlo ma purtroppo certe cose accadono ancora troppo spesso. E' come se chi decide di fare l'arbitro debba per forza accettare di diventare il bersaglio di insulti e frustrazioni altrui. E' quasi come se accettassi tacitamente di venir preso a parolacce ogni santa domenica della settimana. E se sei un'arbitra pare debba essere ancora più “normale”. Perché i “tifosi”, che non meritano nemmeno questa definizione, hanno deciso che sia giusto e appunto “normale” urlare a una donna che scende in campo a fare il suo lavoro e a seguire la passione.

 

Si parla di quelli che i testimoni hanno definito “insulti pesantissimi, sessisti e volgari. Reiterate offese irripetibili”. La situazione è divenuta talmente tesa che la partita è stata sospesa per alcuni minuti. E gli insulti erano talmente pesanti che familiari e spettatori sono usciti dal campo sconvolti. Spettatori e testimoni che ad oggi, nella maggior parte dei casi, si indignano perché questo non è lo sport. E questi non sono tifosi. Quello che queste persone sono è un termine che non può essere utilizzato su un quotidiano. 

 

Accade tutto domenica scorsa nel corso di una partita di promozione altoatesina. Ad arbitrare il match una donna, che da 23 anni scende in campo portando con sé tutta la sua professionalità e il suo amore per il calcio. Amore vero e passione vera, la sua. Di sicuro non una professione che si segue per arricchirsi. Anzi. Forse proprio l'espressione più pura di quello che è “l'amore per il pallone”.

 

Quella che va in scena è una normale partita di calcio e per questo è fatta di decisioni che possono essere o meno discusse: si assiste a un'espulsione per doppia ammonizione e un gol annullato per fuorigioco ai padroni di casa, che hanno accettato la decisione senza dire nulla. Perché chi ha il sale in zucca, fa così. E poi c'è chi insulta l'arbitro. A maggior ragione perché donna. Insulti pesantissimi, senza soluzione di continuità, sessisti. Tutto davanti alla figlia di cinque anni dell'arbitro, che mentre vede la mamma in campo urla orgogliosa cercando di attirare la sua attenzione. E che capisce perfettamente cosa stanno urlando i simpatici “signori”. Ad assistere alla scena anche i genitori di lei e un dirigente FIGC.

 

Genitori che sono usciti dal campo sconvolti, così come la maggior parte degli spettatori che hanno assistito a una scena che definire indegna è poco.

 

E tutto anche davanti al compagno di lei, che a un certo punto interviene per dire ai simpatici “tifosi” di darsi una calmata. E che per questo decidono di insultare anche lui, e di “affrontarlo faccia a faccia”. Perché secondo questi “tifosi” erano loro ad avere ragione. Era giusto, in quel frangente, urlare a una professionista di essere una “troia cornuta”.

 

Lei durante la partita non batte ciglio. Perché conosce il suo ruolo, e sa come mantenere la professionalità. Ma fuori da campo è un'altra cosa. Anche perché si è trovata a dover spiegare a una bambina di cinque anni cosa fosse successo e perché quel gruppo di persone urlasse certe parole alla sua mamma.

 

Per quanto accaduto è arrivata la sanzione ufficiale della FIGC: 800,00 euro di multa alla società della squadra interessata. Che nel frattempo ha già presentato "un preannuncio di reclamo agli organi competenti della Giustizia Sportiva". "Contestualmente - come comunicato -. E' stata richiesta tutta la documentazione ufficiale, in particolare il referto della direttrice di gara e gli eventuali rapporti o supplementi di rapporto. Una volta ricevuta tutta la documentazione e completata l’analisi del materiale audiovisivo, la dirigenza della società valuterà complessivamente i fatti e deciderà come procedere". 

 

La società aggiunge che "non accetta e non tollera in alcun modo insulti, minacce, offese o comportamenti irrispettosi nei confronti di arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti, spettatori o qualsiasi altra persona presente. Qualora singole contestazioni dovessero essere confermate, la società prende espressamente le distanze da qualsiasi comportamento di questo tipo. Secondo le norme della giustizia sportiva, la società può essere chiamata a rispondere anche del comportamento degli spettatori. Comprendiamo in linea di principio che una società abbia una responsabilità per ciò che avviene durante le proprie partite. Riteniamo tuttavia che non possa essere compito di dirigenti e collaboratori volontari della società assumere durante una partita il ruolo delle forze dell’ordine o intervenire direttamente in eventuali discussioni o situazioni di conflitto sugli spalti". 

La vicenda è stata segnalata da alcuni presenti, le testimonianze sono decine. Grazie al cielo di persone inorridite che si chiedono “una donna, un arbitro, una professionista che scende in campo per passione da più di due decenni, per poche decine di euro, non merita rispetto? Questo è diventato il calcio? E' questo che è diventato lo “sport più amato del paese?

 

No. E lo vogliono affermare con certezza Luca Innocenti, il Presidente del Comitato Provinciale Arbitri Bolzano, Angelo Liuzzi, Presidente della Sezione Associazione italiana arbitri di Bolzano e Giuseppe Fantauzzo, Presidente della Sezione meranese, che congiuntamente intervengono sulla vicenda condannando l'accaduto.

 

“Quanto è accaduto è gravissimo. E' un tema che, come Associazione Italiana Arbitri, affrontiamo ogni settimana: prima ancora che disciplinare o sportiva, questa è una questione culturale.

All'interno della Sezione AIA di Bolzano, di Merano e del CPA Bolzano lavoriamo quotidianamente per formare i nostri associati. Non soltanto per renderli arbitri tecnicamente più preparati, ma per accompagnarli in un percorso di crescita personale fatto di responsabilità, rispetto, capacità di assumere decisioni, gestione delle difficoltà e consapevolezza dei propri errori. Cerchiamo di formare arbitri migliori, ma soprattutto persone migliori. Sappiamo ogni decisione, ogni fischio, molto spesso accontenta undici giocatori e, nello stesso istante, ne scontenta altri undici. L'errore fa parte dello sport e fa parte del percorso di crescita di qualunque atleta. E l'arbitro è, a tutti gli effetti, un atleta. Tutto questo, però, non può e non deve trasformarsi in un alibi per insultare, minacciare o umiliare chi è in campo. Non esiste esasperazione agonistica che possa giustificare comportamenti di questo genere. Non è tifo, non è passione e non è neppure una legittima contestazione di una decisione arbitrale. È semplicemente un comportamento che non dovrebbe trovare spazio su un campo di calcio”.

 

E purtroppo non si tratta di un episodio isolato, come spiegano ancora Innocenti, Liuzzi e Fantauzzo.

 

“Girando ogni fine settimana sui campi della nostra provincia, assistiamo personalmente a situazioni che non possono più essere considerate normali: arbitri di 14, 15, 16 o 17 anni insultati e, in alcuni casi, minacciati dagli adulti presenti sugli spalti, persino durante partite dei settori giovanili. È questo il punto sul quale dobbiamo intervenire tutti insieme. Le società sportive hanno una responsabilità fondamentale. È arrivato il momento che chi gestisce un impianto e una squadra abbia il coraggio di allontanare dalle tribune e dai campi sportivi chi tiene comportamenti aggressivi, offensivi o violenti, arrivando, quando necessario e nei limiti delle possibilità previste, a impedirne nuovamente l'accesso"

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