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Le donne e il velo: storia (fotografica) di un copricapo (anche) occidentale

Viene inaugurata giovedì al Museo Diocesano di Trento la mostra Re - Velation con le splendide immagini di Carla Iacono che affronta il tema della manipolazione delle differenze legata all'utilizzo del copricapo che non è unicamente una caratteristica dell'Islam ma un codice vestimentario che il mondo occidentale ha a lungo praticato ma del quale si è persa memoria in un dibattito sempre più strumentale. E l'arte aiuta a capire

Pubblicato il - 18 dicembre 2017 - 17:52

TRENTO. Giovedì 21 dicembre alle ore 18.00 sarà inaugurata presso il Museo Diocesano Tridentino la mostra Re-velation, una serie fotografica di Carla Iacono che affronta il delicato tema della manipolazione delle differenze culturali, a partire dalla situazione delle donne musulmane immigrate in Europa. Sul velo delle donne islamiche si discute da sempre; il suo potere evocativo e la pluralità di significati che possono essere attribuiti al velo lo hanno posto al centro di accesi dibattiti mediatici, politici, religiosi, culturali. Se ne discute come se si trattasse di un fenomeno estraneo alla cultura occidentale, ma non è affatto così! Il velo non è univocamente legato all'Islam: fa parte di un codice vestimentario che il mondo occidentale ha a lungo praticato, ma di cui oggi ha perso memoria. Per questo la presenza accanto a noi di donne velate produce stupore, disagio, inquietudine, ostilità. Fa discutere.

 

In Europa, nell’ambito del dibattito sulla laicità dello Stato, il velo islamico viene spesso considerato una forma di resistenza, se non di attacco, ai principi di laicità e uguaglianza. D’altro canto, dinanzi alle leggi che lo vietano, molte donne musulmane immigrate, per poterlo indossare, si appellano ai loro diritti e alla libertà di espressione. Il velo è diventato così portatore di nuovi significati e modi di esprimersi, connessi alla rivendicazione delle proprie tradizioni, alla ricerca di nuovi modelli spirituali, al desiderio per le donne migranti di rimanere legate al paese di provenienza e alle proprie famiglie rappresentandone la cultura.

 

Re-velation riunisce una serie di venti immagini fotografiche di Carla Iacono in cui il velo - principalmente l’hijab, ma anche veli cattolici, ebraici e foulard dell’Europa dell’Est - è declinato in diversi modi, con richiami alle differenti culture che lo hanno adottato. Il velo ha assunto molti significati; si lega ad esempio a eventi o situazioni di valore iniziatico, oppure a “riti di passaggio”, come quello dall’infanzia alla pubertà, un tema che da sempre l’artista indaga nei propri lavori. Non a caso, interprete dei ritratti è la figlia Flora, elemento autobiografico che accresce l’enfasi della rappresentazione.

 

Alcune opere della serie rimandano alla ritrattistica del Seicento e dell’Ottocento, a volte con citazioni esplicite ad uno specifico dipinto: si tratta di uno stratagemma per realizzare una simbolica contaminazione tra le culture di Oriente e Occidente. Le figure sono fotografate su uno sfondo scuro che spesso si fonde con gli abiti; la luce laterale fa emergere la figura dal buio, rivelando i contorni del viso e i dettagli dei veli, rafforzando esteticamente e simbolicamente il concetto di rivelazione.

 

 

Secondo l’artista è prerogativa femminile affrontare con levità ma determinazione i problemi complessi e delicati. Con Re-velation, Carla Iacono non prende posizione sull’uso del velo; piuttosto scava nella storia per “rivelarne” tutta una serie di valenze e significati, nel pieno rispetto delle differenze e delle somiglianze tra le diverse culture. Il suo è un personale e sentito contributo per sollecitare l’osservatore a riflettere e a porsi dalla parte degli “altri”. Se queste immagini faranno discutere con garbo e passione dell’argomento, l’artista avrà raggiunto il proprio obiettivo.

 

 

La mostra Re-velation giunge a Trento dal Museo Diocesano di Genova, a conferma del collegamento esistente tra musei aderenti ad Amei (Associazione Musei Ecclesiastici Italiani): qui la conservatrice, Paola Martini, aveva esposto le immagini lungo il percorso permanente, così da stabilire un dialogo continuo con la collezione.

 

Nel nostro caso, si è preferito collegare la serie fotografica al solo busto reliquiario di Santa Massenza, realizzato nella prima metà del XV secolo in argento parzialmente dorato e rame argentato. Il busto presenta la santa con il volto ammantato da un velo al quale, in particolari occasioni, veniva sovrapposto un secondo velo di stoffa fermato da una coroncina, a conferma della centralità, per i cristiani, di questo accessorio utilizzato dalle donne quale segno identitario della loro fede.

 

Come ha scritto la storica Maria Giuseppina Muzzarelli, oggi il velo è “una mina da disinnescare", operazione delicata e urgente alla quale un museo e una mostra possono forse contribuire. Con grande pacatezza, le immagini di Carla Iacono ci ricordano che il velo non è uno strumento di separazione o di esclusione. Il velo è un velo. 

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