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Nella trincea i dialetti fanno una lingua nuova

Torna giovedì 18 al Melotti di Rovereto la rassegna Altre Tendenze del Centro Santa Chiara. Sul palco un protagonista del teatro di narrazione, Mario Perotta, con il suo "Milite ignoto"  che racconta come nel dramma bellico italiani di diverse regioni si sono trovati insieme per la prima volta accomunati dalla paura e dallo spaesamento. La grande attenzione alle piccole storie che ha portato alla vittoria nel premio Ubu 2015

Pubblicato il - 16 gennaio 2018 - 17:00

ROVERETO. Dopo Ascanio Celestini, che ha aperto a novembre la rassegna “Altre Tendenze” a Rovereto, e Marco Paolini in scena al Teatro Sociale di Trento per la stagione “Grande Prosa”, il Centro Servizi Culturali Santa Chiara propone al pubblico un altro grande protagonista del teatro di narrazione: Mario Perrotta.         L’attore e drammaturgo pugliese, che ha firmato allestimenti di grande successo quali Italiani cìncali! sugli emigrati nelle miniere del Belgio, Prima Guerra, dedicato all’esperienza dei trentini nel primo conflitto mondiale, Odissea e Un bès – Antonio Ligabue, porterà giovedì 18 gennaio a Rovereto «MILITE IGNOTO – quindicidiciotto», spettacolo tratto dal libro di Nicola Maranesi Avanti sempre e da La Grande Guerra - i diari raccontano, un progetto a cura di Pier Vittorio Buffa e dello stesso Maranesi per il Gruppo editoriale L'Espresso e l’Archivio Diaristico Nazionale.

 

 «MILITE IGNOTO» racconta quello che può essere definito il primo, vero momento di unità nazionale. «È nelle trincee di sangue e fango – spiega Mario Perrotta – che gli “italiani” si sono conosciuti e ritrovati vicini per la prima volta: veneti e sardi, piemontesi e siciliani, pugliesi e lombardi accomunati dalla paura e dallo spaesamento per quell’evento più grande di loro. Spaesamento acuito dalla babele di dialetti che risuonavano in quelle trincee.

 

  Per questo ho immaginato tutti i dialetti italiani uniti e mescolati in una lingua d’invenzione, una lingua che si facesse carne viva. Ho provato a cucire insieme nella stessa frase quanti più dialetti potevo, cercando le parole che consentissero passaggi morbidi o fratture violente. Ne è venuta fuori una 'lingua nuova' che ha regalato allo spettacolo un suono sconosciuto ma poggiato sulle viscere profonde del nostro paese.

 

  Ho scelto questo titolo, "Milite Ignoto", perché la prima guerra mondiale fu l'ultimo evento bellico dove il milite ebbe ancora un qualche valore anche nel suo agire solitario, mentre da quel conflitto in poi - anzi, già negli ultimi sviluppi dello stesso - il milite divenne, appunto, ignoto. E per ignoto ho voluto intendere "dimenticato": dimenticato in quanto essere umano che ha, appunto, un nome e un cognome. E una faccia, e una voce.

 

 Nella prima guerra mondiale, gradatamente, anche il nemico diventa ignoto, perché non ci sono più campi di battaglia per i "corpo a corpo", dove guardare negli occhi chi sta per colpirti a morte, ma ci sono trincee dalle quali partono proiettili e bombe anonime, senza un volto da maledire prima dell'ultimo respiro. E nuvole di gas che coprono ettari di terreno e radono al suolo interi battaglioni senza un lamento. E aerei che scaricano tonnellate di esplosivo dal cielo e navi che sparano cannonate a centinaia di metri di distanza. Uno sparare nel mucchio insomma, un conflitto spersonalizzato in cui gli esseri umani coinvolti sono semplici ingranaggi della macchina della storia, del meccanismo che li ingoia e li trasforma in cose.

 

 E proprio per questo - come sempre accade nel mio lavoro – sono andato controcorrente e ho rivolto la mia attenzione verso le piccole storie, verso gli sguardi e le parole di singoli uomini che hanno vissuto e descritto quegli eventi dal loro particolarissimo punto d’osservazione, perché questo è il compito del teatro, o almeno del mio teatro: esaltare le piccole storie per gettare altra luce sulla grande storia.»

   «MILITE IGNOTO», finalista al Premio UBU 2015 come migliore novità italiana o ricerca drammaturgica, è il grido rabbioso e disperato di un soldato mandato a combattere sulle montagne: «E chi scende da qui? Ci misi giorni di fatica e bestemmie a salire, tra cadaveri maleodoranti e rocce e grida di morte; ci misi l'orrore stampato negli occhi e il coraggio. Tutto questo ci misi, tanto che adesso non scendo! Resto quassù. Che poi, se anche scendo, nessuno mi può riconoscere, che la faccia me la fece saltare un mortaio e la voce fu graffiata da schegge. E il mio nome sparì dalla testa quando fu il grande scoppio. Lo scoppio che tutti ammazzò qui all'intorno. Tranne me che, però, non so più chi sono, [...]  non so da dove vengo e chi mi ha messo al mondo; io sconosciuto anche alla sola madre che mi resta, la Madre Patria. Io, per essa, la patria, giurai di morirmene, proprio come le altre 90.000 tonnellate di muscoli e ossa, morte prima di me. Io non scendo!»

  Unanime il coro di commenti positivi arrivati allo spettacolo dalla critica nazionale. Giovedì 18 gennaio a Rovereto il sipario del Teatro-Auditorium “Fausto Melotti” si alzerà su «MILITE IGNOTO» alle ore 21.00. 

 

 

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