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Quei due destini divisi dall'Oceano

Va in scena domani sera, 22 novembre, per la stagione di Pergine il bel testo di Tom Kempiski dal titolo "Separazione". Sul palco la regista e attrice Marina Thovez assieme a Mario Zucca. L'intrigante storia di una newyorkese e di un inglese accomunati dalla prosa. Un intenso rapporto attraverso otto telefonate

Pubblicato il - 21 novembre 2018 - 08:12

PERGINE. Stagione di prosa per due al teatro di Pergine dove domani sera, 22 novembre, va in scena "Separazione", di Tom Kempinski per la traduzione  e la regia di Marina Thovez che è protagonista del lavoro assieme a Mario Zucca.  Separazione è la storia di Sarah, attrice newyorkese, e Joe, commediografo londinese, separati appunto, da un oceano. I due non si conoscono, ma il destino intreccia le loro esistenze.

 

 Sarah vuole mettere in scena una famosa commedia di Joe e lo chiama al telefono per chiedergli il permesso. Tutto finirebbe qui se non fosse che lo scrittore, da tempo bloccato sulla pagina bianca, buffo malato di agorafobia, ciccione e solo, ha un forsennato bisogno di parlare con qualcuno. E Sarah ha una particolarità che la rende in grado di identificarsi con la protagonista della commedia di Joe meglio di chiunque altro. Attraverso l’oceano e i fili del telefono tra i due nasce una sorprendente amicizia, e finalmente s’incontrano

 

 Separazione è una commedia originalissima: sono otto telefonate. Otto momenti cruciali della vita dei due protagonisti, otto gradini di conoscenza. In una struttura a episodi l’autore ci inchioda con un’altalena di sentimenti drammaturgicamente fortissima.

 

 Nella vita siamo tutti separati: ogni piccolo egoismo, ogni paura, ogni trauma subito sono una barriera che ci allontana dagli altri e dalla felicità. Non possiamo eliminare le nostre debolezze, ma possiamo innamorarci dei difetti degli altri. La vita è coraggio, ci dice l’autore, e Separazione è in realtà la storia di un commovente, fragile avvicinamento.

 

 Ecco cosa scrive del suo lavoro la protagonista. Separazione" è la storia di un rapporto telefonico tra Sarah, attrice newyorkese, e Joe, commediografo londinese, 'separati', appunto, da un oceano. I due non si conoscono, ma il destino intreccerà le loro esistenze. Sarah vuole mettere in scena una famosa commedia di Joe e lo chiama per chiedergli il permesso. Tutto finirebbe qui, se non fosse che Joe, bloccato da tempo sulla pagina bianca, buffo malato di agorafobia, ciccione e solo, ha un forsennato bisogno di parlare con qualcuno.

 

 Da qui la trafila delle sorprendenti telefonate che raccontano la scoperta della non casuale affinità tra Sarah e la protagonista della commedia, la nascita di una grande amicizia, la voglia di ricominciare a scrivere, forse addirittura l'amore, ma anche le terribili cattiverie che nascono dalla paura dell'abbandono. E finalmente… l'incontro. Ma Joe si tira indietro ed è di nuovo: separazione. Come si può rinunciare alla vitalità bella e intelligente di Sarah? E' la solita vigliac-cheria dell'uomo che non vuole impegnarsi? Che preferisce i propri tic all'amore di una donna che lo ha quasi resuscitato? No. Kempinski non è così banale e Joe a sorpresa spiazzerà tutti quanti regalandoci una catarsi che è un suggerimento a guardare le cose con una angolatura insolita, un invito a lasciare la porta aperta, come segno di fiducia, fiducia in se stessi e nell'altro, nella vita. La vita è coraggio, ci dice l'autore, e "Separazione" è, in realtà, la storia di un commovente, fragile avvicinamento. Note di regia "Separazione" è una commedia originalissima: sono 8 telefonate.

 

 Tra l'una e l'altra c'è un passaggio di tempo e la struttura narrativa è a quadri, a episodi. Ho cercato nella messa in scena di esaltare il più possibile questa frammentarietà, questi 8 gradini di conoscenza, le fasi dell'amicizia tra i due protagonisti, non tanto per avere uno schema vario da contrapporre alla fissità dell'azione, ma perché mi sembrava di rendere un servizio migliore a un testo che supera brillantemente la monotonia ripetitiva del gesto telefonico, e ci inchioda dipingendo ogni volta uno scorcio di vita nuovo, particolarissimo, riccamente raccontato dall'autore. Perciò ho cercato di capire quale fosse il significato più ampio di ogni singola scena. Ne è venuta fuori un'altalena di sentimenti drammaturgicamente fortissima, un disegno potente, fatto di rasserenamenti e strappi, di dubbi e illuminazioni, una storia che trascende le due esistenze di Sarah e Joe ed è un pezzo di vita di chiunque. Alla luce di questa valenza universale, la parte è in funzione del tutto e il particolare, l'individuale diventa un simbolo.

 

 Ecco che la casa di Sarah è la finestra sul mondo: è New York, il sole, il cielo, la notte con le lucine dei grattacieli, il teatro da cui torna trionfante; perché Sarah è aperta alla vita, e la vita entra in casa sua. La casa dell'agorafobico Joe invece è un muro tagliafuoco, un diaframma con l'esterno con cui lui non vuole avere contatti, un rifugio dal mondo cattivo. Da qui anche la divisione del palcoscenico in due parti: una nera e una bianca, i due colori che per eccellenza simboleggiano gli opposti, come opposti e "separati" sono Sarah e Joe. Il rettangolo bianco di Joe è anche quella maledetta pagina intonsa su cui da anni non riesce più a scrivere niente. Nella vita siamo tutti "separati": ogni piccolo egoismo, ogni paura, ogni trauma subìto sono delle barriere che ci allontanano dalla felicità. Non possiamo eliminare i nostri difetti, ma possiamo innamorarci dei difetti degli altri".

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