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Da Giletti volano gli stracci: Feltri e Biancofiore si "confrontano" sull'Alto Adige. Il direttore: "Dici solo bischerate". La deputata forzista: "Lei parla contro i morti italiani"

Nel programma domenicale "Non è l'arena", condotto su La7 da Massimo Giletti, è andata in onda una discussione isterica sull'Alto Adige tra Vittorio Feltri e Michaela Biancofiore, decisamente poco utile alla causa della comprensione della realtà provinciale da parte del grande pubblico nazionale. Alla complessità si è preferita la cagnara, perché insulti e visi avvampati - conditi da gravi inesattezze storiche - fanno più audience

Di Davide Leveghi - 18 novembre 2019 - 12:38

TRENTO. Lo scambio di battute sulla questione altoatesina di cui sono stati protagonisti il direttore di Libero Vittorio Feltri, la deputata e coordinatrice di Forza Italia in Alto Adige Michaela Biancofiore e l'ex politica Nunzia De Girolamo non sembra aver certo aggiunto alcun elemento utile alla sua risoluzionee men che meno alla comprensione da parte del pubblico nazionale. Il tripudio di “va a quel paese” - per usare un eufemismo – e di epiteti poco lusinghieri, infatti, ha “regalato” più momenti di intrattenimento trash che non di quell'approfondimento che si richiederebbe in teoria da un talk show televisivo – e nel caso specifico, sulla questione altoatesina.

 

Lo spettacolo è apparso alquanto desolante, e non solo considerando l'argomento di discussione. L'arena, di nome e di fatto, dello scontro ha visto in campo l'arroganza contrapposta all'ignoranza, in una vera e propria fiera dell'imprecisione e della cagnara, in cui alla boria sprezzante di un giornalista di vecchia data si è opposta la nazionalistica difesa di miti triti e ritriti.

 

“La grande spesa di sangue italiano”, l'italianità naturale dello spartiacque alpino del Brennero, il trionfo di Vittorio Veneto. Il racconto nazionalista, col suo timbro tolomeiano, è stato snocciolato al grande pubblico, gli applausi serviti su un piatto d'argento. La deputata Biancofiore si è lanciata nell'invettiva antitedesca, sventolando lo Statuto d'autonomia, ringhiando che la “guerra l'abbiamo vinta noi”, la “Storia è Storia”, appropriandosi dell'argomentazione – sempre d'effetto e ormai riesumata nelle piazze, anche da chi fino a ieri usava il tricolore per usi impropri – dei 600mila morti.

 

La difesa della minoranza – e per il caso delle provocazioni di Eva Klotz – è affidata invece alla tracotanza, sboccata e misogina, di un uomo ormai entrato tanto nella maschera del Balanzone, quella del “dottore” saccente, presuntuoso e insopportabile, da essere indistinguibile dalla stessa – scappa pure una bestemmia, ma ad accorgersene non è chi la pronuncia, che nega seccamente, quanto chi la coglie. Una maschera che attende il pretesto per essere interrotto ed esplodere, sacrificando al suo ego fumantino la comprensione di una storia travagliata da parte di un pubblico nazionale profondamente ignorante sulle questioni di confine.

 

Io sono d'accordo con Eva Klotz – esordisce il direttore di Libero – dopo la guerra con un'operazione incomprensibile si è annesso l'Alto Adige all'Italia per poi mettere negli uffici e nei tribunali italiani che non parlano il tedesco. In sostanza è successo un gran casino perché i signori di lingua tedesca sono stati messi in difficoltà”. I presupposti perché tutto finisca in caciara sono contenuti in poche frasi banalizzanti e semplicistiche - seppur contenenti delle verità - il nazionalismo italiano titillato.

 

E non a caso la risposta giunge puntuale come un orologio svizzero: “Noi abbiamo vinto la guerra – si accende la coordinatrice forzista – Lei smentisce la Storia d'Italia, parla contro i morti italiani”. Puntuale quanto zeppa d'errori: “L'Alto Adige è stato annesso per via dei trattati di pace – e sventolando una mappa napoleonica – c'è una cartina del 1838, non 1922 e fascismo quindi ma del 1838, in cui Bolzano, Merano, Bressanone, Egna, sono scritti in italiano, l'Alto Adige era già Italia, Regno d'Italia con Napoleone. Non è il frutto della fascistizzazione fascista, sono successe delle cose che vanno superate”.

 

Accesa la miccia, il battibecco divampa. “Abbiamo vinto la guerra”, ribadisce Biancofiore, “Ma quale guerra, che non si è combattuto in Alto Adige?!”, risponde Feltri, dando avvio al suddetto confronto tra arroganza e ignoranza, in cui i volti avvampano, i toni salgono e, inesorabilmente, la questione altoatesina e la sua comprensione scivolano via. “Lei è una prevaricatrice, un'esaltata che dice delle cazzate enormi”, sbuffa il direttore, “legga un libro di storia”, si rimbrottano reciprocamente.

 

E forse la lettura dei libri di storia è proprio il problema di fondo. Quali sono infatti i libri di storia di cui si parla? Quelli degli storiografi nazionalisti, poco sensibili alle istanze nazionali delle minoranze e scritti come armi nella vertenza che vedeva opposte Italia ed Austria o quelli imparziali, approfonditi e problematici che raccontano la vicenda altoatesina senza scadere in miti nazionali consumati e distorsivi?

 

Il caos scatenato dagli sbuffi impazienti e dagli improperi di un vecchio giornalista sono il contenuto stesso della discussione, in cui l'Alto Adige è contorno, pretesto come un altro per aizzare il pubblico e il suo orgoglio nazionale – piuttosto vacuo – di cui la deputata altoatesina si fa portavoce, tra retorica stantia e lampanti inesattezze – la guerra fu vinta sulla carta più che nei fatti; il sangue italiano venne “speso” per Trento e Trieste, non per l'Alto Adige, il cui desiderio d'annessione venne scoperto solo a guerra cominciata e quasi finita (nel 1917 i bolscevichi pubblicarono tutti i trattati segreti, mettendo il governo italiano, assieme agli altri dell'Intesa, in serio imbarazzo); l'annessione non “avvenne per via dei trattati di pace” ma fu decretata in sede segreta durante le trattative tra Roma e Londra scaturite nella firma del Trattato dell'aprile 1915.

 

“Le cose vanno superate” ha detto Michaela Biancofiore, ma ciò “che va superato” chi lo decide? La fascistizzazione sì ma i Regni napoleonici no? Quale narrazione veicola queste argomentazioni? Tra confusione di date – la cartina potrà pure essere stata del 1838, ma l'esperienza del Regno d'Italia napoleonico, così come l'appartenenza ad un "regno italiano" del territorio che giungeva non fino al Brennero ma fino a Bressanone, si concludevano nel 1814, un anno prima della Restaurazione inaugurata dal Congresso di Vienna – e miti inossidabili – quelli sì mai superati – la “Storia è Storia” è affermazione che cerca di chiudere il discorso, di sigillare una verità inattaccabile: l'Alto Adige è Italia.

 

Ma lungi dall'essere un insieme di verità inattaccabili, la Storia è invece problematica, complessa, sfaccettata. Tutti aspetti che nel programma di Giletti di domenica sera non hanno trovato alcuno spazio.

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