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Elogio dell'ironia. Giorello: "I politici non sanno usarla. L'ironia è quanto di più lontano ci sia dagli slogan propagandistici"

E' stato pubblicato da Mondadori "La danza della parola", ultima fatica letteraria di Giulio Giorello, docente di Filosofia della Scienza all'Università di Milano: "Il punto è che il discorso politico tende a semplificare perché un discorso strutturalmente semplice è più comprensibile"

Pubblicato il - 27 dicembre 2019 - 16:23

PINZOLO. Si trova in questi giorni a Pinzolo, per alcuni eventi, Giulio Giorello, filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia della Scienza all'Università degli Studi di Milano.

 

La sua ultima fatica letteraria, edita da Mondadori, è "La danza della parola" che, come lui stesso precisa nel sottotitolo, parla d'ironia "come arma civile per combattere schemi e dogmatismi".

 

"In questo libro - spiega il professor Giorello - mi ero proposto di tracciare una difesa dell'ironia, vista non tanto come uno strumento per distruggere le opinioni che non si amano o, addirittura, chi sostiene queste opinioni ma per costruire prospettive diverse. Mi piace definire l'ironia come 'arma di costruzione di massa'. Oggi dovremmo capire come servirci dell'ironia per difenderci dai pericolosi dogmatismi dell'epoca nostra. In particolare, dal dogmatismo dell'immediato che è appunto quello dei nostri politici, i quali, magari, non concepiscono che ci sia qualcosa come l'ironia".

 

Già Leopardi, in quel capolavoro della prosa italiana che è il "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani", l'aveva capito: "il più savio partito è quello di ridere indistintamente d'ogni cosa e d'ognuno, incominciando da se medesimo". Vale a dire: non c'è cosa più saggia che ridere di tutto e di tutti, soprattutto di se stessi. L'ironia, in fondo, non è altro che questo. Un modo straordinariamente intelligente per smantellare interi castelli e costruirne di nuovi: castelli di sabbia e campati in aria, come di sabbia e campati in aria sono tutti i castelli che vengono costruiti.

 

"Per ironia - aggiunge Giorello - possiamo intendere la capacità di usare le parole in modo nuovo e creativo. Un modo, di usare le parole, che porta non tanto al riso ma al sorriso, quel sorriso che migliora la nostra vita. In fondo, l'uomo desidera non solo sopravvivere, ma vivere meglio".

 

Dell'ironia, noi, ce ne siamo sempre serviti. Nell'arte, nella letteratura, nel teatro per arrivare al mondo dell'informazione. L'ironia è sempre stata (soprattutto) un formidabile mezzo per esercitare la critica sociale. Così la usava  Aristofane che, nell'Atene del V secolo, metteva alla berlina politici e istituzioni della sua città deridendoli (con sagacia) sulla scena. Si pensi poi a Jonathan Swift e al suo amaro disincanto di fronte alle pretese dei dotti di formare una corporazione di privilegiati nei Viaggi di Gulliver. Ancora, a James Joyce che addirittura arriva ad ironizzare su Dio che "ha scritto il foglio di questo mondo, ma l'ha scritto sbagliato".

 

L'ironia, insomma, è sempre stata un'arma civile per combattere schemi, categorie e istituzioni inflessibili, grazie alla sua straordinaria capacità di essere a un tempo forza distruttiva e costruttiva. Oggi, però, pare che l'ironia abbia abdicato alla sua funzione.

 

"Una delle cose che mi colpisce di più, quando leggo la cronaca quotidiana del nostro Paese è che, di ironia, se ne trova veramente poca. Si vedono sarcasmo e violenze verbali ma, di ironia, ce ne è molto poca. La ragione? L'ironia deve essere esercitata non soltanto sugli altri, ma anche su se stessi. L'ironia deve avere il coraggio di essere anche autoironia".

 

Ma oggi, a quanto pare, è un'attitudine poco (o per nulla) diffusa.

 

"Se poi si guarda alle dichiarazioni dei politici - continua Giorello - l'ironia manca completamente. La politica rende pesante la parola mentre la parola dovrebbe essere libera di danzare. I nostri politici, in Italia e in Europa ma anche in altre parti del mondo, sono costretti a cercare un facile appoggio e questo, con l'ironia, difficilmente si ottiene. L'ironia richiede anche uno sforzo sia di chi la fa sia di chi la legge. Richiede un momento di meditazione che nella comunicazione politica immediata viene perduto. Questo si capisce bene anche da certe dichiarazioni altisonanti di politici che occupano posti di responsabilità e che insistono con slogan che sono il contrario dell'ironia. Non so come un politico possa rimediare a questa carenza di humor ma coloro che si occupano di comunicazione dovrebbero saperlo fare, dovrebbero essere capaci di ironia e autoironia.  Dovrebbero sviluppare questa abilità, nell'uso del linguaggio, che permette di sorridere anche di se stessi. L'ironia è quanto di più lontano ci sia dagli slogan propagandistici. Il punto è che il discorso politico tende a semplificare perché un discorso strutturalmente semplice è più comprensibile. I politici bruciano le differenze, quell'elemento di differenza che è così importante nel valutare le azioni e le parole di coloro che ci circondano".

 

L'ironia, se usata bene, è un ottimo antidoto alla violenza verbale, un ottimo antidoto alla violenza in generale. E, a discapito di quel che si crede, l'ironia non è una dote innata. Può essere coltivata, esercitata, messa alla prova. "Non credo che per esercitare l'ironia servano doti innate. Piuttosto un lavoro di autoeducazione all'ironia. È un lavoro faticoso che però, in certi casi, da frutti soddisfacenti".

 

L'ironia, dunque, salverà il mondo? "L'ironia deve aiutarci a capire la relatività dei nostri messaggi e di quelli che ascoltiamo. Riconoscere la fragilità dei nostri costrutti, dei nostri messaggi e metterli in luce è un modo per rendere più forte questo messaggio, renderlo più forte riconoscendone in maniera intelligente la debolezza".

 

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