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“Prima gli italiani? Una frase senza senso logico”. Nel nuovo libro dello storico Filippi si scardina uno slogan tanto abusato quanto anacronistico

Nell’ambito della collana di Laterza “Fact checking: la Storia alla prova dei fatti”, lo storico levicense Francesco Filippi cerca di sviscerare uno slogan che tanto si è sentito in questi ultimi anni: “Prima gli italiani”. “Sì, ma quali?”, è la sua domanda, a cui cerca di rispondere con la storia. “Ha ancora senso aggrapparci a delle categorie che non spiegano più il mondo in cui viviamo?”

Di Davide Leveghi - 04 April 2021 - 17:37

TRENTO. “Prima gli italiani! Sì, ma quali?”. È questo il titolo dell’ultima fatica di Francesco Filippi. Lo storico levicense, già autore del volume di successo Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo e della quasi naturale prosecuzione Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, pubblica con Laterza un piccolo e agevole libro per la collana "Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti".

 

La storia, uscita dall’ambito accademico e dal dibattito tra esperti, si getta a capofitto nel discorso pubblico, cercando di “sgombrare il campo dalla macerie”. “E’ propedeutica alla storia”, la definisce l’autore, quarto in una serie aperta da Carlo Greppi (L’antifascismo non serve più a niente, QUI un approfondimento) e proseguita da Eric Gobetti (E allora le foibe?, QUI e QUI gli articoli) e da Chiara Colombini (Anche i partigiani però…).

 

“Questa collana e più in generale il grande fermento nato ad alcuni titoli sono stati tacciati da alcuni settori storiografici e non di essere storia che prende campo – spiega Filippi al nostro giornale – dal mio punto di vista è invece cercare di sgombrarlo. Questi libri sono una reazione, abbastanza naturale da chi ha la passione per la storia e per il metodo storiografico, al continuo abuso di storia che si fa nel presente. È un tentativo di mettere un punto e di sgombrare il campo da macerie che con la storia non hanno niente a che fare”.

 

Da qui i titoli, e in questo caso quello dello storico delle mentalità e co-fondatore di Deina: Prima gli italiani! (Sì, ma quali?). “’Prima gli italiani’ in bocca al politico di turno è un’opinione, messa sotto la lente d’attenzione di chi vuole in modo abbastanza neutro approfondire lo slogan pare diventi lesa maestà e presa di campo – continua – siamo al paradosso in cui frasi senza senso logico hanno legittimità pubblica, mentre tentare di comprendere se davvero questo senso logico ce l’abbiano no”.

 

Ma di cosa si occupa il volume nello specifico? Qual è la risposta alla domanda contenuta nel titolo e come ci si arriva? “Si analizzano posizioni che nascondono i limiti di una lettura nata quasi due secoli fa, attorno ad altre idee, ad altre costruzioni – racconta Filippi – la pretesa che queste stiano in piedi oggi, nel 2021, è ridicola. E se vogliamo affrontare dei problemi inediti, come quelli della globalizzazione, la prospettiva di gente del ‘700 che si rivolge per lo più a uomini dell’ ‘800 è anacronistica. Tutte le grandi convinzioni, anche le più sacre, in realtà sono scelte arbitrarie fatte all’interno di grandi gruppi di ragionamento. L’italiano di Dante altro non è che un’operazione molto ben riuscita di marketing arrivata ex-post. Non è la lingua del popolo, ma una lingua costruita per costruire un popolo. E ciò avviene in tutti gli altri campi, compresa la storia. Qual è il punto di riferimento nel passato a cui ci si rivolge? L’Antica Roma, ultimo Stato in grado di governare in maniera unitaria su tutta la penisola. Ma parlare di nazionalismo nel caso di Roma è anacronistico”.

 

L’idea di Nazione, nata nel XIX secolo, assomiglia a delle “comunità immaginate” (Benedict Anderson), basate su e legittimate da “tradizioni inventate” (Eric Hobsbawm). “Ad un certo punto c’è la necessità di far stare insieme le persone. Si cercano i punti per farle stare insieme e se non ci sono si inventano. La parola ‘Italia’, ad esempio, nasce dai greci per identificare pochi chilometri quadrati a sud di Catanzaro. Dalla fine dell’Impero romano a tutto il Rinascimento italiano la parola sparisce. Non a caso, in luoghi come Londra o Parigi, ci sono strade che portano il nome dei lombardi. ‘Lombardia’ o ‘Longobardia’ è un termine che compete con ‘Italia’ per secoli”.

 

Il processo di costruzione nazionale dell’Italia, dunque, è tutt’altro che eccezionale. È una declinazione di un fenomeno più ampio. “Cambiano gli ingredienti ma lo schema è sempre uguale. C’è una parte eminentemente minoritaria di una società composita che vuole amalgamare il resto. E così nella Francia tra ‘700 e ‘800 nascono la lingua francese e il concetto di ‘citoyenneté’, in Germania le difficoltà sono ancora maggiori”.

 

“In Italia si è avuto un movimento che aveva molte possibili fonti, ma banalmente nel momento in cui con Napoleone nasce la Repubblica italiana questa arriva fino alle Marche – prosegue - nessuno ha da ridire sul fatto che Napoli sia esclusa. A un certo punto, quindi, diventa ancora qualcos’altro: e come la vogliamo? C’è chi la vuole repubblicana, chi monarchica, chi federale, ma è il Piemonte ad avere il pallino e così una monarchia che a corte parla francese costruisce l’unità di Italia. Vittorio Emanuele II, quando diventa re d’Italia, si rifiuta di diventare Vittorio Emanuele I, dando vita ad una nuova dinastia, narrando implicitamente il fatto che l’allargamento del proprio regno è frutto della conquista della sua dinastia. Vittorio Emanuele, pertanto, si trova di fronte ad una narrazione dell’Italia che non era la sua. E così Cavour e Garibaldi”.

 

Costruita in maniera travagliata, tra conflitti e selezioni, l’idea di Italia (e d’italianità) giunge fino a noi. Ma per mutuare la tanto abusata frase di Massimo d’Azeglio, fatta l’Italia, a che punto è il fare gli italiani? “I precari confini ideologici di questa nazione che ci siamo dati non riescono a contenere la maggioranza assoluta degli abitanti del paese che abbiamo costruito. Perché? – domanda Filippi - chi è italiano? Chi ha la cittadinanza? È italiano chi parla italiano? Ha cittadinanza, però, anche gente che non è mai stata in Italia. È italiano chi nasce in Italia? Per la legge italiana no. Quali sono allora i criteri che ci dobbiamo dare?

 

Una risposta lo storico levicense cerca di darla. “Dal mio punto di vista, sarebbe quello di abbandonare il criterio dell’identità nazionale e applicarsi ad un’identità dei bisogni. Anziché tentare l'ennesima riforma di questo modello, perché non troviamo un non modello? Cioè, a fronte di necessità rispondiamo a necessità? Siamo un paese, per come è stato costruito e confinato, in terribile calo demografico e contemporaneamente in cui le persone che arrivano qui vogliono fare dei figli qui. Ne parliamo di cosa significa vivere in un posto? Significa parlare la lingua di Dante? E allora siamo mezzi fregati. Significa ammirare la bandiera? L’ultimo passaggio sovranista, l’ultimo decadimento del fattore nazionale e del nazionalismo novecentesco europeo, non solo in Italia, è la dimostrazione che non avendo idee nuove si cerca disperatamente di mettere insieme le idee vecchie. Il paradosso dei paradossi è che poi ti ritrovi in Europa i sovranisti nazionali che sono i primi a litigare tra di loro. Non ha più senso perché l’orizzonte entro cui applicare certe categorie è cambiato. È come se volessi eleggere i consoli del Comune di Trento. Stiamo parlando di questo?”.

 

In poco meno che 150 pagine, dunque, Filippi cerca di sviscerare questioni cogenti. E, da storico, lo fa con la storia. “C’è chi per criticare il lavoro mio e degli altri che hanno pubblicato con questa collana parla di storia partigiana – conclude – e onestamente mi scalda il cuore. Se qualcuno pensa di utilizzarlo per offendermi evidentemente non ha capito. Questo libro, come gli altri della collana e non solo, vuole ribadire che la storia ha il diritto di ripulirsi dalla retorica. E questi sono strumenti per poi cominciare a parlare effettivamente di storia”.

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