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Felicità o autodistruzione, un grosso dilemma. Anzi, un dilemma obeso

Domani sera, 9 novembre, al Teatro Portland la Bella Stagione propone "La donna più grassa del mondo" della compagnia MaMiMò di Reggio Emilia. Una signora che pesa 400 chili, una crepa nel pavimento e un'unica soluzione: il dimagrimento impossibile. Da qui nasce una grottesca metafora sulla vita.

Pubblicato il - 07 novembre 2019 - 09:17

TRENTO. Torna domani sera, 8 novembre, al Portland di Piedicastello la compagnia di Reggio Emilia MaMiMò Teatro con uno spettacolo che si presenta quale metafora del nostro vivere contemporaneo “La donna più grassa del mondo”. Il testo della pièce è scritto dal, talentuoso Emanuele Aldrovandi, giovane sceneggiatore e drammaturgo emiliano, premiato in vari contesti per progetti sia teatrali che televisivi.  Interpreti di questa commedia grottesca Luca Cattani, Alice Giroldini e Marco Maccieri diretti da Angela Ruozzi.

 

 PRESENTAZIONE SPETTACOLO E PROGETTO. Una grossa crepa minaccia la sicurezza della casa in cui vivono i protagonisti di questa storia, ma solo uno di loro
sembra preoccuparsene: è l’uomo del piano di sotto che da mesi tenta di convincere la coppia di vicini a intraprendere i lavori di ristrutturazione. Il problema è che la crepa si trova proprio sotto il divano della Donna più grassa del mondo che pesa quattrocentosessanta chili e non può muoversi. L’unica possibilità per poter intraprendere i lavori sarebbe che il marito la convincesse a dimagrire, ma la felicità che le procura il cibo è troppo grande perché la donna possa rinunciarvi. In un’epoca in cui sembra che la nostra società abbia raggiunto il suo massimo grado di benessere, questa commedia, attraverso una cifra grottesca e paradossale, ci induce a riflettere sulla capacità dell’uomo di immaginare un modo alternativo per raggiungere la felicità che non lo condanni all’autodistruzione.

 

 NOTE DI REGIA. Noi tutti crediamo di vivere in condizioni di benessere. Fino a quando non ci viene il dubbio che non sia così. Ci è stato implicitamente insegnato che viviamo nel migliore dei mondi possibili ed è quindi assurdo cercare di costruirne uno migliore (e quale sarebbe, poi?); eppure l’aumento dell’uso di psicofarmaci nel nostro paese ci spinge a pensare che questo “benessere” evidentemente non è diffuso. Forse la storia del migliore dei mondi possibili era una bugia. Noi non siamo felici. Abbiamo continuamente fame. Abbiamo le case piene di oggetti, ma ne vogliamo sempre di nuovi. Siamo pieni di contatti, ma non ci soddisfano mai del tutto. Siamo affamati. Siamo afflitti da insaziabilità. L’insaziabilità allo stato puro. La nostra società ha raggiunto una grande libertà, ma questa libertà non ci ha liberato. Continuiamo ad avere
fame. Questa fame insaziabile, questa vuotezza intrinseca, ci parla di una cosa molto reale,
di una profonda vacuità al centro della nostra cultura, generata dalla distruzione di idee e tradizioni rimpiazzate da sistemi economici (che sono diventati sistemi ideologici) per cui l’uomo non deve credere più a nulla se non alla soddisfazione del proprio desiderio. Il desiderio è diventato il nostro ultimo idolo. La legge che regola gli uomini oggi è l’affermazione incontrastata del proprio
desiderio.

 

 L’affermazione incontrastata della propria volontà di godimento attraverso la distruzione di tutti i tabù. La distruzione dei tabù ci rende più liberi? O sono i limiti a renderci liberi? La Donna più grassa del mondo ha intrapreso un percorso alla ricerca della massima felicità e del massimo godimento attraverso il cibo e la distruzione di tutti i cliché sociali, ma non raggiunge uno stato di felicità. Piuttosto condanna se stessa e gli altri all’autodistruzione e alla distruzione dell’ecosistema in cui tutti vivono. Questa Donna grassa, che pur essendo simbolo d’insaziabilità, rimane contemporaneamente metafora di fertilità, ci suggerisce che c’è qualcosa di cui noi esseri umani abbiamo bisogno per un nostro autentico benessere e che non cesseremo mai di desiderare: comunità, connessione, contatto con la natura,
equilibrio, la sensazione di una missione più grande dei nostri immediati desideri parcellizzati.

 L’utopia è come l’orizzonte. Mi avvicino di due passi, e lei si allontana di due passi. Faccio altri dieci passi e l’orizzonte si allontana di altri dieci. Per quanto io possa avanzare, non lo raggiungerò mai. Allora che senso ha l’utopia? Il senso è: continuare adavanzare. (Eduardo Galeano, Palabras andantes)

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