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Il lungo viaggio nella trilogia di Eschilo

Domani, 19 novembre, seconda puntata della rassegna Altre Tendenze del Centro Santa Chiara con la lente sulla tragedia classica proposta dalla pluri premiata compagnia veneta Anagoor, leone d'argento alla Biennale di Venezia 2018. La morta celebrata come grande mistero con il quale l'uomo continua a scontrarsi. Ecco Orestea/Agamennone, schiavi, conversio

Pubblicato il - 18 novembre 2019 - 13:32

TRENTO. Dopo il successo fatto registrare con lo spettacolo inaugurale “19 Luglio 1985” (incentrato sulla tragedia di Stava), la rassegna Altre Tendenze, organizzata dal Centro Servizi Culturali S. Chiara, prosegue martedì 19 novembre 2019. Alle ore 20.30, il palco del Teatro Sociale di Trento farà da sfondo all' Orestea/Agamennone, Schiavi, Conversio” messa in scena dalla compagnia Anagoor (Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2018), in coproduzione con Centrale Fies, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa e Teatro Stabile del Veneto.

 

 Tratto dall’omonima trilogia di Eschilo, lo spettacolo è diretto da Simone Derai, che ne ha curato anche la drammaturgia e la traduzione dal greco insieme a Patrizia Vercesi, e vede il sostegno di Foundation d’enterprise Hermès nell’ambito del programma New Settings.

 Sangue veneto e cuore classico, la compagnia Anagoor da sempre si rivolge al mito antico come a una fonte dalla quale attingere temi ancora vivi nel tempo presente. Il nuovo allestimento dell’Orestea è un viaggio nella trilogia di Eschilo, unico esempio arrivato sino a noi dall’antichità greca di ‘trilogia legata’: tre tragedie intimamente interconnesse, che restituiscono solo nel loro insieme l’intero arco della vicenda e una compiuta unità di senso.

 

 Filo rosso che lega la narrazione è la scia di uccisioni che segna la dinastia degli Atridi. La violenza chiama sempre altra violenza: da Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone per propiziarsi la partenza verso la Guerra di Troia, alla vendetta di Clitemnestra sul marito e poi dei figli di lei, Elettra e Oreste, che uccidono la madre per rispondere alla necessità del sangue.

 

 Nella rilettura della giovane compagine di Castelfranco Veneto la morte viene celebrata come il grande mistero contro il quale l’uomo continua a scontrarsi, generando a sua volta riflessioni sulla fragilità del bene, sul trascorrere del tempo e sulla trasmissione della memoria.

 La regia di Simone Derai mescola le suggestioni del mito classico con ispirazioni provenienti da moderni riti funebri mediterranei e con le parole di filosofi quali Sergio Quinzio, Emanuele Severino e Sergio Givone, ma anche con le suggestioni poetiche e letterarie di Winfried Georg Sebald, Giacomo Leopardi, Virgilio, Hannah Arendt e altri ancora. In scena la parola si intreccia con il video, il canto e la danza in uno spettacolo imponente, una sorta di rito collettivo che cerca di indagare l’ultimo tabù e il suo ruolo nella società umana tra rito, vendetta, amore e potere.

 

 Il risultato è uno spettacolo-evento dalla durata di circa tre ore e mezza divise in due tempi, che ha aperto la 46° edizione del Festival internazionale del Teatro alla Biennale di Venezia, consacrando la compagnia Leone d’Argento 2018, e che oggi ci ricorda come forse solo l’arte riesca a sopravvivere al fuoco del tempo e della morte. 

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