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Un manager e l'industria dal volto umano

Collaborazione tra Teatro di Meano e Cgil nell'appuntamento tra parole e prosa di domani, 31 dicembre. Dalle 18.30 incontro dibattito dal titolo "Si può essere capitalisti e rivoluzionari?". La risposta alle 20.45 nello spettacolo in cui la brava Laura Curino tratteggia la figura e l'impegno del grande Adriano Olivetti e del suo "sogno possibile"

Pubblicato il - 30 gennaio 2020 - 17:20

TRENTO. Domani, Venerdì 31 gennaio 2020 alle ore 18.30 al Teatro di Meano si tratterà il tema “Si può essere capitalisti e rivoluzionari? Il lavoro inteso non solo come realizzazione di profitto ma soprattutto della propria identità sociale” e a seguire alle ore 20.45 andrà in scena "Adriano Olivetti – Il sogno possibile".

 

 

 Lo spettacolo pone al centro la figura dell’industriale e dell’intellettuale di Ivrea, e i molti uomini e donne che hanno condiviso la sua esistenza, le sue idee e la sua utopia in un continuo fluire tra letteratura e quotidianità, con uno sguardo che ben si inserisce nelle tematiche che verranno affrontate nel dibattito antecedente lo spettacolo.

 

 Alle 18.30 prenderà il via l’incontro "Si può essere capitalisti e rivoluzionari? Il lavoro inteso non solo come realizzazione di profitto ma soprattutto della propria identità sociale, un dibattito  con l’attrice Laura Curino e alcuni ospiti speciali.

 

 Interverranno infatti Martino Orler, manager di REDO upcycling e Protesica sanitaria e Amministratore di Cooperativa ALPI di Trento, un luogo dove impresa e rivoluzione si incontrano davvero; Andrea Grosselli della segreteria confederale CGIL – si occupa in particolar modo di politiche del lavoro e  welfare, da sempre impegnato nella tutela di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici per l’uguaglianza e il riconoscimento dei diritti di tutti; e Isabella Speziali responsabile Ufficio studi delle politiche e del mercato del lavoro dell’Agenzia del Lavoro di Trento.

 

 Laura Curino pone al pubblico – durante lo spettacolo – le domande che si faceva quarant’anni fa Adriano Olivetti, capitano di un’azienda allora ai vertici mondiali, manager illuminato sostenitore di un’industria dal volto umano, di un’economia fonte di progresso anche sociale, anche intellettuale.

 Molti parteciparono a quel progetto. Furono anni di grande fermento culturale, dove persone diverse e a diversi livelli contribuirono a creare un fenomeno di rilevanza internazionale, che resta ineguagliato per ampiezza di spettro, profondità di elaborazione, successo su entrambi i fronti dell’economia e della comunicazione, o, come si direbbe oggi, dell’immagine.

Parte di quel successo venne dalla felice contaminazione tra mondo dell’economia, tecnologia, filosofia, scienze sociali ed arte. Ivrea diventò il centro di un laboratorio permanente di sperimentazione osservato da tutto il mondo. Molte delle energie che mossero quella grande trasformazione sono ancora presenti e vitali, desiderose di essere attivate per una nuova progettualità, ognuna secondo le diverse competenze in uno sforzo di comprensione della realtà attuale.

 

« Il 27 febbraio 1960 muore Adriano Olivetti. E questa sembra essere la fine di un sogno. Ma che cos’era questo sogno? Era l’idea che si potessero conciliare mani e spirito, società e cultura, economia e arte, e che a questa comprensione potesse essere dato il nome di fabbrica». È passato più di mezzo secolo dalla sua morte, eppure oggi il pensiero di Adriano Olivetti resta attuale. Anzi, lo diventa ancor di più in questo momento di profonda crisi, in cui sembra che le conquista fatte negli ultimi 50 anni in ambito sociale e di umanizzazione del lavoro stiano venendo meno.

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