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Sul palco dello Zandonai arte e disabilità si fondono in una storia che parla d'amore

Michele Comite è il "registattore" di uno spettacolo unico che affronta il difficile tema della depressione con una "s" in più. Si intitola DeSpresso e al centro della scena vede Alessandra Carraro attrice, eroina del “non tirarsi indietro” prima che disabile

Di Carmine Ragozzino - 19 gennaio 2017 - 18:34

TRENTO. Si nota il titolo, DeSpresso, e ci si arrovella nel cercare un significato. Sforzo evitabile. Il titolo sarebbe stato “Depresso”, ma Alessandra Carraro – disabile solo per chi della disabilità ha un’idea tanto “fuorviata” quanto approssimata, ci mette sempre una “s”. Niente da fare. Con lei la depressione storpia. E non nel senso grammaticale. In fondo è solo una “s” in più. Ma su quella “s” si può ricamare così come si ricama, spesso di fino, nell’affidare all’arte, allo spettacolo, la comunicazione di temi seri. Anzi serissimi. E allora il registattore, nella fattispecie il prolifico Michele Comite, non può che adeguarsi alla divertente ed inguaribile abitudine fonetica della partner prima di amicizia che di palco.

 

“Depresso” diventa “DeSpresso” e chiama il pubblico a non negarsi l’istruttiva suggestione – con una montagna di annessi e connessi – della scoperta di un rapporto zeppo di poesia e di messaggi. Il rapporto, cioè, tra arte e disabilità. Il rapporto tra recitazione, gestualità, movimento e handicap. “DeSpresso” va in scena domani sera, (alle 20.45) a Rovereto, in uno Zandonai che è teatro di prestigio per un’operazione culturale di assoluto riguardo. Sul palco un registattore fatto e finito, Michele Comite, e Alessandra Carraro. Quest’ultima ha una carta d’identità da leggere al contrario: attrice, eroina del “non tirarsi indietro” prima che disabile. Lei, Alessandra, è un punto di riferimento de “la Rete”, l’associazione che lavora, (riuscendovi), per mostrare come e quanto l’handicap possa essere una risorsa e come e quanto gli handicappati siano persone meritorie di tutto meno che del compatimento.

 

Alessandra non teme il palco. Né il pubblico. Non è al debutto anche se con la sua imprevedibilità ogni attimo di scena è il più rischioso e il più divertente dei debutti. Alessandra e Michele, l’attrice e l’attore, in “DeSpresso” sono fratello e sorella. Lei fragile? Lui forte? Macché, l’esatto contrario. Nei labirinti della depressione si perde l’uomo. Il cosiddetto “sano”. Fuori dai labirinti della perdizione d’anima lo conduce lei, la cosiddetta problematica. E’ un incontro-scontro di energie: la pila scarica di Michele e il motore nucleare dei sentimenti semplici e terapeutici della parte apparentemente debole della coppia. “DeSpresso” giocherà con le emozioni. Ma “DeSpresso” non svicolerà dalla crudezza e dalla drammaticità della depressione e , ancor più, di quelle solitudini singole e collettive che sono l’anticamera della patologia. Ma, certo, “DeSpresso” non si farà imprigionare nel buio della scena e dell’intimo.

 

La metterà anche sul ridere, tratterà la materia con fare leggero, perché l’ironia è una medicina miracolosa quando non è gigioneria o furbata. E d’altra parte con Alessandra, con l’attrice disabile che si scombina e scombina, non potrebbe essere altrimenti. “Con lei – dice Michele Comite – fare teatro è un esercizio di concentrazione che nessuna altra situazione ti permette e ti regala. I suoi tempi di scena non saranno probabilmente quelli delle prove, il copione c’è ma bisogna essere pronti ad ogni stravolgimento. Insomma, non c’è modo di distrarsi e per me che di mestiere faccio anche l’attore questo surplus di attenzione vale mille e mille stage”. La strada che ha portato Michele e Alessandra allo Zandonai è stata piuttosto lunga.

 

“Sei, sette mesi – spiega ancora Comite – che ho utilizzato in decine e decine di incontri con i bambini delle scuole elementari a parlare di solitudini, di difficoltà nei rapporti tra coetanei, di rifugio in se stessi, eccetera. E poi incontri con il mutuo aiuto, ascoltando chi ha lottato e chi ha battuto la depressione”. Solo dopo questo itinerario di formazione – la sua formazione – Comite ha scritto il testo trovando nella Coperativa La Rete una convinta produzione. E, soprattutto, individuando subito in Alessandra la compagnia di palco ideale per via dell’ammirazione che si è guadagnata facendo teatro alla Rete, in quel gruppo Icaro al quale il registattore si dedica da anni. Il tema è duro, duramente reale. Ma il racconto è lieve. Rispettoso sì, ma divertente.

 

“Volevo confondere – dice Michele Comite – limite e potenzialità, normalità e diversità, aiuto e relazione. Alla fine parliamo d’amore. Sarà anche banale, ma senza amore non c’è cura”. Quello di DeSpresso sarà un atto d’amore anche verso quell’intreccio tra diverse forme di espressività che da sempre segnano i lavori di Comite. Lavori dall’impronta sociale marcata, dall’impegno civile indubitabile. E allora ecco la parola ed ecco la musica, ecco anche la danza. Nello spettacolo le coreografie sono curate da Jemina Hoadley, che con la sua Candoco Dance Company ha “messo in ballo” le più nascoste capacità dell’handicap. Insomma, lo spettacolo di Rovereto ha anche un tocco di internazionalità che al Trentino non può che far bene. Internazionalità dei diritti e del credere nella normalità di apparenze anormali.

 

Ma in fondo a questa tiritera, (di chi scrive) che cavolo di spettacolo è DeSpresso? Uno spettacolo per bambini – spiega Comite – che forse insegnerà più agli adulti visto che i piccoli sono meno “incrostati”. Per Michela Comite, Alessandra Carraro, La Rete, la compagnia Abbondanza/Bertoni che ha ospitato la realizzazione del progetto alla fucina della Cartiera e per chissà quanti altri “DeSpresso” sarà anche la commozione di un omaggio. Lo spettacolo sarà dedicato a Rosa Micheli, il gigante fragile che per la Rete è stato un simbolo e che se n’è andata d’improvviso prima di Natale. Rosa, un vulcano di positività in carrozzina, si sarebbe spellata le mani mignon nel vedere Alessandra e Michele padroneggiare il palco per svegliare i sentimenti. Dei palchi, (con Michele e tanti altri), Rosa è stata una regina di dolcezza, d’orgoglio, di gioia e di comunicazione. Una contagiosa comunicazione che oggi non può essere che carburante per chi ha avuto la fortuna di conoscerla.  

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