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Trento capitale della cultura 2018? Siamo in ritardo e manca la spinta popolare

Tra le 21 città candidate Recanati, Spoleto, Palermo e Settimo Torinese sembrano avere una marcia in più. Analizzando i loro dossier si scopre che lì la kermesse è vista come un'occasione per rilanciare progetti urbanistici e rapporti con le associazioni. Qui sembra sempre tutto in mano "ai soliti noti"

Di Carmine Ragozzino - 15 ottobre 2016 - 15:56

TRENTO. L’hanno presentata – pompa magna o quasi – il 13 luglio scorso. In settembre – enfasi programmatica docet – era previsto un flash mob in centro città. Tutti insieme – in ritmico movimento – per dare slancio alla candidatura di Trento a capitale italiana della cultura. In sigla Tn18. Ma del flash mob non c’è stata traccia. E in questo ottobre che inizia a farsi meteorologicamente mugognoso la scommessa nazionale del capoluogo resta sottotraccia. Anonima. Financo un poco tristina. Trento dovrà vedersela con altre 20 città.

 

La geografia della concorrenza tocca mari, pianure e colline. Sardi, pugliesi, siciliani, marchigiani, piemontesi. E via elencando, con 21 progetti in pista ma con una pole position già piuttosto evidente se è vero che da tempo si fregherebbero le mani gli amministratori, (e soprattutto gli sponsor eccellenti) di almeno quattro città che sulla carta appaiono più forti delle altre. Trattasi di Recanati, Spoleto, Palermo e di Settimo Torinese, piccola ma ambiziosa alquanto. In questi giorni il ministero della cultura ha varato – tardivamente come è d’obbligo a Roma – la commissione che dovrà vagliare le candidature e i relativi progetti. E dopo il varo della commissione, ecco – ancora non risolta – l’incognita sul metodo che sarà adottato per effettuare la scelta che porterà alla città vincitrice un gruzzolo di un milione.

 

In passato si scremava: lizza delle candidature ridotta a dieci e via selezionando fino a decretare la capitale. Gli informati ipotizzano però che stavolta si potrebbe cambiare sistema. Subito una terna di città papabili e commissione in trasferta nelle tre sedi per “farsi convincere” con una missione a presa diretta delle potenzialità e delle prospettive da capitale. Si vedrà. Forse non ci vorrà molto a capire quale strada verrà scelta. Ma intanto non ci vuole nulla a rendersi conto di quali e quante sono le differenze di metodo e di strategia che hanno portato quasi tutte le altre città a formalizzare la loro candidatura. Un dato è incontrovertibile e potrebbe pesare non poco sull’esito della corsa. Trento s’è presa tardi. E va da sé che il percorso che ha portato al dossier firmato con elegante scontatezza da Pt Consulting rischia di pagare dazio al percorso partecipativo impostato con molti mesi di anticipo da altre città concorrenti.

 

Prendiamo ad esempio Spoleto, famosa per il “Festival dei due mondi” che in questo caso ha costruito un terzo mondo – forse ancor più importante – aperto all’apporto di idee dall’alto e dal basso. Leggendo il perché e il percome della candidatura si soffre di bile:“L’intera città ha contribuito alla realizzazione del progetto capitale con 120 idee”. E le 120 idee hanno aperto 12 porte, e cioè 12 ripartizioni tematiche multidisciplinari. Per arrivare alla candidatura di Trento qualche porta sarà stata certamente aperta. Ma sfogliando il dossier non ci vuole poi molto acume per rendersi conto che quelle porte sono sempre le stesse, e cioè gli indirizzi delle istituzioni culturali “canoniche”. Insomma, c’è fino ad oggi l’assenza della cultura non istituzionalizzata - quella spesso ignorata dal pubblico finanziamento ma capace di vitale respiro ideale e di proposta.

 

Ma se Spoleto fa 120, ci sono tra le candidate città meno prestigiose ma non meno convinte. A Comacchio – non solo anguille evidentemente – gli incontri per stilare un progetto “dal basso” sono stati ancora di più. Tanto che mancavano solo le riunioni di condominio. E c’è dell’altro, tanto altro. C’è chi ha saputo mobilitare energie a 360 gradi, facendo diventare una forza creativa di peso l’handicap teorico di non essere città d’arte e di storia. E’ il caso di Settimo Torinese, cittadina industriale, vissuta come “periferia” di fabbriche e di quartieri popolari. Sulla cultura politecnica, quella del saper fare, Settimo Torinese gioca le sue carte, (per altro sorprendenti). "Facciamo leva sulla cultura non eredità di un passato, ma sui valori di una periferia che accoglie migranti, crea innovazione e ricerca, studia soluzioni di integrazione culturale e di sviluppo economico", spiegano i promotori. E tra i promotori c’è quel Renzo Piano che difficilmente si spenderà con la stessa foga per Trento visto il deserto che ancora rappresenta il “suo” quartiere delle Albere. Le fabbriche, o le ex fabbriche, come “laboratorio del bello”, come luoghi di produzione e fruizione di cultura. Come a Trento? Ditelo a chi passa per via Brennero e vede la Sarajevo dei ruderi di una fu concessionaria o, peggio, dell’ex Sloi e dell’abbandonato capannone Graffer a Gardolo.

 

Quanto poi a Palermo – che per sponsor avrà certamente anche scatenate lobby parlamentari – azzarda la chance del contemporaneo intesa come arte, (Manifesta 12) ma anche e soprattutto come contemporaneità dell’uso delle culture come strumento di democrazia e di integrazione. E poi c'è la Recanati di Leopardi. Chi si aspetta l’Infinito letterario, guardando il progetto Recanati si illumina sì, ma di originalità. “Light on all’Infinito” si svilupperà in un biennio 2018-19 durante il quale autorevoli architetti e lighting designer internazionali saranno invitati a confrontarsi sulle mille declinazioni e forme dell’infinito nell’architettura e nella illuminotecnica.

 

Inutile girarci attorno. Trento ha il suo bel dossier dove spiccano le proiezioni storiche sulla facciata del Buonconsiglio, il mapping in piazza Dante e perfino una notte bianca invernale che sarebbe pure una trovata se avesse un prima e un dopo. Trento rivisita il Concilio e Battisti. Ma nel progetto Trento non c’è ombra di un confronto ampio, diverso dal cenacolo dei “soliti noti” che forse avrebbe potuto indirizzare verso tematiche “altre” la candidatura della città. Assemblare in una buona confezione quello che già esiste non è la stessa cosa che liberare energie creative, contaminazioni tra settori culturali, turistici ed economici. Una partita – tanto per dire – poteva e potrebbe essere il futuro urbanistico e funzionale del polo del Centro Santa Chiara individuando l’utilizzo dell’ex mensa degradata e dell’ex facoltà di lettere. Un’altra partita è la definizione di un equilibrio culturale tra centro città e periferie, sobborghi, identificando alcune zone, (Gardolo ad esempio), come laboratorio di multi cultura esaltando un’anagrafe che parla ormai 52 lingue. Ma va così. Anzi, si può ancora immaginare che non debba andare così. Forse non si è in tempo per diventare capitale della cultura – anche se gli auguri non vanno negati – ma si è certamente in tempo per cambiare rotta. Basta “muoversi come se”, infischiandosene del risultato della gara tra città per sfruttare l’occasione.

 

Come? Attivando un processo di vera partecipazione, chiamando tutti i protagonisti della cultura cittadina a dire la loro, raccogliendo input, proposte, analisi eccetera. Uscendo, insomma, dal torpore con almeno un accenno di scatto ideale, se non con un respiro almeno con soffio di novità nei modi e nei tempi del coinvolgimento della città. Ma per andare in questa direzione occorre una “visione”, un’anima, un’attitudine alla creatività e al rischio che non è sembrata fino qui scorrere nelle vene del Comune. Se un assessore alla cultura c’è, batta un colpo. Se sindaco e una giunta credono davvero in questa scommessa, ne battano due o più

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