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| 14 dic 2022 | 12:43

''Destinazione delicatezza'', la disabilità incontra l'arte e a teatro il gruppo Icaro de La Rete mette in scena un piccolo capolavoro da vedere e rivedere

L’hanno azzeccata davvero, ancora una volta, quelli de “la Rete”. Eleonora Da Maggio e Mirko Dallaserra (drammaturgia, testi e regia) con Emma e Veronica hanno centrato i momenti, le musiche (da Bosso ai Pink Floyd, dai Sugur Ros a Chopin), le poche frasi dette e le tante che ognuno – partecipando – ha potuto immaginare. Condividendo la delicatezza poetica delle scene ci si potuti guardare un po’ dentro. Uno spettacolo davvero importante quello andato in scena a Villazzano

TRENTO. ''Solo chi ha necessità di un tocco delicato sa toccare con delicatezza''. Senza eccedere in parole Herman Hesse, poeta nobile da Nobel, offre un là di devastante semplicità per fare mente locale (postuma di due giorni) sull’abbondanza di sentimenti che lunedì ha ipnotizzato tanto il palco quanto la platea del teatro di Villazzano. La Rete – cooperativa che pratica e socializza il diritto dei disabili ad un protagonismo che sia però agli antipodi di ogni pietismo – è tornata ad utilizzare l’intreccio dei linguaggi artistici. Perché? Per fare della delicatezza (l’arte più difficile, spesso più sconosciuta) sia un fine che un mezzo.

 

Destinazione delicatezza” non è solo il titolo di uno spettacolo intensamente corale dove ogni andamento sbilenco ha regalato eleganza e poesia. I ragazzi e le ragazze disabili, poco personaggi e molto interpreti della loro “normale diversità” anche quando non sono sotto un riflettore, hanno necessità non episodica e non casuale di un “tocco delicato”. Un tocco che li tratti da persone senza i se e i senza i ma. Senza, cioè, la pelosità buonista che (compresa ovviamente quella in buona fede) rischia di lasciare inalterati differenze, problemi e diritti. Se questo accade, se il tocco delicato diventa normalità, (nei rapporti, nel lavoro, nella comunità) la restituzione di delicatezza è un moltiplicatore. Ed un contagio. Un sano contagio che impone al pensiero di fermarsi, di ragionare e poi respingere i luoghi comuni, la cliché, le scorciatoie con le quali troppo spesso si approcciano i limiti fisici o mentali per farsi protettori che non proteggono, samaritani che rischiano di fare più danni che successi con un’inclusione sbilanciata nel quotidiano dei rapporti.

 

La delicatezza di un’ora di spettacolo passata con fin troppa velocità si è servita di un copione scarno, essenziale. Un copione per lo più muto ma allo stesso tempo urlante. Sono echeggiate anche nei silenzi dei gesti, nella simpatia dei volti, nella naturale goffaggine, le convinzioni saldamente sperimentate negli anni in cui La Rete è diventata una collettività attiva e coesa di persone con disabilità, delle loro famiglie, di un numeroso volontariato, di rapporti, iniziative, laboratori di condivisione. Dopo tre anni da una magica “memorabilia” al Teatro Sociale, il gruppo Icaro de La Rete (uno dei tanti momenti di coraggiosa attività della cooperativa) ha messo assieme un altro spettacolo.

 

Icaro voleva volare e finì male. L’Icaro de La Rete prova a volare stando con i piedi per terra, valorizzando le possibilità d ognuno senza forzarle. E così gli riesce di volare piuttosto alto. Nello spettacolo c’era da scordare e c’era da ricordare. Da scordare c’era l’incubo di un Covid che vietando per due anni il contatto a chi dal contatto ricava vita ha imposto a La Rete di reinventarsi (fatto, con sforzo, ma fatto). Da ricordare c’era Patrizia, una pietra miliare scomparsa da poco che ha lasciato la terra ma non i cuori e le menti di chi l’ha avuta come riferimento, di chi l’ha avuta come collega e amica. Per lei La Rete ha fatto un’altra scommessa d’arte, attivando una proposta di mail-art che ha fatto arrivare centinaia di disegni (Italia ed estero) a comporre una mostra appesa all’ingresso del teatro e pronta per portare tratti colorati di delicatezza e solidarietà ovunque sia richiesto. Se quella mostra girerà, sarà altra la delicatezza a diffondersi.

 

Lo spettacolo, dunque. Un’alternanza di movimenti e musica, di fatica che resta tale anche quando miracolosamente muta in leggerezza, di immagini e video (toccante quello dei bambini) che non sono né un di più né un di meno del racconto collettivo (cosa mai facile). Un spettacolo di differenze senza indifferenza. Sullo stesso palco i disabili e gli abili, gli utenti, gli operatori, la gioventù del servizio civile, qualche avanguardia dell’esercito di volontari. Sul palco le differenze restano, perché così deve essere e perché così è la realtà, ma la delicatezza è un respiro che le confonde fino ad annullarne in una reciprocità che non può e non deve ridursi ad un solo e coinvolgente momento teatrale.

Il palco, a ben vedere, non è quasi mai “delicato” con chi lo calca. Il palco, le sue misure, le luci dirette e quelle indirette, i sussurri da dietro le quinte, gli spazi da riempire, gli automatismi da memorizzare: sono sfide.

''Destinazione delicatezza'', le immagini dello spettacolo

 

 

 

 

Sono sfide grandi per chi può muoversi agevolmente. Sono sfide immense per chi è costretto a considerare come agilità anche un lentissimo spostamento di un braccio o di una gamba, la traiettoria da dare ad una carrozzina, lo sguardo e la voce da rivolgere al pubblico piuttosto che a ad un chissà chi. Beh, in “Destinazione delicatezza” l’emozione – un’onda di andata e di ritorno continua dal palco alla platea e viceversa – non ha cancellato gli sforzi ma li ha resi comunicazione. Forte comunicazione.

 

Gli sforzi, compresi gli affaticati e un poco smarriti entusiasmi, si sono trasformati in poesia “pret a porter” , da portarsi a casa dopo gli applausi. Una citazione per tutti anche se non “su tutti”? Irina (e Andrei). Lei che era in carrozzina e lei che striscia con lui in un ballo orizzontale che raggiunge in uno scrosciare di applausi commossi la verticalità. La vetta del coinvolgimento. No, non c’è eroismo, non ci sono super poteri in queste scene. C’è la magia del fidarsi l’una dell’altro, la disabile e “l’abile”. C’è una passione che non conosce il limite, anzi che lo conosce bene e lo rispetta. Ecco il perché di un impensabile artistico di cui sarà difficile, per fortuna, scordarsi.

 

L’hanno azzeccata davvero, ancora una volta, quelli de “la Rete”. Eleonora Da Maggio e Mirko Dallaserra (drammaturgia, testi e regia) con Emma e Veronica hanno centrato i momenti, le musiche (da Bosso ai Pink Floyd, dai Sugur Ros a Chopin), le poche frasi dette e le tante che ognuno – partecipando – ha potuto immaginare. Condividendo la delicatezza poetica delle scene ci si potuti guardare un po’ dentro. “Ma noi quanto siamo delicati”? Questa – almeno si spera – la domanda. Una domanda che dovrebbe porsi ogni attimo chi fa politica, chi amministra i poteri nelle istituzioni, nell’economia, nella società. Uno spettacolo come “Destinazione delicatezza” – se sarà aiutato a replicare così come merita – può permettere di non archiviare questa domanda e soprattutto può evitare l’atteggiamento più comodo e diffuso rispetto alle diversità: spostare lo sguardo.

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