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Fra continuità col regime e rigurgiti eversivi, il fascismo è finito il 25 aprile? Franzinelli: “Portò al parossismo l'autoritarismo già presente nella società italiana”

Il fascismo è finito il 25 aprile 1945? Lo storico Mimmo Franzinelli, nel suo ultimo volume per la collana Fact Checking di Laterza, propone un’argomentazione tesa a smontare questo luogo comune, perché fra Ventennio e democrazia certo non mancarono le continuità. “Non è stato un regime da operetta, ma un fenomeno radicato nella società italiana che ne ha recuperato i tratti autoritari già presenti, portandoli al parossismo”

Pubblicato il - 11 maggio 2022 - 12:22

TRENTO. “Lo scopo di questo lavoro, così come degli altri volumi della collana 'Fact Checking', è contraddire il luogo comune che vuole il fascismo finito il 25 aprile ’45. Le cose in realtà sono più complicate, perché se il fascismo storico così com’è conosciuto non tornerà più, dall’altra non sono mancate pesanti continuità fra il regime e la democrazia”.

 

Inserito nella collana Laterza dedicata a decostruire vulgate e luoghi comuni storici piuttosto radicati nell’immaginario nazionale, l’ultimo volume della storico Mimmo Franzinelli, tra i più importanti studiosi del fascismo in Italia, offre una ragionata e approfondita risposta a chiunque sostenga che il fascismo sia finito il 25 aprile 1945. Raggiunto al telefono dal Dolomiti, Franzinelli ne ha spiegato il perché: dopo la caduta della Repubblica sociale italiana, drammatica coda di un regime durato vent’anni, non sono mancate alcune importanti continuità fra il fascismo e la democrazia. Continuità che non solo hanno tragicamente influito sulla vita repubblicana nei più bui anni del dopoguerra, ma che continuano a proiettare inquietanti ombre sulla nostra comunità nazionale.

 

Tre, in particolare, sono i passaggi indicati dallo storico bresciano per sostenere la propria argomentazione: a testimoniare la presenza fascista nell’Italia del dopoguerra ci sono “il processo di continuità dello Stato, la cosiddetta strategia della tensione e l’odierno radicalismo postfascista”. “A differenza di come viene talvolta presentato – esordisce Franzinelli – il fascismo non è stato un regime da operetta ma un fenomeno radicato nella società italiana che ha recuperato dei tratti autoritari già presenti portandoli al parossismo”.

 

“Ha radicalizzato delle tendenze dell’Italia liberale e in un passaggio di rottura come fu la Resistenza ha continuato a operare tramite settori dello Stato che non hanno abbandonato queste tendenze, remando di conseguenza contro la stessa democrazia – prosegue - il caso più eclatante interessa la magistratura e il suo organo supremo, la Corte di Cassazione, in cui permane la maggioranza dei funzionari fascisti e si espellono quelli entrati con la Resistenza”.

 

Nel lungo dopoguerra, dove non mancano strascichi della guerra civile che ha sconvolto il Centro-Nord per due terribili anni (QUI un approfondimento), la temperie del Paese comincia gradualmente a cambiare. Il “vento del Nord”, cioè lo spirito rinnovatore apportato dalla Resistenza, teso ad epurare le figure pubbliche compromesse col regime e a rigenerare profondamente il Paese, piano piano di esaurisce, dando avvio ad un riflusso di ben altro segno e che segnò tutto il decennio a venire.

 

Passaggio decisivo, nel complessivo fallimento del processo d’epurazione e nella successiva criminalizzazione dei partigiani, è l’amnistia Togliatti. Tale provvedimento, varato per avviare il Paese verso la pacificazione sociale, finì per cancellare con un colpo di spugna numerosi crimini compiuti nel corso del conflitto. A beneficiarne, in assoluto, sono gli ex fascisti, dai militi delle Brigate nere ai funzionari che ligiamente hanno eseguito le politiche del regime. “E’ attraverso passaggi come questo, con la parallela entrata nella Guerra Fredda, che la visione verticistica, autoritaria e in sostanza antidemocratica presente in alcune istituzioni può proiettarsi per un buon ventennio a venire”.

 

Incarnata in alcune figure particolarmente esemplari, questa continuità si fa palese. Scorrendo le pagine de Il fascismo è finito il 25 aprile 1945 – volume che, così come i suoi predecessori nella collana (QUI il libro di Carlo Greppi, QUI quello di Eric Gobetti, QUI quello di Chiara Colombini, QUI quello di Francesco Filippi) gioca con un titolo provocatorio – non mancano alcuni inserti biografici che ne riflettono l’essenza. Tra questi, il più significativo, riguarda Marcello Guida.

 

“Marcello Guida è un personaggio di grande rilievo – spiega Franzinelli - alto funzionario statale a servizio della dittatura prima e della democrazia poi, già da giovane è messo alla guida della colonia penale di Ventotene, in cui si concentra il fior fiore dell’antifascismo. Guida con pugno di ferro la colonia, lasciando mano libera alla Milizia volontaria nel compiere angherie sui detenuti. Nel ’43, una volta caduto il fascismo, a malincuore si adeguò. Seppe giocare su un doppio binario, da una parte servendo la Rsi e dall’altra, dietro le quinte, collaborando con i socialisti romani. Per questo, finita la guerra, non venne toccato dall’epurazione”.

 

Nel secondo dopoguerra – continua - si trova quindi a guidare alcune importanti questure italiane in momenti particolarmente caldi. È a Torino, nel 1968, durante le grandi mobilitazioni operaie. È a Milano, ancora, il 12 dicembre del 1969, quando una bomba scoppia nella Banca dell’agricoltura di Piazza Fontana. Un po’ dimenticata, la sua storia è in realtà particolarmente esemplare. Nelle ore successive all’attentato, infatti, fu protagonista di una grande lavoro per avvalorare la pista anarchica, spostando l’attenzione da quella che risulterà essere invece la vera pista, quella nera. Fa un gioco sporco, arrivando di fatto a bruciarsi. Resa evidente la sua falsità, venne messo in pensione. Guida, dunque, non è che la figura più emblematica di quella generazione di servitori dello Stato che lavorarono sempre in una direzione autoritaria, contraria alla democrazia che in teoria dovevano servire. Questo riflette quanto una democrazia, quando utilizza funzionari che hanno servito in una dittatura, difficilmente ne possa giovare”.

 

Definito dall’autore “un laboratorio di soffocamento della democrazia, tutt’altro che sporadico e chiuso in sé stesso ma esportato in vari luoghi, dalla Germania alla Spagna, dal Portogallo alla Grecia e al Brasile”, il fascismo rimane al centro delle cronache anche al giorno d’oggi; ma perché? E’ frutto di una semplice paranoia antifascista o un monito necessario affinché non tanto non si riproducano le condizioni del 1922 ma piuttosto affinché non si impongano – declinate nel presente – delle “pulsioni autoritarie e populistiche” in grado di mettere in discussione la democrazia così come la conosciamo?

 

Una risposta Franzinelli la dà in quella che definisce “guerra dei simboli”. “Una democrazia – prosegue – ha bisogno di coltivare una memoria che ripudi il proprio passato autoritario. Nel libro, invece, ho mostrato come in mezza Italia, da Balbo a Bottai, fino ad Almirante, persistano intitolazioni legate al fascismo o che cercano di presentare come figure positive per la nostra democrazia personaggi dichiaratamente fascisti. Il caso di Almirante, beniamino di Giorgia Meloni e del suo partito e presentato come padre della patria, è piuttosto evidente. Egli infatti rimase fino alla fine orgogliosamente fascista. Attivo partecipante alla campagna della razza, fu volontario della Repubblica sociale, per cui operò attivamente contro la Resistenza. Fra i fondatori del Movimento sociale, ne fu segretario, alternando alla strategia del doppiopetto quella del manganello e affiancando organizzazioni d’estrema destra, come Ordine Nuovo, protagoniste delle trame eversive e della strategia della tensione”.

 

Altro interessante passaggio nella parte dedicata ai simboli è infine quello nato dalla ricerche dell’autore sulle cittadinanze onorarie a Benito Mussolini, che ancora interessano moltissimi Comuni sparsi nella penisola. “La questione si pone in questi termini: nella primavera del 1924, l’allora sottosegretario di Stato Giacomo Acerbo dà l’input a tutti i prefetti d’Italia affinché si faccia pressione sulle municipalità per riconoscere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Molte amministrazioni socialiste o più in generale antifasciste sono cadute, si stanno preparando le elezioni del ’24. Molti Comuni, quindi, obbediscono. Non è un atto volontario, bensì guidato. E questo ci riporta al presente, all’argomentazione principale usata da chi non vuole che nel proprio Comune si tolga il titolo onorifico a Mussolini perché ciò falsificherebbe la storia. È questa un’argomentazione corretta? No, perché la raffica di cittadinanze onorarie fu frutto di una manovra politica, non un atto di consenso e ciò dimostra, ancora una volta, che la storia sia opportuno conoscerla, così da non travisarla”.

 

Oltre ai simboli, però, ci sono i fantasmi che aleggiano tristemente nel Paese. È il caso dell’assalto alla sede della Cgil del 9 ottobre 2021 (QUI il video), quando una manifestazione No Green Pass, abilmente manovrata dall’estrema destra romana, finì con l’attacco al sindacato. Ma fu quello un episodio di squadrismo? Franzinelli non ha dubbi: “Sì, è un episodio fascista e squadrista e fa pensare per molti versi a quello del 15 aprile ’19, quando a essere assaltata fu la sede dell’Avanti! a Milano. Ciò che è avvenuto il 9 ottobre 2021 non è solo una grave violazione della legge, ma un episodio che ha visto un movimento dichiaratamente fascista come Forza Nuova cercare di strumentalizzare il malcontento. È stato dunque un episodio di risorgenza squadristica, inserita in un contesto nazionale emergenziale – conclude - per dare una spallata al sindacato più popolare e dimostrare la forza della piazza”.

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