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| 17 lug 2023 | 16:20

I Police di Copeland: un'orchestra e il tempo dei pezzi mitici che cambia ma non passa

Al Parco dei Tre Castagni a Pergine un concerto evento che non si dimenticherà facilmente. Il batterista lucidamente pazzo, i ragazzi/musicisti del Bonporti (bravissimi e scatenati), i successi rivisitati affidati ai mille colori di tre coriste di colore. Una festa davvero. E mentre la Music Arena latita la proposta portata a Pergine ha finalmente un respiro internazionale

Foto Fb Stewart Copeland
Foto Fb Stewart Copeland

PERGINE. C'erano una volta i Police. Anzi no, ci sono ancora. Sting veste da anni solo abiti di alta sartoria. Musica, la sua, di eleganza sopraffina sia quando vira verso un jazz dalle note per nulla intellettuali si quando s’inchina ad un pop rivisitato attraverso la maturità di un invidiabile settantatreenne.

 

Stewart Copeland, un anno meno, proprio ieri,  del “pungiglione” con basso incorporato, veste casual (anche troppo hawaiano per l’età) ma certo non fa musica a caso. Ai Police lui ha dato il tempo per iscrivere alla storia del rock contaminato e contaminante pagine che difficilmente ingialliranno.

 

 Lo si è capito domenica sera a Pergine, in quel Parco Tre Castagni che per verde bellezza corrobora l’anima prima ancora che un qualsiasi concerto possa coccolarla in un’atmosfera da indubitabile valore aggiunto. L’approdo di Stewart Copeland su un palco finalmente privo di divagazioni elettroniche (perché la sostanza artistica, se c’è, non abbisogna che di pochi fari puntati e una buona amplificazione) ha rituffato un paio di migliaia di inguaribili nostalgici dei Police  nel loro passato di fotografie senza panze e ventri dilatati.

 

Un passato meno complicato del presente. Un passato in cui probabilmente non c’era bisogno del Voltaren dopo il ballo e dove lo sballo, probabilmente, non dipendeva dalla chimica ma da ripetute dosi di rock coraggiosamente innovativo. Ecco, nell’innovazione musicale della loro epoca (anni Ottanta, purtroppo pochi visto il precoce scioglimento) i Police hanno svolto un ruolo centrale. Un gruppo dedito agli “innesti”: iniziale base punk su cui lavorare con il pop, il rock, un po’ di jazz e molto reggae.

 

 L’elenco delle loro hit planetarie è lungo ma a Pergine il batterista più matto, simpatico e apparentemente strampalato tra i pochi che mangiano pane e rullante senza mai provocare indigestione a chi s’ingozza di ritmo ha regalato un sunto che senza tema di esagerazione si può ascrivere all’indimenticabile. Perché? Perché Copeland sembra sprizzare da ogni polo generosità prima che tecnica. Perché il musicista poliedrico (anche musiche da film, da serie Tv e sperimentazioni varie) vive e fa vivere un’ora e mezza di entusiasmate deliro sonoro con un’allegria che contagia chi sa sul palco e chi sta sotto canticchiando Roxanne e fregandosene se non si ricorda le parole. Ma soprattutto perché nel rieditare il meglio dei Police (che in realtà un peggio non ce l’hanno) il batterista che fu trio (Sting e Summers) azzarda senza porsi limiti di divertimento proprio e altrui.

 

 L’orchestra, sì l’orchestra. Con un orchestra che cambia in base alle date del tour internazionale, con frotte di giovani strumentisti generalmente classici che maltrattano felicissimi gli archi e soffiano nei fiati anche le potenzialità più recondite dei loro polmoni, l’incontro con le canzoni dei Police è come giocare a nascondino accettando con gioia l’imbarazzo di non trovare alla prima nota (e in qualche caso nemmeno alla seconda) quel che di un brano si conosceva a memoria.

 

 L’orchestra (tante orchestre, un solo bravissimo direttore, Miller) legge e traduce le partiture di Copeland che svelano tutto l’amore per la classica e la lirica di un talento che non risente del tempo quando detta il ritmo pestando come e più di sempre ma con un rispetto  ed un’ammirazione quasi commovente per i ragazzi che lo accompagnano  nell’impresa di stravolgere i Police per travolgere, di nuovo e come sempre, con i Police.

 

 Ai Tre Castagni l’orchestra era quella del Conservatorio Bonporti di Trento e Riva: venticinque giovani e forti che non sono morti e che anzi hanno mostrato di essere disponibili a schiattare pur di dare corpo, impatto ed empatica maestria ai loro strumenti che cercano e trovano il messaggio nella bottiglia. Quale messaggio? Che sia di Brahms o dei Police la musica cambia il mondo e lo cambia in meglio.

 

  I ragazzi del Bonporti (che accompagneranno Copeland anche al Vittoriale) avranno di che raccontare ai nipoti. A Stewart Copeland non serve nemmeno raccontare. Basta fissare quel suo volto seriamente estasiato dal Gerovital che gli garantiscono i ragazzi delle orchestre variabili del suo tour per rendersi conto che l’operazione “Police deranged for orchestra” è fresca, genuina ed incredibilmente credibile per un tipo che avrebbe potuto replicare senza sforzo i successi senza cambiare una virgola ma probabilmente cambiando sé stesso e la sua voglia di sperimentare.

 

 L’orchestra, il talentuoso e tarantolato chitarrista, tre cantanti con la pelle dello stesso colore (meravigliosamente nero) ma con le voi che sono un arcobaleno con molte più tinte e sfumature di quelli che di quando t’inchiodano finalmente a guardare in alto. E lui, il batterista, Copeland. Se lo stile è unico, se il battere sui piatti più piccoli del normale e usare le bacchette come espressione di pensiero, i Police ritornano anche quando l’arrangiamento delle canzoni tende a portarti altrove. Copeland lo sa e gli basta un niente a marchiare in maniera inimitabile ogni pezzo rendendolo un piccolo grande evento sonoro.

 

 Insomma una festa ancor più bella del prevedibile (il nome, la storia sua e di un gruppo) perché, appunto, saggiamente imprevedibile, lucidamente pazza. Bisogna ringraziare Copeland, i ragazzi del Bonporti, i suoi musicisti amici. E vabbè. Ma bisogna tirare giù il cappello di fronte all’idea di Pino Putignani che ha convinto la D’Alessandro e Galli ad internazionalizzare il Trentino e la Valsugana del tursimo ad accettare la sfida. Almeno per una sera.

 

Di fronte alle grandi panzane della Provincia sui grandi nomi all’area San Vincenzo di Trento è bastata una breve arrampicata fino alla spianata di un gran bel parco per avere la conferma di quanto le bugie della politica abbiano le gambe corte e il respiro affannato.

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